Day 1 – Martedi’ 28
Devo avere una particolare sfortuna con i decolli. Altrimenti, non si spiega perche’ ogni addio temporaneo al Marconi di Bologna debba avvenire all’insegna di un neonato che piange. Cosa ne sia stato del bimbo in seguito non lo so. Deve essere stato chiuso nel cassettino portaoggetti, poiche’ non s’e’ piu’ sentito, e anche al passport-control ne ho persa traccia. Forse a quest’ora sara’ ancora nel deposito degli oggetti smarriti.
Essendo stata a Londra gia’ in giugno, appena due mesi fa, so cosa aspettarmi nel momento in cui posero’ il piede alla Victoria Station: un fiume disordinato di persone che corrono ognuna in una direzione diversa. E, proprio perche’ sono psicologicamente preparata, non mi meraviglio quando trovo quel cataclisma. Ma non posso fare a meno di inveire contro le infinite rampe di scale che dalla stazione dei treni conducono a quella della metropolitana. Corte, larghe e adeguate al flusso di persone, ma un suicidio per chi, come noi tre, deve imbracciare valige da dieci chili almeno.
Alla fine, emergiamo alla stazione di Bayswater vittoriosi. L’ora mattutina ci risparmia dalla puzza di topo arrosto tipica di Queensway, le rosticcerie orientali sono chiuse, i negozi di souvenir stanno aprendo con lentezza, di gente sul marciapiede ce ne e’ poca.
In albergo la camera e’ gia’ pronta, malgrado il check-in sia previsto per le quattordici. E’ una tripla larga e spaziosa ma con un bagno degno di David Gnomo. Un’inserviente di colore entra con il suo pass e ci guarda spaesata: evidentemente non si aspettava di trovare la stanza occupata cosi’ presto. Si scusa, chiude la porta e se ne va. Chissa’ se e’ stata lei a lasciare i souvenir sulle nostre coperte, ci chiediamo. L’hotel in se’, come abbiamo gia’ avuto modo di constatare due mesi addietro, e’ uno specchio, ma questo piano deve essere in mano a cameriere con pesanti problemi di caduta, poiche’ sommando i capelli rinvenuti sulle coperte ne viene fuori un’intera parrucca color ebano.
Sistemiamo i bagagli, diamo un’occhiata alla guida (che io conosco ormai a memoria), e usciamo.
In corridoio incrociamo due ragazze della mia eta’ o giu’ di li’. Le guardo. Penso: sono italiane. Da cosa lo capisco? Dalla cinta in tinta con scarpe e borsa, dalla sciarpa, dai monili e dai vestiti, perfettamente abbinati. Tornando con la memoria alle migliaia di persone incrociate in giro e al loro abbigliamento, mi dico che le due non possono che essere connazionali. Ci chiedono “which floor?”. Rispondiamo “piano terra”. Attimo di spaesamento, poi sorridono e rispondono “anche noi!”. Sembra quasi che l’essere lontano da casa, in un paese con una lingua diversa, porti le persone a non focalizzare immediatamente quando una risposta viene loro data in italiano. E’ come se il cervello venga a trovarsi perennemente impreparato. Eppure, non dovrebbe: di italiani, in tre giorni a Londra, ne ho incontrati piu’ che in mezzo pomeriggio a Bologna.
In metro, passata l’ora di punta, la situazione e’ tornata temporaneamente ordinata. Poche persone benvestite armate di quotidiano, alcune ordinarie immerse nella lettura di un libro, molti turisti che adocchiano ansiosi cartine e guide. Io non ho nessuna di queste cose tra le mani, cosi’ mi guardo intorno, stando attenta a non scadere nell’indiscreto. Non posso fare a meno di notare quanto il casual, intorno a me, sia veramente quanto di piu’ casuale possa esserci in un armadio. Benche’ io ci provi spesso, a casa, davanti allo specchio finisco sempre col mettere soltanto indumenti che non facciano dolere gli occhi gli uni accanto agli altri. Qui, al contrario, ognuno sembra davvero aver indossato i vestiti alla rinfusa, giusto per avere qualcosa con cui coprirsi. Businessmen o women esclusi, naturalmente. E un po’, ad essere sinceri, li invidio. Nessuno si cura di nessuno, ed e’ cosi’ che il tuo abbigliamento per l’occhio italiano fuori luogo diventa assolutamente normale, se e’ a te che deve andar bene. Ho visto scarpe degne di un cartone animato indossate con estrema non chalance anche da signore in la’ con l’eta’. In un certo senso, spesso erano cosi’ originali da diventare addirittura carine.
