Author: Juana
• lunedì, marzo 01st, 2010

Author: Juana
• giovedì, febbraio 25th, 2010

Honestly, I refuse to listen to the Italian version. As usual, translation didn’t keep the original meaning. That’s normal, and that’s why I do prefer the English one! :-)

Author: Juana
• lunedì, febbraio 22nd, 2010

“Lo scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine.” (François Mauriac)

Category: Aforismi  | Leave a Comment
Author: Juana
• domenica, febbraio 21st, 2010

Bisogna dargliene atto: a San Benedetto non si puo’ non provare nostalgia per il passato. Un passato fatto di banchi di scuola, di rimproveri e di manine alzate per chiedere il permesso di uscire, di andare in bagno, di prendere la parola. Una deferenza pretesa dai grandi e d’obbligo per tutti coloro al di sotto degli ‘anta’ – meglio se 50.

Raramente, eccetto forse d’estate, chi abita fuori trascorre a San Benedetto piu’ di una settimana continuativa. In estate sopravvivervi e’ facile. C’e’ il mare, si sta in casa con i condizionatori accesi, si va in un centro commerciale. Esclusi gli amici, si ha poca interazione col resto dei concittadini. E’ proprio questo ad illuderti maggiormente: con una citta’ colma di turisti, i locali sono troppo affaccendati ad occuparsi di loro per perdere tempo a fare distinzioni tra loro e te – ovvero: tentare di capire se sei del luogo oppure no, tu, che hai perso il tipico accento e la tipica intonazione locali. In estate gli autoctoni sono gentili anche con te. Nei limiti del possibile, ovviamente. Chi e’ stronzo in inverno non potra’ sbracciarsi in sorrisi esagerati in estate. Restera’ spocchioso pure da maggio a settembre. Ma non va sempre cosi’, per fortuna. A San Benedetto del Tronto il 90% degli under-50 sono sorridenti e gentili, recuperando cosi’ lo scoramento scaturito dai mancati sorrisi e dalle parole a mezza bocca pronunciate dai genitori ogni qualvolta lasci i loro negozi (col portafogli alleggerito).
Appena Settembre fa spazio ad Ottobre, si torna all’assetto originario: via i turisti, ricominciamo a fare distinzioni. Torniamo ad inquadrare i ragazzi per quello che sono: dei ragazzini che devono tacere e obbedire.

Negli ultimi anni non avevo piu’ avuto il piacere di scontrarmi coi modi di fare affettati dei miei concittadini. Avevo trascorso in mezzo a loro troppo poco tempo per interagirvi. Quando avevo 18 anni essere interpellata col ‘tu’ e trattata in maniera brusca per me era normale. Nove anni in mezzo alla freddezza felsinea – e un anno abbondante nella spocchia mancuniana – sono bastati per capire che un conto e’ essere scostanti (avete mai provato a farvi un giro per i negozi del centro di Bologna?), un conto e’ essere saccenti. Soprattutto quando non ci si puo’ permettere di esserlo. Pretendere di fare gli eruditi, i professori, apostrofando qualcuno con un “Oh, tu, sendi un bo’!” fa sorridere, anziche’ tremare per sottomissione. Sembra quasi che, paradossalmente, piu’ sono cafoni, piu’ diventano aggressivi.
La peculiarita’ degli over50 sambenedettesi e’ trattare tutti i ‘ragazzini’ con fare paterno nel senso negativo del termine. Quando hanno di fronte uno di loro, poco importa se e’ ormai vicino ai 30, assumono automaticamente quella posizione autoritaria che portera’ all’utilizzo del tu, ai modi di fare sbrigativi e a una certa, irritante aria di sufficienza.
Tra Dicembre e Febbraio ho dovuto tornare a condurre la vita da sambenedettese DOC. Andare a fare la spesa, gestire la casa, muovermi a piedi per la citta’. Cose che in sei settimane mi hanno fatto rimpiangere perfino la scostanza felsinea. 8 negozi su 10 del centro citta’ non salutavano, neppure quando conoscevano la mia faccia ormai a memoria. Quando uscivo, ricevevo a malapena un mezzo cenno.

