Author: Juana
• martedì, gennaio 19th, 2010

Fissare un corpo senza vita e’ come fissare una boccia per pesci rossi senza piu’ i pesci rossi. E’ un involucro vuoto, freddo, e dei pesci non resta che il ricordo. Il tuo ricordo. C’era vita in quella boccia e adesso non c’e’ piu’. E’ bastato un attimo, e’ bastato un respiro. Il corpo che prima, pur debolmente, viveva, si e’ trasformato di punto in bianco in un oggetto inanimato. Adesso e’ come un’auto parcheggiata senza guidatore: da sola non puo’ muoversi. E’ come una marionetta senza burattinaio: non potra’ piu’ pronunciare alcuna battuta. Non parlera’ piu’, non sorridera’ piu’. Non vivra’ piu’. In quell’istante, ci si rende conto di come il corpo non sia altro che lo strumento per far riconoscere la persona agli occhi degli altri, per distinguerla dagli altri. Cio’ che la caratterizzava, che la rendeva indiscutibilmente unica era il contenuto: la sua anima. Andata via essa, non resta che il suo involucro: un guscio vuoto dalle sembianze contraffatte. Ci si sforza di vedere in esso la persona che si conosceva, ma e’ impossibile. Non e’ che un oggetto organico inanimato che presto raggiungera’ la terra per proseguire la sua corsa verso la polvere.

Di fronte a una morte improvvisa, prematura, inattesa, si sperimenta sulla propria pelle il fatto che niente e’ certo, soprattutto il domani. Si comprende appieno cio’ che prima si era sempre pensato: non si possono fare programmi a lungo termine. Se puoi e vuoi fare qualcosa, allora falla oggi. Non rimandarla a domani, qualunque cosa sia.
Mentre cerchi di capacitarti su come sia possibile che proprio il pilastro dell’intera famiglia, la persona piu’ forte, determinata e spicciola se ne sia andata, guardi ai parenti che ti restano con occhi stanchi. Ti sembra impossibile che loro, anziani e malmessi e alla cui eventuale dipartita ti eri preparato da un pezzo, sono invece li’, al posto della persona giovane che si e’ giusto congedata. Ti ripeti che eravate tutti pronti da tempo ad affrontare una loro malattia, un loro saluto definitivo, ma che e’ stata la scomparsa improvvisa della persona meno plausibile ad andarsene in famiglia a lasciarvi spiazzati. E a quel punto ringrazi che i parenti anziani e malmessi siano rimasti li’, perche’ solo loro, con la loro saggezza, possono aiurtarvi a colmare il vuoto che si e’ spalancato intorno a voi.
Cerchi di non pensare a cio’ che e’ successo, di deviare l’attenzione su questioni secondarie e frivole, eppure ogni istante esse vengono soppiantate dall’immagine di un ospedale, di un letto, di un volto esausto. Arriva in un flash, si materializza in un ricordo improvviso, che appare in un lampo e svanisce in ancora meno. Ma il bruciore che lascia nello stomaco, invece, resta.

Quando senti quelle mani ghiacciate e vedi quelle lacrime spuntare da quegli occhi spenti, capisci subito cosa sta per succedere. Il corpo si sta rilasciando, sta finalmente dando il suo ultimo saluto. Si e’ arreso. Dopo tanto combattere, accanirsi e resistere, si e’ arreso. E, d’improvviso, ti rendi conto che, nonostante l’attesa di quel momento, non sei per niente pronto. Quando quel momento arriva, sei cosi’ stordito da non riuscire a trovare neppure le lacrime. Sono stoccate li’, da qualche parte, ma non le trovi. Benche’ tu abbia un bisogno pressante di sfogare quanto si e’ accumulato in te nelle passate settimane, non trovi il modo per farlo. Fissi ogni istante quella boccia senza piu’ acqua ne’ pesci e ti chiedi dove sia andata a finire la vita che la popolava. Ti chiedi se li hai nutriti bene, se hai dato loro l’affetto sufficiente e la giusta compagnia quando piu’ hanno avuto bisogno di affetto e di aiuto. Li ricordi come erano, cancellando inconsciamente in un colpo solo le immagini di quei pesciolini malati. Se provi a focalizzarle, non ci riesci. Il cervello ti e’ amico, ma la sua razionalita’ stoica non ti aiuta a ritrovare lo sgabuzzino in cui hai stipato le lacrime per settimane, in attesa di usarle.
La tua mente sviluppa foto di cio’ che c’era prima, selezionando vigliaccamente i momenti piu’ belli. Te li sbatte in faccia sotto forma di istantanee, colte nei momenti piu’ spontanei, e ti ricorda sottovoce che niente di cio’ che vedi in esse sara’ piu’. Fa serpeggiare il suo sussurro malefico fino allo stomaco, ed e’ li’ che il sussurro trova le lacrime. Sono tutte li’. Gorgogliano verso l’uscita con un dolore bruciante che annienta lo stomaco, l’esofago e la gola. E, in quel preciso istante, focalizzi il significato della parola ‘morte’ in tutta la sua interezza.