Il primo pranzo della vacanza lo consumiamo nei Kensington Gardens, alle porte del palazzo. Giriamo dieci minuti col cestino della merenda in mano alla ricerca di un posto al sole (e stavolta non e’ una telenovela) e finiamo col sederci precisi all’ombra di un olmo. Ce accorgiamo quando il sole torna e inizia ad illuminare il prato a qualche metro da noi, quando abbiamo gia’ steso coperte e cibarie ed e’ troppo tardi per scansarci. Non e’ il massimo del comfort, le dita congelano in fretta, ma nulla in confronto al freddo di un picnic nel mezzo della piana di Castelluccio (chi la conosce, sa cosa intendo).
Mentre mangiamo e (s)parliamo – senza ripensare al luogo in cui ci troviamo e alla connessione dello stesso con i nostri discorsi – dell’aspetto fisico di alcune celebrita’ britanniche, cani e persone ci sfilano a debita distanza, cercando di non interferire col nostro momento di relax. Siamo tutti e tre concordi nel dire che in un qualsiasi parco di Milano, Bologna o Roma della stessa grandezza ci sarebbe stata una morbosa prossimita’ fisica che sarebbe sconfinata nel contatto diretto. Al contrario, qui nessuno si avvicina e tutti restano a una distanza di sicurezza.
Passando accanto all’ingresso principale di Kensington Palace notiamo le prime memorie appese alle recinzioni, con messaggi, fiori e peluches di ogni genere. A distanza di dieci anni c’e’ ancora chi pensa alla Principessa Diana e trova il tempo di arrivare alla residenza e appendere i propri pensieri alle cancellate. Ammirevole, anche se un po’ incoerente: come diceva una lettera pubblicata sul London Paper il 31 agosto, dobbiamo fronteggiare quotidianamente dolori e sofferenze per persone molto vicine a noi senza dover stare a pensare ad un’estranea morta un decennio fa.
“Per non stancarci troppo” (frase tra virgolette in quanto battuta realmente pronunciata sul momento) nel pomeriggio decidiamo di entrare al Natural History Museum. Tutto il mondo deve averla pensata come noi, poiche’ il museo e’ pieno zeppo e i suoi dinosauri, malgrado i loro metri e metri di altezza, sono a malapena visibili da lontano a causa della gran calca. La tenacia tuttavia e’ dalla nostra e la costanza dimostrata viene ricompensata: in mezz’ora la fila sciama e possiamo aggirarci per le sale in mezzo a un marasma ordinato e ridotto di persone.
Il museo si dimostra senz’altro interessante, ma a catturare la nostra attenzione e la nostra ilarita’ e’ un fenomeno che nessuno di noi aveva mai visto prima: i bambini al guinzaglio. Sono sempre stata concorde con chi afferma che alcuni bambini siano piu’ simili agli animali che alle persone, ma metterli al guinzaglio…
Eppure, la soluzione intelligente ha permesso a padri e madri di tenere d’occhio i loro piccoli in quella bolgia, a scapito di rocamboleschi inceppamenti quando la corda era troppo lunga e qualche ignaro visitatore (come me) intento a studiare un Velociraptor o un Brachiosauro se l’e’ ritrovata piantata nello stomaco, col bambino pericolosamente sbilanciato e il padre palesemente incavolato.
Inutile dirlo, sette persone su dieci erano della nostra stessa nazionalita’. Ormai, benche’ siamo solo al primo giorno, siamo rassegnati ad incontrarne ovunque. Solitamente, l’incontro con altri italiani all’estero suscita in me una sorpresa mista a piacere, quasi tale incontro sia razionalmente possibile, cosciamente inaspettato e inconsciamente sperato. Quando, tuttavia, la soglia degli incontri si avvicina pericolosamente al 100% come nel caso di quel martedi’ al museo di Storia Naturale, tali meraviglia e stupore si trasformano in disappunto. Dal piacere si passa all’offesa, e con superiorita’ ricambio lo sguardo di chi, come me, inizia ad essere infastidito da questa trasferta di massa e guarda gli altri con l’espressione di chi dice “non potevi andare in ferie da un’altra parte?”.
Esausti, a pezzi, disintegrati, insomma, distrutti, dopo due ore al museo e un’ora in giro decidiamo di dichiarare chiusa la giornata e tornare in albergo. Ci infiliamo nei letti alle 21.20, per la felicita’ di mia sorella, adoratrice del sonno.
