Archive for ◊ agosto, 2007 ◊

Author: Juana
• domenica, agosto 19th, 2007

Le auto oggi sono diventate indispensabili strumenti della vita quotidiana. Ci accompagnano dove vogliamo, ci sono sempre quando ci servono, se dai loro la “broda” di tanto in tanto, camminano in eterno (o, almeno, fino al successivo tagliando). Alcuni le viziano, altri le coccolano, altri ancora ci parlano. Sono amiche, punti di riferimento, case su ruote. E, proprio perché sedi staccate di appartamenti o uffici (come nel caso degli agenti di commercio), le si dota di ogni comfort. Cuscini, frigoriferi portatili, tendine, anche se l’addobbo più diffuso resta il classico peluche. Di ogni colore, forma e dimensione, sono i peluches ad abitare le auto femminili e anche quelle maschili (quando lo spazio sulle prime è terminato o le prime non ci sono). Topi grandi come orsi bruni rispondenti a nome Diddl, canarini catarifrangenti chiamati Tweety, sosia di bestie impagliate dal marchio Trudi. Collocati rispettivamente sul sedile posteriore di una 500, attaccato al vetro di una Smart, disposti a ridosso del lunotto di una Punto.
Non importa quanto siano grandi, quanto spazio ci sia effettivamente per loro, quanto siano pericolosi. DEVONO esserci, per farci compagnia mentre guidiamo e rallegrarci, anche se, a conti fatti, sono buoni solo per provocare incidenti e raccogliere polvere (e anche sottrarre completamente uno striminzito quinto posto come nel caso di una Yaris o di una Lupo).
Chi ha un bisogno particolare di averli accanto, li mette ciondoloni appesi allo specchietto. Non è un problema il fatto che divorino la metà del cruscotto, che ballino tutto il tempo accanto all’orecchio come marionette dotate di vita propria, o che sotto il loro peso lo specchietto guardi fisso alla leva del cambio. DEVONO esserci, appunto.
Ho visto vetture nelle quali la visibilita’ era a dir poco impossibilitata da tonnellate di peli sparse su sedili, cappelliere e cruscotti. Ho notato vetri affogati da decine di bestie a ventosa che rendevano l’abitacolo claustrofobico. Una volta io stessa mi sono ritrovata a disintrecciare la leva del cambio da una specie di orso attaccato ad esso con un laccio che, naturalmente, rendeva assolutamente impossibile l’inserimento della retromarcia. Venni addirittura biasimata per la scelta di schiaffarlo nel bagagliaio: l’estetica dell’auto, grazie alla mia scelta, sembrava ne fosse uscita seriamente compromessa.
Sarebbe interessante eseguire un’analisi statistica degli incidenti cittadini e notare in quanti di essi appaiono i micidiali peluches. Non per essere razzisti nei confronti di quelle innocenti masse di pelo, ma nel caso in cui un tamponamento avesse come coprotagonista un’intera famiglia di Nici appesa allo specchietto retrovisore e questo fosse girato a guardare l’infinito, tutto tornerebbe.
Ad essere sinceri, tuttavia, pur ricorrenti i peluches non sono l’unica decorazione presente nelle auto. Non dimentichiamoci, infatti, dei famosi “santini”. Adesivi, gommati, magnetici, fluorescenti, loro sono li’, a vegliare sul tuo viaggio mentre tu, reso sicuro da essi, ti lanci a 180 in autostrada confidando a occhi chiusi nel miracolo. Più santini hai, più miracoli ottieni. Un po’ come il 3×2 al supermercato. Se, poi, per qualche motivo dovessi ugualmente avere un incidente, puoi sempre riportarli in chiesa e appellarti alla legge del “soddisfatti o rimborsati”.
E chi non ne ha? E’ costretto a sottostare perennemente alla minaccia di un incidente perche’ non protetto dalla forza miracolosa di una placca in metallo appiccicata in un punto qualsiasi dell’auto? Certo che no. Certo che no, per il semplice motivo che praticamente nessuno si azzarda a mettere in moto senza aver portato a bordo almeno un cornetto. Anche insospettabili utilitarie dall’aria neutra in verita’ nascondono nei meandri dei propri cassettini qualche talismano inaspettato. Come nel mio caso, sebbene non per mia volonta’. D’altra parte, e’ uno dei piccoli scotti da pagare per l’usufrutto di un’auto non mia. Grazie a tale piccolo scotto, dunque, sono “protetta” anch’io. Ho in macchina con me nientepocodimeno che… il sale benedetto! È l’ultimo esemplare della sua specie, una bustina benedetta negli Anni ’70 per un’allora neopatentata desiderosa di protezione. Meraviglia religiosa, dunque? No, frutto di un’ossessivo inseguimento abbinato a richiesta di benedizione per liberarsi dei quali il povero sacerdote non pote’ far altro che obbedire.
Personalmente, mi sono ormai assuefatta all’idea, e convivo con tale prodigioso sale “benedetto”, un gobbo, una coda di tasso, un corno e un crocefisso tranquillamente. Tanto, sono ben nascosti in un cassettino.

