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Author: Juana
• mercoledì, agosto 15th, 2007

Ieri sera e’ stata la fatidica, attesa notte di Ferragosto. Meta’ citta’ si e’ riversata lungo il litorale, nelle discoteche, negli stabilimenti balneari, l’altra meta’ ha festeggiato beata nei letti l’arrivo dell’alba. Io ho fatto parte di questa seconda categoria, e in proposito vorrei ringraziare i prodi organizzatori del concerto dell’area Ex-camping nonche’ i vari stabilimenti per essersi dilettati in musica, canti e balli fin quasi a stamattina. Io, cosi’ come tutti gli altri concittadini pigri che sono rimasti a casa, siamo stati davvero felici di ascoltare della sana musica gratuita per tutta la notte, pur avendo deciso di non restare svegli. Si sa, sono incidenti di percorso che capitano: manopole del volume e altoparlanti tendono a muoversi e a spostarsi da se’, creando un disturbo della quiete pubblica sicuramente non preventivato.
Chiusa la piccola parentesi dei ringraziamenti, fatti gli auguri a quelli ricoverati d’urgenza in ospedale per le cause piu’ disparate, e fatte le felicitazioni a tutte le future neomamme, procedo.
Mi e’ capitato di “fare l’alba di Ferragosto” due volte, e mi sono bastate per una vita intera. Mi e’ bastato cio’ che ho visto, mi e’ bastato il freddo che ho provato, mi e’ bastato il materiale raccolto sulla fauna animalesca che ha circondato me e i miei poveri compagni di avventura (o, forse, sarebbe piu’ giusto dire sventura?).
Si parte da casa alle ventitre’, con lo zaino in spalla, due sacchi con le coperte e infiniti sacchi di cibi e bevande rigorosamente analcoliche. Qualcuno, ingenuamente, propone di portare con noi una chitarra, ma sa gia’ che le dita congeleranno molto prima di riuscire ad impostare il primo accordo, percio’ l’idea viene accantonata. Inoltre, saremo talmente circondati da Guccini improvvisati da avere la nausea di chitarra, musica e canto gia’ a mezz’ora dal nostro arrivo.
Pensare di usufruire delle spiagge pubbliche di San Benedetto e’ ridicolo: strette, poche e corte, nonche’ piene di ragazzini che, non potendo allontanarsi molto per via dell’assenza di mezzi di trasporto, fanno di tali striminziti appezzamenti il loro regno indiscusso, con tanto di angolo cottura (e relativi fuocherelli), camera (si spera, inutilmente, con le dovute precauzioni) e bagno (meglio se a ridosso di uno stabilimento, cosi’ da essere mascherati da ombrelloni e lettini, per la goia degli occupanti che la mattina dopo ne usufruiranno).
L’alternativa alla bolgia minorile presente a San Benedetto e’ la spiaggia che si estende tra Martinsicuro e Villarosa, in Abruzzo. Grande abbastanza da contenere comodamente tutti, lontana a sufficienza da scoraggiare i motorino-muniti, sfigata al punto da disgustare i piu’. E’ li’ che prendiamo posto, non senza guardare con apprensione la nostra auto, lasciata nel mezzo di una piazzola di sosta in balia di coloro che, arrivata la mattina, avranno il cervello troppo impastato per riuscire a guidare senza lasciare segni zorreschi sulle altrui fiancate.
Come previsto, la spiaggia e’ abitata a chiazze. Un gruppo laggiu’, vicino al bagnasciuga, un altro dietro, vicino alle siepi, un altro ancora a destra, a ridosso del torrente. Per noi, tutto lo spazio del mondo. Tiriamo fuori le nostre coperte, disponiamo agli angoli bottiglie su bottiglie per impedire al vento di farle volare via, inforchiamo gli occhiali da sole anche se e’ notte per frenare la sabbia e non giocarci gli occhi. Perfetto, siamo pronti! Sembra di essere sulla punta del Monte Vettore, ma non fa niente: siamo in spiaggia e stiamo facendo l’alba anche noi!
Passa mezz’ora, ci guardiamo intorno. Cerchiamo idee per impiegare il tempo visto che, passati soli trenta minuti, ci siamo gia’ rotti le scatole di starcene senza far niente. Il gruppo sul bagnasciuga ha issato una specie di enorme tenda indiana e ha acceso un rogo, piu’ che un fuoco. In una sorta di danza propiziatoria, i ragazzini che tale tendone abitano hanno iniziato a girare intorno alle fiamme con le birre in mano. Sembrano un branco di Pellerossa impazziti. Poco piu’ in la’ uno dei loro compagni, gia’ bello che andato, si da’ da fare per innaffiare e concimare le siepi, con sommo disappunto della coppietta che sosta li’ sotto.