Author: Juana
• domenica, gennaio 17th, 2010

…see you one day, in a place where pain and troubles and concern and evil do not exist.

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Author: Juana
• martedì, gennaio 12th, 2010

Un cancro allo stomaco, in natura, ci pensa da se’ a portare la persona alla morte. Le cancella poco a poco l’appetito, invadendole gli spazi in cui dovrebbe andare il cibo e impedendole di nutrirsi, finche’ questa, stremata, soccombe all’inedia. Un cancro combinato all’intero apparato gastrointestinale, invece, non lascia spazio che a un epilogo. Se l’epilogo, che la persona venga curata o meno, e’ il medesimo, allora perche’ nutrirla artificialmente? Se non fosse intervenuta la nutrizione artificiale, sacche bianche colme di una sostanza vischiosa e nauseante al solo vederla, la malattia avrebbe fatto il suo lavoro gia’ da settimane, forse mesi, evitando alla persona – la quale, ripeto, non puo’ sperare in alcun lieto fine – di consumarsi fino allo stremo, soffrendo, denigrandosi, cancellandosi.

L’uomo non e’ tenuto ad intervenire sulla morte perche’ la natura deve fare il suo corso. Deve essere la vita ad abbandonare il malato, non il contrario. Nessun intervento esterno puo’ mutare quest’ordine delle cose, dicono. Molto bene, lo accetto. Se non si puo’ forzare la morte, pero’, allora non si puo’ neppure forzare la vita. Se dobbiamo rispettare il naturale decorso della malattia, allora non dovremmo neppure nutrire a forza un corpo che non puo’ e non vuole piu’ saperne di mangiare. Aiutare la morte e’ un abominio. Ok, lo accetto. E aiutare la vita in un essere incosciente che, se solo fosse dipeso dalla natura, sarebbe passato all’altro mondo gia’ da settimane, allora, che cos’e'? Non e’ forse un abominio anche quello? Costringere la medicina a tenere in vita un guscio vuoto, i parenti ad assistere quel guscio vuoto, obbligati a guardare giorno dopo giorno coi loro occhi uno sfacelo che la natura avrebbe loro evitato di vedere e la mano dell’uomo, per contro, ha favorito, cos’e'? Non e’ forse un abominio anche quello? No, sembra.
Il corpo umano sa come preservarsi, sa quanto e quando resistere. Sa quando e’ il momento di mollare. Secondo natura, il corpo umano non arriverebbe mai a ridursi nelle condizioni in cui la medicina induce un malato terminale a ridursi. Ma, d’altra parte, la medicina ha le mani legate: deve fare cio’ che e’ giusto fare.

A volte le nostre azioni sono davvero senza senso. Se esistesse una possibilita’, fosse anche una su un milione, di salvare il paziente, allora la nutrizione endovena avrebbe senso. Anzi, sarebbe pretesa e voluta dagli stessi parenti. Quando, pero’, ogni esame, ogni dato, ogni parere medico, anche quello del luminare piu’ famoso d’Europa, danno come risposta un purtroppo non c’e’ piu’ niente da fare, allora non vale la pena accanirsi. Accanirsi inutilmente porta solo l’anima della persona, che a quello stadio catatonico ha gia’ abbandonato la coscienza da un bel pezzo, ad essere prigioniera di un corpo che non c’e’ piu’. Se solo anche le ossa potessero consumarsi, di essa non resterebbero che i vestiti. Non troverebbero che un letto vuoto, a quel punto. E nessuno, nemmeno il parente piu’ stretto e affezionato, si sognerebbe piu’ di scrutare quel volto prosciugato, quegli occhi assenti, e sperare che tutto finisca in fretta. Nessuno sarebbe piu’ costretto a ritrovarsi a pregare, nella speranza di essere ascoltati, nella speranza che il barlume di vita che resta in quel corpo svuotato se ne vada, dando a lei la pace e ai parenti il permesso di cominciare finalmente a piangere. E di smetterla di agire, parlare e comportarsi come se non fossero piu’ loro. Perche’ non e’ solo la persona malata imprigionata in quel letto ad essere irriconoscibile. Lo sono anche coloro che ha intorno. Stupidamente, malgrado quanto vedono e sanno e sentono, continuano ad illudersi. Arrivano a meravigliarsi dei segnali infimi e rari lanciati dal guscio vuoto, segnali che non significano niente eppure che, in alcuni di loro, accendono una speranza che, inconsciamente, non c’e’ mai stata. Notare quei segnali infimi mette in luce tutta la disperazione di chi e’ intorno a quel letto. Se la testa viene mossa di due centimetri, se gli occhi roteano di un soffio all’udire il proprio nome, se la lingua gorgoglia una parola incomprensibile: ogni dettaglio viene notato, accolto con sollievo, esaltato. Poi arriva il medico e spegne ogni entusiasmo, ed e’ a quel punto che chi e’ rimasto impassibile di fronte a quei miseri segnali puo’ rilassarsi: non c’e’ nulla di peggiore del contrasto tra un corpo che sta morendo e gli occhi bendati di parenti che continuano a sperare.
In tutto questo, mentre un cadavere con un cuore che batte continua ad essere tenuto a forza su quel letto, mentre la sacca dell’alimentazione continua a sparargli in vena energie che non servono piu’, chi ruota intorno a tutto questo viene sottoposto alla meravigliosa e squallida tiritera del “la natura deve fare il suo corso”. Eppure, non c’e’ nulla di naturale in quanto sta accadendo.