Day 2 – Mercoledi’ 29
Sveglia alle 8, freschi, riposati, pimpanti e con istinti omicidi. Perche’? Perche’ la tripla dei giapponesi accanto alla nostra, grazie al loro fuso orario sballato, non ha trovato pace per l’intera notte. Si sono messi a giocare a carte alle tre (deduzione fatta in seguito ai rumori sentiti), ad inseguirsi lungo il corridoio alle cinque… peccato, pero’, che tutte le porte dell’albergo abbiano la molla, e che ogni apertura sia seguita da una roboante chiusura. Da qui gli istinti omicidi di cui sopra.
Sbuchiamo all’aperto, incredibile dictu, c’e’ il sole! Non un sole nascosto, ma un sole bello pieno abbinato ad un cielo azzurro che promette belle foto e un freddo bestiale.
Ci facciamo un’interessante tour dell’intera Circle Line e scendiamo alla Tower Hill. Il mezzo mondo del giorno prima lo ritroviamo li’, mattiniero come noi e a sua volta desideroso di visitare la Tower of London. Ma, a differenza di loro, anziche’ precipitarci alla biglietteria noi tre preferiamo approfittare della grazia del sole (che potremmo non ritrovare una volta usciti dalla Torre) e dedicare una mezz’ora al Tower Bridge. Tutto sommato, abbiamo fatto bene: usciti dalla Torre, tre ore dopo, il cielo era tornato ad essere grigio antracite.
Costeggiamo il Tamigi dal lato del City Hall, facciamo inversione a U sopra il London Bridge e torniamo indietro costeggiando la sponda opposta del fiume. Per tutto il tempo, il Tower Bridge e l’ambigua supposta in vetro che sbuca dai tetti della City non ci abbandonano un istante.
La visita alla Tower of London avviene tra stanchezza latente e delusione. Grande, stracolma di gente, completamente spoglia di tutto. A parte alcune armi e qualche ricostruzione, il vuoto. La stessa collezione dei gioielli della Corona si rivela al di sotto delle nostre aspettative. Nemmeno i soliti ectoplasmi ci danno soddisfazione, apparendo una sola volta in una sola foto, a dispetto delle decine di forme immortalate nel Natural History Museum il giorno prima.
L’uscita dalla Torre avviene all’ora di pranzo italiana (le 13.30), i profumi provenienti dai locali affacciati sulla piazza ci chiamano verso le vetrine. La fame, l’ora tarda e la stanchezza ci fanno cedere davanti allo spettacolo offertoci da un ambiguo Fish&Chips a 4.99, venduto in un minuscolo spazio e conservato in una untissima vetrina termica. Ci sediamo su un tavolo appena liberatosi e completamente sporco, ci costringiamo a non vedere i piccioni che volano a pochi centimetri dai nostri vassoi, depositandoci dentro polvere, piume e sporco, iniziamo a mangiare. Prevedibilmente, il sapore del pesce e’ ambiguamente nauseante e le patate trasudano olio color carota. Un terzo di porzione e’ sufficiente a riempirci lo stomaco e convincerci a lanciare il resto nella pattumiera, sotto gli occhi increduli degli altri turisti che, al contrario di noi, si stanno gustando lo stesso piatto con visi soddisfatti, famigliola di italiani compresa. Rimpiangiamo i panini targati Marks&Spencer e i Kensington Gardens di ieri. L’indiano del fastfood accanto, che per tutto il tempo ha gridato ininterrottamente “Cheaper Fish and Chips!” come un disco inceppato, temo ce lo ricorderemo per almeno altri due mesi, come un incubo.
Davanti alla cattedrale di St. Paul, raggiunta rigorosamente a piedi, saliamo su un autobus a due piani, destinazione Westminster. Preghiamo tutto il tempo che sia quello il veicolo giusto, e che le criptiche diciture tipiche dei cartelli luminosi sui bus o delle stesse fermate ci abbiano detto il vero: il mezzo porta nella zona del Parlamento e non, per qualche oscuro motivo, da tutt’altra parte. Siamo fortunati. All’altezza del London Eye possiamo scendere e percorrere a piedi l’ultimo tratto che ci separa dal Big Ben.
La London Eye scoppia di gente, esattamente come il marciapiede sottostante, stracolmo di chi sugli ovuli trasparenti deve ancora salire. Ad un rapido calcolo, sono centinaia le persone che hanno sborsato quindici sterline per salire su quella ruota. Noi, al contrario, ci accontentiamo di immortalarla da sotto.