Juana

Author: Juana
• mercoledì, agosto 15th, 2007

Ieri sera e’ stata la fatidica, attesa notte di Ferragosto. Meta’ citta’ si e’ riversata lungo il litorale, nelle discoteche, negli stabilimenti balneari, l’altra meta’ ha festeggiato beata nei letti l’arrivo dell’alba. Io ho fatto parte di questa seconda categoria, e in proposito vorrei ringraziare i prodi organizzatori del concerto dell’area Ex-camping nonche’ i vari stabilimenti per essersi dilettati in musica, canti e balli fin quasi a stamattina. Io, cosi’ come tutti gli altri concittadini pigri che sono rimasti a casa, siamo stati davvero felici di ascoltare della sana musica gratuita per tutta la notte, pur avendo deciso di non restare svegli. Si sa, sono incidenti di percorso che capitano: manopole del volume e altoparlanti tendono a muoversi e a spostarsi da se’, creando un disturbo della quiete pubblica sicuramente non preventivato.
Chiusa la piccola parentesi dei ringraziamenti, fatti gli auguri a quelli ricoverati d’urgenza in ospedale per le cause piu’ disparate, e fatte le felicitazioni a tutte le future neomamme, procedo.
Mi e’ capitato di “fare l’alba di Ferragosto” due volte, e mi sono bastate per una vita intera. Mi e’ bastato cio’ che ho visto, mi e’ bastato il freddo che ho provato, mi e’ bastato il materiale raccolto sulla fauna animalesca che ha circondato me e i miei poveri compagni di avventura (o, forse, sarebbe piu’ giusto dire sventura?).
Si parte da casa alle ventitre’, con lo zaino in spalla, due sacchi con le coperte e infiniti sacchi di cibi e bevande rigorosamente analcoliche. Qualcuno, ingenuamente, propone di portare con noi una chitarra, ma sa gia’ che le dita congeleranno molto prima di riuscire ad impostare il primo accordo, percio’ l’idea viene accantonata. Inoltre, saremo talmente circondati da Guccini improvvisati da avere la nausea di chitarra, musica e canto gia’ a mezz’ora dal nostro arrivo.
Pensare di usufruire delle spiagge pubbliche di San Benedetto e’ ridicolo: strette, poche e corte, nonche’ piene di ragazzini che, non potendo allontanarsi molto per via dell’assenza di mezzi di trasporto, fanno di tali striminziti appezzamenti il loro regno indiscusso, con tanto di angolo cottura (e relativi fuocherelli), camera (si spera, inutilmente, con le dovute precauzioni) e bagno (meglio se a ridosso di uno stabilimento, cosi’ da essere mascherati da ombrelloni e lettini, per la goia degli occupanti che la mattina dopo ne usufruiranno).
L’alternativa alla bolgia minorile presente a San Benedetto e’ la spiaggia che si estende tra Martinsicuro e Villarosa, in Abruzzo. Grande abbastanza da contenere comodamente tutti, lontana a sufficienza da scoraggiare i motorino-muniti, sfigata al punto da disgustare i piu’. E’ li’ che prendiamo posto, non senza guardare con apprensione la nostra auto, lasciata nel mezzo di una piazzola di sosta in balia di coloro che, arrivata la mattina, avranno il cervello troppo impastato per riuscire a guidare senza lasciare segni zorreschi sulle altrui fiancate.
Come previsto, la spiaggia e’ abitata a chiazze. Un gruppo laggiu’, vicino al bagnasciuga, un altro dietro, vicino alle siepi, un altro ancora a destra, a ridosso del torrente. Per noi, tutto lo spazio del mondo. Tiriamo fuori le nostre coperte, disponiamo agli angoli bottiglie su bottiglie per impedire al vento di farle volare via, inforchiamo gli occhiali da sole anche se e’ notte per frenare la sabbia e non giocarci gli occhi. Perfetto, siamo pronti! Sembra di essere sulla punta del Monte Vettore, ma non fa niente: siamo in spiaggia e stiamo facendo l’alba anche noi!
Passa mezz’ora, ci guardiamo intorno. Cerchiamo idee per impiegare il tempo visto che, passati soli trenta minuti, ci siamo gia’ rotti le scatole di starcene senza far niente. Il gruppo sul bagnasciuga ha issato una specie di enorme tenda indiana e ha acceso un rogo, piu’ che un fuoco. In una sorta di danza propiziatoria, i ragazzini che tale tendone abitano hanno iniziato a girare intorno alle fiamme con le birre in mano. Sembrano un branco di Pellerossa impazziti. Poco piu’ in la’ uno dei loro compagni, gia’ bello che andato, si da’ da fare per innaffiare e concimare le siepi, con sommo disappunto della coppietta che sosta li’ sotto.