Author: Juana
• mercoledì, gennaio 06th, 2010

La nuova camera nella quale ci hanno spostate ieri e’ un cubo di 5 metri per 5 in cui manca la luce e le cui finestre si affacciano su uno scuro cortile a ridosso della collina. Ad occupare questa trappola insieme a noi ci sono altre due ammalate. La prima, una vispa settantenne che si lagna continuamente ed e’ sempre incazzata col mondo. Madre di un sacerdote, bestemmia tutto il santo giorno servendosi di un vocabolario piuttosto ricco e fantasioso (anche di fronte al figlio); l’altra, sessantaseienne reduce da continui ricoveri in Psichiatria, dorme tutto il tempo, ronfando ad una potenza pari a 2mila db, e, quando si sveglia, la prima azione che compie e’ sempre suonare il campanello. E’ sempre convinta di essersi bagnata il pannolone, infatti, anche quando e’ asciutta. In sole quattro ore, ieri pomeriggio, ha fatto accorrere le infermiere per ben 5 volte. Oggi siamo a quota 25. E le infermiere, sorprendentemente, sono sempre arrivate. Perche’, a differenza del reparto da cui veniamo, Medicina Generale, qui il personale funziona. A dispetto dello stabile fatiscente, cimelio dei gloriosi Anni ‘40 – e a dispetto della signora con la vescica psicotica che grida sempre ‘Al lupo, al lupo!’ ma poi il lupo-pipi’ non c’e’ mai! – il personale e’ efficiente. E’ pronto ad accorrere in qualunque momento. E, incredibile dictu, e’ sempre gentile.