Davanti all’ingresso visitatori di Westminster ci separiamo. In attesa che mia sorella riemerga dal tour all’interno della chiesa, percorriamo Victoria Street fino alla stazione, guardando con interesse le offerte dei gestori telefonici che in Italia approderanno tra un ventennio o due. Ad accompagnarci lungo il tragitto, stuoli di ragazzini in divisa appena usciti dal college adiacente Westminster. Ad un occhio abituato a vestiti diversi o, al massimo, a qualche grembiule blu, l’uniformita’ cromatica di quelle divise fa scattare un senso di ammirazione e tenerezza. In quel modo, non esistono competizioni su griffe o mode dell’ultimo minuto, ne’ vergogna o inferiorita’ in chi tali griffe non se le puo’ permettere.
L’assenza di pioggia nel dopo cena ci consente di effettuare un’escursione notturna. Dopo mezz’ora di Circle arriviamo di nuovo a Tower Hill e reintraprendiamo il camminamento chilometrico della mattina, riuscendo ad immortalare la City e la zona della Tower of London in notturno. L’ultima tappa prima del rientro, dovuto esclusivamente alla chiusura della metropolitana, e’ Piccadilly Circus (piu’ deludente di notte che di giorno).
Day 3 – Giovedi’ 30
N.c.
Day 4 – Venerdi’ 31
Ci svegliamo con una temperatura degna di dicembre. Non siamo sicuri dell’esattezza dei dati comunicatici dal sito della BBC, ma il numero che leggiamo relativo alla temperatura di Londra e’ 12. Inutile qualunque tentativo di vestirsi a strati, malgrado canotta, maglietta, maglia, maglione e giacca sentiamo un freddo bestiale.
Davanti alla National Gallery tentiamo qualche scatto a dispetto del grigiore sopra le nostre teste, pregando in silenzio per uno spiraglio di sole che scongeli i nostri sorrisi di plastica. Alla fine, il sole se ne e’ rimasto dov’era e i sorrisi nelle foto sono venuti ancora piu’ cementificati.
Carichi e determinati, malgrado il vento gelido, raggiungiamo a piedi la fine di The Mall e Buckingham Palace per il cambio della Guardia delle 11.30. La folla e’ gia’ li’, pronta, aggrappata ai cancelli del palazzo come gli stuoli di affamati a Versailles durante il pre-Rivoluzione. Noi, ritardatari impenitenti, dobbiamo accontentarci del Queen Victoria Memorial. Ci consoliamo dicendoci che da li’, in posizione rialzata, vedremo la cerimonia da lontano ma senza teste ad interferire con la nostra visuale. In realta’ la cerimonia non e’ mai avvenuta, e quella che sembrava una posizione sfigata si e’ rivelata ottimale nel momento in cui e’ iniziata la sfilata delle auto reali: dirette verso la chiesa nella quale si sarebbe celebrata la messa per il decennale della morte di Diana, sono passate tutte lungo la strada sottostante, Charles e Anna compresi. A dire la verita’ io sono rimasta sul mio rialzo, il coraggio di scendere in strada in mezzo alla folla non l’ho avuto, ma gli altri due si sono armati di telecamera e sono andati, piazzandosi a meno di due metri dalle auto in transito. Le riprese fatte in quei momenti forse permetteranno anche a me di vedere quello che da lontano ho potuto solo intuire.
Insomma, terminata la sfilata delle auto, chiusasi con l’uscita dal cancello principale di Buckingham della Rolls della regina, abbiamo percorso a ritroso The Mall fino alla fermata di Charing Cross. Alle soglie dell’ora di pranzo (britannica, ma ormai gli stomaci si sono assuefatti) ci chiediamo se non sia il caso di decidere una meta culinaria ma, guardandoci intorno e studiando il marasma di persone che sta lasciando la zona, ragioniamo che forse e’ il caso di allontanarci per non dover sottostare a code chilometriche in qualunque fastfood, bar o bancarella.
Mano alla cartina, tra le tappe necessarie spunta Islington. Unico modo per arrivarci, fare un cambio e prendere la Northern Line fino ad Angel.
Stazione di Angel, dunque. Come dicono anche i cartelli appesi lungo i corridoi della Piccadilly, Angel e’ quella con la scala mobile piu’ lunga di Londra, 27 metri di elevazione per non ricordo quanti metri di lunghezza. Come e perche’ siamo dovuti finire ad Angel (e ad Islington) sarebbe troppo lungo da spiegare, ma c’eravamo. E la scala mobile, come discretamente sottinteso nei cartelli “celebrativi” della Tube, e’ stata davvero inquietante e infinita. Un bambino non troppo sveglio o, forse, semplicemente ignaro del reale significato della sua impresa, ha deciso di sfidare la sorella ad una scalata della rampa: lui ha scelto quella ferma. La sorella, inutile dirlo, ci ha sorpassati su quella funzionante sopra la quale eravamo ed e’ arrivata in cima in un secondo. Il bimbo, disperato, raggiunta la nostra altezza ha ricambiato quelle che ha interpretato come nostre incitazioni con un sorriso abbinato ad un “Oh, my God!”. Beata innocenza, non poteva sapere che si era appena preso dell’idiota, del cretino e dello stupido per aver scelto proprio la scala mobile piu’ alta per la sua gara di velocita’.