Mangiamo qualche snack al sapore di sabbia, il vento non vuol saperne di fermarsi. Con indosso due magliette, una felpa e un giubbetto stiamo letteralmente congelando. Togliamo due coperte da terra e le usiamo su di noi. Ci chiediamo se arriveremo al mattino vivi o se ritroveranno quattro ragazzi congelati.
Passano altre due ore, e’ ormai chiaro anche a noi che senza alcool la nottata non puo’ funzionare. Siamo gli unici cretini che riescono a non divertirsi. Forse avremmo dovuto dare ascolto alle masse e farcire gli zaini di birre, liquori, e anche di qualche sostanza. A quel punto si’ che la noia se ne sarebbe andata!
Sonnecchiamo, ci svegliamo, guardiamo i ragazzini-indiani decimati e sparsi come mosche morte intorno al fuoco ormai ridotto a poche braci. Sembriamo quattro vecchietti cacciati da un ospizio e rimasti senza tetto. Che vergogna, agli occhi di chi si sta divertendo!
Arrivate le tre del mattino non riusciamo piu’ neppure a comunicare. La bocca e’ impastata, le labbra sono congelate, il sonno blocca qualunque ragionamento, portandoci a parlare come Eta Beta.
Alle quattro, inaspettato e non richiesto, ci viene offerto uno spettacolo hard a pochi metri di distanza. Uno spettacolo vietato ai minori ma interpretato da due minorenni. Sembrerebbe una vera e propria missione di soccorso: la ragazzina, disperata, cerca di rianimare in ogni modo il cavaliere sotto di lei il quale, disteso a X sul bagnasciuga, non da’ segni di vita. Ingenuamente noi, unici retrogradi rimasti lucidi e vigili, sulle prime pensiamo che lui si stia davvero sentendo male e riflettiamo se accorrere o no. Poi vediamo la ragazzina adoperarsi esplicitamente per rianimare un aspetto ben preciso del ragazzino, e capiamo che e’ il caso di non intrometterci.
Finalmente l’orologio si sposta sulle sei e l’aurora inizia ad essere soppiantata dalla luce dell’alba. Intorno a noi, uno scenario degno della Guerra di Secessione: stuoli di valorosi confederati annientati e battuti da miserabili bottiglie yankee. L’alcool ha avuto la meglio, e tutto il piacere provato nella notte, mentre noi pensionati morivamo di sonno e di noia, si e’ trasformato ora in emicrania. La crocerossina del bagnasciuga e’ poco piu’ in la’ che scuote la testa e piange disperata, consolata da un’amica che a stento si regge in piedi. La sua missione di soccorso e’ stata utile, peccato che non ricordi piu’ a quale dei moribondi abbia prestato servizio. Vedendola, siamo sadicamente tentati di indicarle il volto del possibile, futuro papa’, poiche’ noi lo ricordiamo. E’ a pochi passi da lei, in un altro gruppo, che si fuma ignaro la sua canna guardando beato l’alba sugli scogli. Per quel che ricorda, potrebbe anche credere di aver semplicemente dormito tutto il tempo.
Raccogliamo le nostre cose, pronti ad abbandonare la spiaggia. Ci facciamo strada tra una chiazza e l’altra, testimonianze ancora fresche di quella che e’ stata la notte piu’ “in” dell’estate, e raggiungiamo la macchina. Di andare al mare a San Benedetto non se ne parla, non dopo quello che abbiamo visto nelle precedenti otto ore. Certo, non neghiamo che sarebbe divertente vedere come i bagnanti di Ferragosto affronteranno lo sporco che regna sovrano su lettini e sdraio, ma non ne varrebbe la pena. A me e’ stato sufficiente il ricordo dell’anno precedente, quando vidi delle anziane camminare in acqua, nello stesso punto in cui appena due ore prima un gruppo di cavalli aveva lasciato dei souvenir. Sentirle, poi, esclamare: “Com’e’ viscida la sabbia, qui!” e’ stato il massimo.
15 agosto 2007. E’ ormai mezzogiorno e sono a casa. Meta’ popolazione, quella della notte nel letto, e’ in spiaggia; l’altra meta’, quella della notte in spiaggia, e’ nel letto. Abbandonera’ le coperte quando per noialtri sara’ l’ora di cena, neanche troppo cosciente di non essere vissuta per un giorno intero, neanche troppo grata per essere sopravvissuta alla nottata fuori. Le ambulanze nelle strade, stanotte, sono state incalcolabili. E per molti degli occupanti non c’e’ stata rianimazione o crocerossina che tenga.