Trascorrere giornate intere nel medesimo ambiente e in compagnia delle medesime persone – in questo caso, malate – porta al crearsi di strani legami. Essere l’unica presenza costante capace di alzarsi, entrare e uscire a piacimento dall’ospedale – ovvero, l’unica ’sana’ – rende tacitamente responsabili. Poco a poco, senza neppure rendertene conto, sei spinto a dare una mano anche alle altri ospiti. Dopo un mese, quei gesti che prima non avresti mai fatto tanto spontaneamente, li fai. Far bere un bicchiere d’acqua, far ingollare la cura, dare un minuto di supporto, passare un fazzoletto in caso di crisi, sistemare apparati e strumenti: accorri per tutto, senza arricciare il naso, senza infilarti i guanti. Non provi piu’ repulsione verso niente.
Una simile collaborazione tacita porta, per l’appunto, all’instaurarsi di un legame particolare e possibile solo entro i confini di un ospedale. Disquisisci con la signora ammalata di broncopolmonite sul perche’ la sua ventennale tv portatile abbia smesso di funzionare proprio ora – mentre il suo Nokia antediluviano privo di vibracall strilla di continuo, manco fosse un call-centre; impari a far finta di nulla mentre l’anzianona con l’ulcera sbrana il suo budino al cioccolato – probabilmente finito nel suo vassoio per errore, essendo lei diabetica – e subito dopo riempie l’aria di vibranti detonazioni, conquistandosi magna cum laude il titolo di Pumbaa; ridi con Carmine, che solo per uno scherzo del dialetto locale non si chiama piu’ Carmen, quando si lamenta della sua badante, uscita da appena mezz’ora ma per lei tenuta a tornare gia’ li’, nonostante la notte da lei passata in ospedale a vegliarla; ti intenerisci alla vista di Maria Pia, un’anziana con sindrome di Down, quando sorride a una tua carezza o ti chiama con gli occhi; e, naturalmente, fai una smorfia quando una qualunque di loro sale sulla sua sedia a rotelle e se ne va, pronta a tornare a casa e a riprendere con la sua solita vita. Perche’ ogni saluto e’ un addio e perche’ ognuna di loro lascera’ un piccolo vuoto, in quella stanza. Hanno fatto parte della tua vita e tu hai fatto parte della loro nei confini della (per loro) breve parentesi del ricovero. Fai una smorfia amara perche’ sai che tu e il tuo malato, invece, non varcherete mai quella porta o, per lo meno, non nel modo in cui l’hanno varcata le altre. E mentre le saluti e le vedi andare via, aspetti. Ti chiedi chi occupera’ adesso quel letto, in che condizioni sara’. Perche’ in poche settimane hai assistito a saluti festosi cosi’ come a volti grigi portati via in barella e coperti da un lenzuolo divenuto d’improvviso un sudario. Aspetti e svuoti la mente. I tuoi occhi hanno imparato presto a non guardare altro che il presente e cio’ che hanno davanti sul momento. La mente non torna indietro e non va avanti. E’ l’unico modo che ha per continuare a funzionare come si deve. Resta fredda, pratica, razionale. Comanda movimenti precisi, parole precise. Fuori di li’, l’etichetta che verrebbe affibbiata ad un simile modo di fare sarebbe ricca di aggettivi affettuosi come ‘cinica’, ‘distaccata’, ‘automatica’. Entro quelle quattro mura, pero’, essa diventa ‘giusta’. Il panico intralcerebbe il lavoro, proprio e del personale addetto. Una presa di coscienza immediata del problema da’ invece l’input per una reazione pratica e una spiegazione concisa, velocizzando l’intervento degli addetti, che sanno cosi’ quanto e’ successo e cosa fare. E’ uno dei dettagli che si apprendono vivendo in ospedale: restare calmi e guardare al presente senza porsi domande, anche quando ti rendi conto che la mente se le pone lo stesso, lasciandole pero’ senza risposta. Perche’ a 90 anni ci si lamenta di voler tornare subito a casa, ben sapendo che ci si tornera’ presto e piu’ in salute di prima, mentre a 58 non si puo’ pretendere nessuna delle due cose?

Finche’ non ti ritrovi in mezzo a persone in la’ con l’eta’, non focalizzi quanto la tua percezione della lingua parlata sia mutata negli anni. I primi giorni fai quasi fatica a seguire l’ebollizione di parole eruttate dalla bocca di questa o quell’altra vecchietta. Ti stupisci nel vedere come l’assistente rumena, in Italia da soli tre mesi, capisca quel concentrato di dialetto che tu, invece, fai fatica a seguire. Poi l’orecchio si abitua, torna ‘a casa’. Con la stessa scioltezza con cui fino ad un mese fa captava l’incomprensibile mancuniano, il tuo orecchio capta ora termini mai sentiti dell’ascolano. San Benedetto, Fermo, Ascoli e Offida: non avevi mai notato quanto i loro dialetti fossero simili, di primo acchito, eppure con sfumature tanto diverse.

La nuova camera nella quale ci hanno spostate ieri e’ un cubo di 5 metri per 5 in cui manca la luce, ma nella quale si puo’ godere della gentilezza del personale. Il cinismo irritante e il menefreghismo a cui eravamo state soggette fino a ieri e’ rimasto fortunatamente al piano di sopra. In un reparto come quello, in cui la meta’ degli ammalati finisce per morire, ci si aspetta distacco, certo, ma anche professionalita’ e umanita’. Tutto cio’ a cui si assiste di sopra e’, invece, disorganizzazione, competizione e scostanza. In un reparto come quello attuale, in cui la meta’ degli ammalati tornera’ a casa sana come un pesce, c’e’ invece tutto cio’ che al piano superiore sarebbe indispensabile e manca. Avro’ tempo di riflettere bene su questo paragone, non appena la vicenda sara’ chiusa. Per ora si pensa al presente e a cio’ che abbiamo ottenuto con questo trasferimento. L’ambiente catapulta indietro di 60 anni, ma almeno c’e’ cio’ che serve. Dalla nostra esperienza al piano di sopra, abbiamo imparato che c’e’ di peggio.