Sono figlia di un padre con l’arte innata delle buche. Non buchette da pochi centimetri scavate sul bagnasciuga, bensi’ buche nel pieno della spiaggia, talmente profonde da seppellire abbondantemente me, bimba di un metro e un succo di frutta. Buche che, se coperte a mo’ di trappole, non si sarebbero limitate a provocare al singolo vecchietto una slogatura, bensi’ ad intrappolarne una decina per disintrecciare le ossa dei quali sarebbe occorso un esperto del cubo di Rubik.
Filosofia da bagnasciuga, parte III. Inizia qui, da questo ricordo scaturito dall’osservare i papa’ in spiaggia. Pochi a fare buche (piccole, a riva), moltissimi a costruire castelli. Da li’ mi e’ tornata in mente l’epoca d’oro delle trincee scavate col mio, di papa’. E, osservando i padri adoperarsi per rendere perfetto un aborto di sabbia che i figli stessi spesso guardano con sospetto, mi e’ tornata in mente anche l’espressione soddisfatta del mio alla vista della buca, profonda e ormai colma d’acqua.
Cosi’ e’ scattata, pericolosa e temibile, la solita domanda: perche’? Perche’ i padri di fronte a secchielli, palette, rastrelli e formine perdono la testa? Sembrerebbe quasi che trovino piu’ diletto loro nell’utilizzarli di quanto non possano intravederne i figli, ma sara’ poi vero? Quegli sguardi accesi ed esagitati saranno sintomo di divertimento con speranza di contagio (verso i bimbi) o pericoloso segno di divertimento spontaneo e personale di bimbi troppo cresciuti?
Di fronte all’idea dei castelli di sabbia, tutti diventano ingegneri edili. Ingegneri edili di opere che, alla prima onda, si distruggono e scompaiono come se non fossero mai esistiti. Una fortuna, che siano soltanto ingegneri della sabbia, altrimenti ci saremmo ritrovati sepolti dalle nostre stesse case alla minima scossa di assestamento.
Armati di palette e rastrelli, i papa’ invitano con frasi lungimiranti e cantilenanti i bimbi ad adoperarsi per iniziare l’opera monumentale: “Guarda quant’e’ bello il secchiello di Nemo, lo proviamo?” oppure “Come scava bene questo rastrello, costruiamo?” senza capire che al bimbo di secchi e palette non frega un accidente e l’unica cosa a cui magari mirano e’ il canotto da duecento euro del vicino di ombrellone. Prima che scatti la fatale domanda “Papa’, me lo compri?”, i papa’ si fiondano sul bagnasciuga e iniziano a scavare come il commissario Rex quando fiuta una prova. I bambini, rassegnati, si avvicinano con fare da adulti e accontentano il genitore, iniziando pigramente a creare un instabile muro di cinta.
Con fare certosino, i bambini grandi scolpiscono, raschiano, rifiniscono. Con la lingua tra i denti, la fronte corrugata e l’aria assorta di chi sta facendo molto, portano a compimento quello che ai loro occhi e’ il Neuschwanstein del nuovo millennio.
Ma i bambini, poi, malgrado i musi lunghi, si divertiranno davvero? Certamente. Cosa puo’ esserci di meglio di una tale complicita’? L’adulto obnubila il vero se’ stesso, dimentica l’eta anagrafica, il luogo pubblico, la posizione sociale e si dedica completamente al figlio e alla loro comune attivita’ costruttiva, apprezzata o no dai piccoli. E lo spettacolo che ne deriva non puo’ che essere insieme divertente e affascinante.
Reso in parole matematiche (passaggio obbligato, sembra, in tutte le riflessioni partorite in spiaggia):
“Le capacita’ ingegneristico-architettoniche dei padri sono inversamente proporzionali all’interesse e all’eta’ dei figli”
con relativo corollario:
“La grandezza e la magnificenza delle costruzioni di sabbia e’ direttamente proporzionale alla noia dei figli che assistono alla loro edificazione”
Juana

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