Juana

Author: Juana
• lunedì, agosto 13th, 2007

Sono figlia di un padre con l’arte innata delle buche. Non buchette da pochi centimetri scavate sul bagnasciuga, bensi’ buche nel pieno della spiaggia, talmente profonde da seppellire abbondantemente me, bimba di un metro e un succo di frutta. Buche che, se coperte a mo’ di trappole, non si sarebbero limitate a provocare al singolo vecchietto una slogatura, bensi’ ad intrappolarne una decina per disintrecciare le ossa dei quali sarebbe occorso un esperto del cubo di Rubik.
Filosofia da bagnasciuga, parte III. Inizia qui, da questo ricordo scaturito dall’osservare i papa’ in spiaggia. Pochi a fare buche (piccole, a riva), moltissimi a costruire castelli. Da li’ mi e’ tornata in mente l’epoca d’oro delle trincee scavate col mio, di papa’. E, osservando i padri adoperarsi per rendere perfetto un aborto di sabbia che i figli stessi spesso guardano con sospetto, mi e’ tornata in mente anche l’espressione soddisfatta del mio alla vista della buca, profonda e ormai colma d’acqua.
Cosi’ e’ scattata, pericolosa e temibile, la solita domanda: perche’? Perche’ i padri di fronte a secchielli, palette, rastrelli e formine perdono la testa? Sembrerebbe quasi che trovino piu’ diletto loro nell’utilizzarli di quanto non possano intravederne i figli, ma sara’ poi vero? Quegli sguardi accesi ed esagitati saranno sintomo di divertimento con speranza di contagio (verso i bimbi) o pericoloso segno di divertimento spontaneo e personale di bimbi troppo cresciuti?
Di fronte all’idea dei castelli di sabbia, tutti diventano ingegneri edili. Ingegneri edili di opere che, alla prima onda, si distruggono e scompaiono come se non fossero mai esistiti. Una fortuna, che siano soltanto ingegneri della sabbia, altrimenti ci saremmo ritrovati sepolti dalle nostre stesse case alla minima scossa di assestamento.
Armati di palette e rastrelli, i papa’ invitano con frasi lungimiranti e cantilenanti i bimbi ad adoperarsi per iniziare l’opera monumentale: “Guarda quant’e’ bello il secchiello di Nemo, lo proviamo?” oppure “Come scava bene questo rastrello, costruiamo?” senza capire che al bimbo di secchi e palette non frega un accidente e l’unica cosa a cui magari mirano e’ il canotto da duecento euro del vicino di ombrellone. Prima che scatti la fatale domanda “Papa’, me lo compri?”, i papa’ si fiondano sul bagnasciuga e iniziano a scavare come il commissario Rex quando fiuta una prova. I bambini, rassegnati, si avvicinano con fare da adulti e accontentano il genitore, iniziando pigramente a creare un instabile muro di cinta.
Con fare certosino, i bambini grandi scolpiscono, raschiano, rifiniscono. Con la lingua tra i denti, la fronte corrugata e l’aria assorta di chi sta facendo molto, portano a compimento quello che ai loro occhi e’ il Neuschwanstein del nuovo millennio.
Ma i bambini, poi, malgrado i musi lunghi, si divertiranno davvero? Certamente. Cosa puo’ esserci di meglio di una tale complicita’? L’adulto obnubila il vero se’ stesso, dimentica l’eta anagrafica, il luogo pubblico, la posizione sociale e si dedica completamente al figlio e alla loro comune attivita’ costruttiva, apprezzata o no dai piccoli. E lo spettacolo che ne deriva non puo’ che essere insieme divertente e affascinante.
Reso in parole matematiche (passaggio obbligato, sembra, in tutte le riflessioni partorite in spiaggia):

