Le auto oggi sono diventate indispensabili strumenti della vita quotidiana. Ci accompagnano dove vogliamo, ci sono sempre quando ci servono, se dai loro la “broda” di tanto in tanto, camminano in eterno (o, almeno, fino al successivo tagliando). Alcuni le viziano, altri le coccolano, altri ancora ci parlano. Sono amiche, punti di riferimento, case su ruote. E, proprio perché sedi staccate di appartamenti o uffici (come nel caso degli agenti di commercio), le si dota di ogni comfort. Cuscini, frigoriferi portatili, tendine, anche se l’addobbo più diffuso resta il classico peluche. Di ogni colore, forma e dimensione, sono i peluches ad abitare le auto femminili e anche quelle maschili (quando lo spazio sulle prime è terminato o le prime non ci sono). Topi grandi come orsi bruni rispondenti a nome Diddl, canarini catarifrangenti chiamati Tweety, sosia di bestie impagliate dal marchio Trudi. Collocati rispettivamente sul sedile posteriore di una 500, attaccato al vetro di una Smart, disposti a ridosso del lunotto di una Punto.
Non importa quanto siano grandi, quanto spazio ci sia effettivamente per loro, quanto siano pericolosi. DEVONO esserci, per farci compagnia mentre guidiamo e rallegrarci, anche se, a conti fatti, sono buoni solo per provocare incidenti e raccogliere polvere (e anche sottrarre completamente uno striminzito quinto posto come nel caso di una Yaris o di una Lupo).
Chi ha un bisogno particolare di averli accanto, li mette ciondoloni appesi allo specchietto. Non è un problema il fatto che divorino la metà del cruscotto, che ballino tutto il tempo accanto all’orecchio come marionette dotate di vita propria, o che sotto il loro peso lo specchietto guardi fisso alla leva del cambio. DEVONO esserci, appunto.
Ho visto vetture nelle quali la visibilita’ era a dir poco impossibilitata da tonnellate di peli sparse su sedili, cappelliere e cruscotti. Ho notato vetri affogati da decine di bestie a ventosa che rendevano l’abitacolo claustrofobico. Una volta io stessa mi sono ritrovata a disintrecciare la leva del cambio da una specie di orso attaccato ad esso con un laccio che, naturalmente, rendeva assolutamente impossibile l’inserimento della retromarcia. Venni addirittura biasimata per la scelta di schiaffarlo nel bagagliaio: l’estetica dell’auto, grazie alla mia scelta, sembrava ne fosse uscita seriamente compromessa.
Sarebbe interessante eseguire un’analisi statistica degli incidenti cittadini e notare in quanti di essi appaiono i micidiali peluches. Non per essere razzisti nei confronti di quelle innocenti masse di pelo, ma nel caso in cui un tamponamento avesse come coprotagonista un’intera famiglia di Nici appesa allo specchietto retrovisore e questo fosse girato a guardare l’infinito, tutto tornerebbe.
Ad essere sinceri, tuttavia, pur ricorrenti i peluches non sono l’unica decorazione presente nelle auto. Non dimentichiamoci, infatti, dei famosi “santini”. Adesivi, gommati, magnetici, fluorescenti, loro sono li’, a vegliare sul tuo viaggio mentre tu, reso sicuro da essi, ti lanci a 180 in autostrada confidando a occhi chiusi nel miracolo. Più santini hai, più miracoli ottieni. Un po’ come il 3×2 al supermercato. Se, poi, per qualche motivo dovessi ugualmente avere un incidente, puoi sempre riportarli in chiesa e appellarti alla legge del “soddisfatti o rimborsati”.
E chi non ne ha? E’ costretto a sottostare perennemente alla minaccia di un incidente perche’ non protetto dalla forza miracolosa di una placca in metallo appiccicata in un punto qualsiasi dell’auto? Certo che no. Certo che no, per il semplice motivo che praticamente nessuno si azzarda a mettere in moto senza aver portato a bordo almeno un cornetto. Anche insospettabili utilitarie dall’aria neutra in verita’ nascondono nei meandri dei propri cassettini qualche talismano inaspettato. Come nel mio caso, sebbene non per mia volonta’. D’altra parte, e’ uno dei piccoli scotti da pagare per l’usufrutto di un’auto non mia. Grazie a tale piccolo scotto, dunque, sono “protetta” anch’io. Ho in macchina con me nientepocodimeno che… il sale benedetto! È l’ultimo esemplare della sua specie, una bustina benedetta negli Anni ’70 per un’allora neopatentata desiderosa di protezione. Meraviglia religiosa, dunque? No, frutto di un’ossessivo inseguimento abbinato a richiesta di benedizione per liberarsi dei quali il povero sacerdote non pote’ far altro che obbedire.
Personalmente, mi sono ormai assuefatta all’idea, e convivo con tale prodigioso sale “benedetto”, un gobbo, una coda di tasso, un corno e un crocefisso tranquillamente. Tanto, sono ben nascosti in un cassettino.
Juana

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