Il “lei” e’ una formalita’ che non esiste, a San Benedetto. Personalmente lo odio, ma ci sono situazioni in cui una simile deferenza si rende necessaria. Il fatto di dimostrare un’eta’ massima di 24 anni – dettaglio divenuto irritating, a Manchester, dove sono costretta ad esibire la carta d’identita’ perfino per comprare il sidro – non dovrebbe, in teoria, dare automaticamente diritto ad apostrofarmi col classico ‘tu’ quando io mi sono appena rivolta alla controparte con il ‘lei’. Paradossalmente, non sono pochi i casi in cui tale controparte e’ quasi mia coetanea.
* “Senti, tu, dove credi di andare?”. Stavo solo entrando nel reparto dell’ospedale per il cambio assistenza. A quell’ora era chiuso alle visite, ok, ma dopo settimane sapevano benissimo chi fossi.
* “Non puoi entrare e uscire come ti pare!” mi ha detto il giorno dopo il medico, vedendomi rientrare col caffè in mano. Era il primo permesso d’uscita che mi prendevo da quella mattina. Erano le cinque del pomeriggio. Ma quello della gentilezza del reparto Pinco Pallino dell’ospedale di San Benedetto del Tronto e’ un capitolo a parte.
* “Scusa, che cosa stai facendo?” chiese la commessa in tono imperioso, vedendomi testare quello che lei credeva fosse un rossetto in vendita. Invece, era un campione dimostrativo.

All’apostrofare imperioso, perpetrato usando tutto il vocabolario necessario a far sentire te una schifezza – o a farti incazzare, a seconda delle situazioni, si aggiungono le occhiate di sospetto. Un anno in GB mi ha insegnato che frugare in borsa mentre sei in un negozio non e’ un reato. In Italia, e in special modo in taluni negozi di San Benedetto, invece, lo e’. Il rumore della zip della borsa catapulta immediatamente gli sguardi di tutti i commessi su di te, facendoti sentire la vampata della vergogna: di colpo sei diventato un potenziale ladro.
Il tuo frugare nella sacca alla ricerca del cellulare viene seguito con attenzione certosina. Ti liberi di quello studio minuzioso solo quando, spazientito, rinunci, ributtando dentro il telefono e serrando la zip di quel potenziale contenitore di beni non pagati.
Per restare nell’ambito del “cliente, quel potenziale ladro fetente”, potrei citare la ridicola pratica dell’imbustare le buste – o, peggio, del pinzettarle furiosamente, rendendone inutilizzabili i manici – pratica che nel MediaWorld di Colonnella porta ad un vero e proprio inseguimento del potenziale-ladro-fetente fino al reparto lavatrici. Poco importa se il potenziale-ladro-fetente e’ reduce da 12 mesi in un Paese in cui si e’ disabituato alla pratica barbara dell’imbustamento: deve offrire il potenziale mezzo di occultamento alla spietata pinzettatrice assassina.

San Benedetto ha la capacita’ di mettere a disagio troppo spesso. E di far innervosire. Ci si chiede se sia sbagliato pretendere un po’ di rispetto, e non perche’ si e’ superata la fascia dei teenager da un pezzo, bensi’ perche’ chiunque ne merita, anche gli stessi teenager. In fondo, siamo persone. L’avere 16 anni non deve penalizzare nessuno. Non deve automaticamente far sottostare a trattamenti infantili. Figuriamoci se un simile atteggiamentp puo’ essere accettato a 27.
In citta’ si parte troppo spesso dal presupposto che i giovani vadano presi col pugno di ferro. Ci sono molti modi gradevoli di ricorrere al ‘tu’. Nel ferrarese, ad esempio, ben pochi usano il ‘lei’. Il modo in cui loro lo fanno, tuttavia, fa sentire addirittura contenti di venire trattati con una simile familiarita’. A San Benedetto, per contro, il ‘tu’ e’ sinonimo di controllo. Io controllo la situazione dandolo a te, un estraneo. Se si e’ fortunati, si puo’ perfino incappare nel classico “Oh, tu!”. L’equivalente del fischio al cane, insomma. Con tutto il rispetto per i cani.