“Le capacita’ ingegneristico-architettoniche dei padri sono inversamente proporzionali all’interesse e all’eta’ dei figli”

con relativo corollario:

“La grandezza e la magnificenza delle costruzioni di sabbia e’ direttamente proporzionale alla noia dei figli che assistono alla loro edificazione”

Juana

Author: Juana
• lunedì, agosto 06th, 2007

Filosofia da bagnasciuga, parte II. Guardandomi intorno noto un incremento esponenziale di natiche al vento e, con esso, avverto il rigetto dei poveri Pan Di Stelle ingeriti a colazione. Si, perché tale numero, in crescita con l’avvicinarsi del Ferragosto e con l’aumento dei turisti, non è mai supportato da chi può permettersi di incrementare il numero stesso.
Vedendo donne non più giovani, in alcuni casi addirittura nonne, esporre in vetrina merce che farebbero bene a tenere nascosta in magazzino, ai due temerari del bagnasciuga, me e Stefano, è venuto da pensare: perché lo fanno? Gli specchi sono parte integrante delle case ormai da secoli, perché non se ne servono prima di scendere in spiaggia?
Perché lo fanno, ma a noi non lo daranno mai a vedere, e quelle matasse di cellulite al vento ne sono una prova. È come se tali donne fossero coscienti dell’instabilità strutturale delle loro parti basse ma, desiderose di ottenere apprezzamenti e consensi pur conscie di poter aspirare al massimo a qualche bontempone settantenne, sfoggiano quanto di peggio hanno da sfoggiare, con tutte le conseguenze del caso sugli stomaci del resto della spiaggia. A quel punto qualche consenso, sporadico, ultrasessantenne, arriva, e loro si sentono piacevolmente appagate anche se intimamente insoddisfatte di non aver raggiunto il target che si erano prefissate a casa mentre, davanti allo specchio, facevano della mutanda un perizoma improvvisato.
Come conseguenza di questo esibizionismo voluto arriva lo spirito di emulazione (“La mia chiappa è più bella della tua, perciò la sfoggio anch’io!”), che porta all’incremento esponenziale di deretani al vento di cui parlavo all’inizio. Immediatamente dopo lo spirito di emulazione c’è quello di competizione (“La mia chiappa è SENZ’ALTRO più bella della tua, e ora te lo dimostro!”). Scatta percio’ un ancheggiamento che vorrebbe essere provocante ma che come unico risultato provoca un ondeggiamento in perfetta sintonia degli stomaci di chi assiste, già messi a dura prova dalla semplice esposizione di quei concentrati di mancato Somatoline.
Alla luce di tutto, interviene in mio aiuto il matematico che c’è in Stefano, che si preoccupa di trasformare in teorema ciò che io ho spiegato con parole elementari:

Teorema:
La superficie posteriore del costume femminile è inversamente proporzionale alla quantità di cellulite presente nel posteriore di chi lo indossa.

Corollario 1:
Il numero di natiche scoperte presenti in una spiaggia è inversamente proporzionale al numero di persone che se lo possono permettere.

Corollario 2:
L’ampiezza dell’oscillazione delle natiche scoperte è direttamente proporzionale alla bruttezza delle natiche stesse (o inversamente proporzionale alla bellezza delle natiche stesse).

Naturalmente può esserci sempre l’anomalia: un culo scoperto ben fatto intervenuto a disturbare lo sfoggio dei colleghi distrutti fungerà da parafulmine e attirerà su di sé gli sguardi di quei trentenni che suddetti colleghi sfasciati hanno invano agognato di raggiungere, arrivando a slogarsi il femore a furia di oscillare.

Juana