Islington si rivela essere un ordinario quartiere residenziale, sovraffollato e anche discretamente caotico. Un banale incidente sulla Upper Street che ha visto coinvolte due vetture in un microtamponamento ha paralizzato la zona, formando un muro di rosso (gli autobus in sosta) unito a una buona dose di vetture con conducenti pazientemente in attesa. Incredibilmente, nessun crocchio di “soliti curiosi(TM)”.
Percorriamo St. John Street in direzione sud, sfilando accanto ad un elegante edificio in vetro che reca la targa “City University London”. Col TomTom in mano, la tappa dovrebbe teoricamente essere un KFC. Teoricamente perche’, per qualche oscuro motivo, il TomTom sui concorrenti dei McDonald’s non ci azzecca mai.
Transitiamo attraverso i Farringdon Markets, grazie alla puzza dei quali la fame ci passa per meta’. Alla fine, come previsto, il TomTom ci annuncia l’arrivo mentre siamo nel mezzo del nulla, una strada ricca di case, rimesse e al massimo qualche bar. Di KFC neppure l’ombra. Spegniamo l’arnese, lo reinfiliamo nello zaino e ci incamminiamo verso la stazione di Farringdon, stavolta seguendo i piu’ affidabili cartelli londinesi. All’ennesima svolta appare, come una visione, l’insegna con l’omino occhialuto di KFC.
Subito dopo pranzo torniamo ad Islington, incamminandoci stavolta in direzione nord, lungo Essex Road. Il tempo rimasto a nostra disposizione e’ poco, percio’ saliamo sul primo treno ad Angel e torniamo alla vecchia fermata di Bayswater. La mezz’ora in disavanzo ci consente di fare due passi da Kensington ad Hyde Park, e di salutare una vorace scoiattolina palesemente gravida che divora la merendina che le porgo in meno di due minuti.
Ritiro delle valige in hotel, metro, Victoria station, treno per Gatwick, check-in, consegna bagagli, controlli al metal detector. Arrivati a quest’ultima tappa gioiamo: ci fanno conservare le scarpe, e al controllo dei passaporti l’addetto non ha scattato foto a nessuno. Bene, pensiamo, evidentemente l’allarme e’ piu’ basso della volta scorsa, non ci tocchera’ ne’ farci immortalare, ne’ sfilare coi calzini sul pavimento dell’aeroporto. Invece, svoltato l’angolo ci siamo resi conto di esserci illusi: non abbiamo dovuto togliere le scarpe al controllo perche’ hanno installato un metal detector solo per le scarpe. Una vera e propria zona radioattiva dalla quale tutti ci siamo affrettati a fuggire appena riemerse le scarpe sul rullo. Almeno, stavolta sono stata risparmiata dalla scena alla quale assistetti due mesi fa: mentre noi due e una coppia di londinesi diretti a Manchester ci disgustavamo al pensiero di dover togliere le scarpe e ce le siamo percio’ tenute ai piedi fino all’ultimo istante, una famigliola di francesi dietro di noi sfilo’ le ciabatte gia’ all’ingresso e percorse la decina di metri dalla porta al metal detector a piedi nudi. Lo sguardo dei due signori inglesi fu piu’ che eloquente.
Dopo un’ora di attesa tra un dutyfree in chiusura e l’altro, finalmente viene annunciato il gate del volo per Bologna, il 58. Fino a poco prima ci eravamo interrogati del perche’ sui pannelli avessero scritto “Gates X-57 & 58″, del perche’ il 58 fosse a se’ stante, e quando lo abbiamo raggiunto abbiamo capito il perche’: e’ dimenticato da tutti. Palesemente nuovo, peccato pero’ che si siano dimenticati di farci entrare e sedere, e che quando lo abbiano fatto in pochi minuti sia stata aperta la rampa di salita all’aereo.
Salendo sull’aereo, dal silenzio e dall’ordine nei quali ci eravamo acclimatati nei precedenti quattro giorni siamo passati alla confusione, alle file saltate e al vociare gli uni sopra gli altri. Non avremmo potuto aspettarci altro, da un aereo carico di italiani.
Almeno, al ritorno non c’e’ stato nessun neonato delirante, il volo e’ filato liscio e siamo atterrati stanchi morti a Bologna con soli dieci minuti di ritardo.
Juana

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