In aiuto di questa situazione irritante arriva la reazione dei giovani. Quegli stessi ragazzi che ne sono vittime non sembrano, per fortuna, soffrirne. La domanda pero’ e’: come si comporteranno questi ragazzi tra 20 anni con coloro che, per quell’epoca, avranno l’eta’ che hanno loro adesso? Difficile dirlo. Si spera, naturalmente, che restino cosi’ come sono ora.
Chiunque abbia vissuto per piu’ di un soffio in realta’ diverse dalla propria citta’ d’origine – e per ‘diverse’ intendo citta’ a piu’ di un’ora d’auto – di solito concorda con me. E’ stato piacevole e stupefacente, all’inizio, ritrovarsi a ricevere decisi cenni di assenso da parte di miei concittadini (e amici) “emigrati” altrove. Riusciamo tutti, non senza una fastidiosa amarezza, a vedere gli aspetti positivi e le limitazioni del vivere in una piccola cittadina di provincia del sud delle Marche.
Quei gesti che ‘fuori’ facciamo automaticamente – esempio: prepararsi una sigaretta senza che venga scambiata per erba e senza nessuno che additi e mormori agli amici “Ava’, guarda quello, ’sto drogato!” – quell’abbigliamento che di solito indossiamo senza problemi – esempio: girare coi miei stivali UGG senza nessuno che esclami di continuo “Ma che fa, la’ ffori, nevica?” – quegli acquisti che nessuno, nella mia citta’ d’adozione, ha mai etichettato come ‘da nullafacenti’ – esempio: pizze a casa, lavastoviglie, tintoria. In altre parole, dove noialtri viviamo da anni ognuno si fa i cazzi suoi. E’ stupefacente notare come fino ad un decennio fa fossi avvezza a tutto questo. Vivendoci a contatto ogni giorno, non lo notavo. E’ una fortuna che gli amici rimasti li’ non ne siano vittime o, se lo sono, lo sono in modo indolore.
Rinnego i miei genitori, i miei parenti, gli amici di famiglia, dicendolo ad alta voce? No. Loro appartengono a tutt’altra generazione e hanno il diritto e il dovere di preservare quel poco che resta del nostro passato, quando gli uomini andavano in mare e le donne sedevano all’ingresso a rammendare le reti da pesca. Non da’ loro il diritto di apostrofare figli e nipoti con un ‘Oh, tu, senti un po’!’, certo, ma per tutto cio’ che riguarda lingua e abitudini… che le preservino. Ovvio, se le nonne e le mamme perdessero certe usanze – pulizia ossessiva della casa, psicosi dell’aria pulita inside, pranzi domenicali pantagruelici che snobbano diete e colesterolo – sarebbe meglio.

I miei ex concittadini potranno dire che sono esagerata, visionaria, fatalista. Loro sono come ero io a 18 anni: troppo immersa in quell’ambiente, troppo abituata a quei modi di fare, troppo assuefatta alla lingua per rendermi conto che oltre il casello di Grottammare funziona diversamente. Che oltre quel casello la gente, specie risalendo la penisola, puo’ essere gentile anche con chi ha ’solo’ 27 anni.
Appena due mesi fa giravo per il Lancashire e le sue aziende e facevo colloqui di lavoro intervistata da ragazzi e ragazze spesso piu’ giovani di me. In un Paese in cui gia’ a 20 anni si viene chiamati ‘men’ e ‘women’, ‘uomini’ e ‘donne’, e’ normale che accada. In Italia ancora a 30 anni non si viene presi sul serio, neppure se si ha in tasca un dottorato. Non che i titoli debbano automaticamente garantire rispetto. Alcune tra le persone piu’ eccezionali che conosco si sono fermate al diploma. Ciononostante, l’assoluta mancanza di distinzioni la dice lunga sul modo di ragionare italiano in fatto di maturita’ dei giovani e, in special modo, sulla mentalita’ della mia citta’ natale. Nei suoi confini si e’ sempre “figlio di quello” o “parente di quell’altro”. Nella vecchia San Benedetto io non sono Juana Romandini, bensi’ la ‘figlia di Romandini’. E, di conseguenza, anche la nipote di Pinco, la cugina di Pallino, eccetera. Una situazione comune un po’ a tutte le piccole realta’ italiane, ma non per questo piacevole. Non che mi vergogni di essere parente dei miei parenti, per carita’. Soltanto, reputo normale voler essere considerati per se stessi e per le proprie azioni. Essere giudicati per cio’ che si e’ fatto e apprezzati per cio’ che da soli si e’ conquistato.
Personalmente, sono riuscita ad avere tutto questo solo nel momento in cui mi sono trasferita in una realta’ in cui ho dovuto costruire la mia immagine da zero, in cui le persone hanno imparato ad apprezzarmi od odiarmi sulla base delle azioni che loro stesse hanno visto. Se ho lavorato, ho lavorato perche’ ero io ad aver fatto il colloquio e non perche’ avevo il lato B ammaccato dai troppi calci presi ‘per essere la figlia di’ ed entrare in quell’azienda.