Mangiamo qualche snack al sapore di sabbia, il vento non vuol saperne di fermarsi. Con indosso due magliette, una felpa e un giubbetto stiamo letteralmente congelando. Togliamo due coperte da terra e le usiamo su di noi. Ci chiediamo se arriveremo al mattino vivi o se ritroveranno quattro ragazzi congelati.
Passano altre due ore, e’ ormai chiaro anche a noi che senza alcool la nottata non puo’ funzionare. Siamo gli unici cretini che riescono a non divertirsi. Forse avremmo dovuto dare ascolto alle masse e farcire gli zaini di birre, liquori, e anche di qualche sostanza. A quel punto si’ che la noia se ne sarebbe andata!
Sonnecchiamo, ci svegliamo, guardiamo i ragazzini-indiani decimati e sparsi come mosche morte intorno al fuoco ormai ridotto a poche braci. Sembriamo quattro vecchietti cacciati da un ospizio e rimasti senza tetto. Che vergogna, agli occhi di chi si sta divertendo!
Arrivate le tre del mattino non riusciamo piu’ neppure a comunicare. La bocca e’ impastata, le labbra sono congelate, il sonno blocca qualunque ragionamento, portandoci a parlare come Eta Beta.
Alle quattro, inaspettato e non richiesto, ci viene offerto uno spettacolo hard a pochi metri di distanza. Uno spettacolo vietato ai minori ma interpretato da due minorenni. Sembrerebbe una vera e propria missione di soccorso: la ragazzina, disperata, cerca di rianimare in ogni modo il cavaliere sotto di lei il quale, disteso a X sul bagnasciuga, non da’ segni di vita. Ingenuamente noi, unici retrogradi rimasti lucidi e vigili, sulle prime pensiamo che lui si stia davvero sentendo male e riflettiamo se accorrere o no. Poi vediamo la ragazzina adoperarsi esplicitamente per rianimare un aspetto ben preciso del ragazzino, e capiamo che e’ il caso di non intrometterci.
Finalmente l’orologio si sposta sulle sei e l’aurora inizia ad essere soppiantata dalla luce dell’alba. Intorno a noi, uno scenario degno della Guerra di Secessione: stuoli di valorosi confederati annientati e battuti da miserabili bottiglie yankee. L’alcool ha avuto la meglio, e tutto il piacere provato nella notte, mentre noi pensionati morivamo di sonno e di noia, si e’ trasformato ora in emicrania. La crocerossina del bagnasciuga e’ poco piu’ in la’ che scuote la testa e piange disperata, consolata da un’amica che a stento si regge in piedi. La sua missione di soccorso e’ stata utile, peccato che non ricordi piu’ a quale dei moribondi abbia prestato servizio. Vedendola, siamo sadicamente tentati di indicarle il volto del possibile, futuro papa’, poiche’ noi lo ricordiamo. E’ a pochi passi da lei, in un altro gruppo, che si fuma ignaro la sua canna guardando beato l’alba sugli scogli. Per quel che ricorda, potrebbe anche credere di aver semplicemente dormito tutto il tempo.
Raccogliamo le nostre cose, pronti ad abbandonare la spiaggia. Ci facciamo strada tra una chiazza e l’altra, testimonianze ancora fresche di quella che e’ stata la notte piu’ “in” dell’estate, e raggiungiamo la macchina. Di andare al mare a San Benedetto non se ne parla, non dopo quello che abbiamo visto nelle precedenti otto ore. Certo, non neghiamo che sarebbe divertente vedere come i bagnanti di Ferragosto affronteranno lo sporco che regna sovrano su lettini e sdraio, ma non ne varrebbe la pena. A me e’ stato sufficiente il ricordo dell’anno precedente, quando vidi delle anziane camminare in acqua, nello stesso punto in cui appena due ore prima un gruppo di cavalli aveva lasciato dei souvenir. Sentirle, poi, esclamare: “Com’e’ viscida la sabbia, qui!” e’ stato il massimo.
15 agosto 2007. E’ ormai mezzogiorno e sono a casa. Meta’ popolazione, quella della notte nel letto, e’ in spiaggia; l’altra meta’, quella della notte in spiaggia, e’ nel letto. Abbandonera’ le coperte quando per noialtri sara’ l’ora di cena, neanche troppo cosciente di non essere vissuta per un giorno intero, neanche troppo grata per essere sopravvissuta alla nottata fuori. Le ambulanze nelle strade, stanotte, sono state incalcolabili. E per molti degli occupanti non c’e’ stata rianimazione o crocerossina che tenga.

Juana