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• venerdì, gennaio 25th, 2008


Venerdi’ 18 gennaio 2008
Bologna/Steyning


Quando alle 5.40 di stamattina ci siamo seduti davanti all’entrata del nostro gate chiuso al Marconi di Bologna, la prima preoccupazione non era il volo, ne’ quello che avremmo dovuto fare una volta arrivati a destinazione. La preoccupazione stava tutta nel come riuscire ad arrivare a tale destinazione. La nostra meta, un paesino sperduto nel mezzo delle campagne inglesi (West Sussex, per la precisione), era di complicato raggiungimento seppure, all’apparenza, ben collegato. Cosi’, arrivati all’interno di Gatwick, due ore e venti minuti dopo il decollo, quattordici minuti dopo essere scesi dall’aereo (il percorso che va dal mezzo al deposito bagagli sembra infinito, una serie incessante di corridoi e scale mobili. Solo quando al linoleum si sostituisce la moquette c’e’ da gioire: sei arrivato a destinazione), abbiamo fatto la coda in una nuova biglietteria che vendeva direttamente nell’aeroporto i biglietti ferroviari. Dopo una sfilza di italiani con il solito “one/two ticket/s to London Victoria”, mi presento io con un “two tickets to Shoreham-by-Sea, please”. Mi guarda attonito. Chiede la meta, ripeto la destinazione. Manda in stampa i due biglietti, dicendoci che il nostro Southern train per Littlehampton sarebbe passato alle 9.49, ovvero 45 minuti dopo.
Rassegnati, raggiungiamo con comodo il trenino che ci avrebbe condotti fuori dall’aeroporto, dando una mano ad una giovane coppia di connazionali spaesati la quale, arrivati tutti insieme alla stazione ferroviaria, cerca di nuovo il nostro appoggio. Ma noi siamo gia’ schizzati verso la vetrina di un chiosco con i suoi muffin e brownies in bella mostra, non possiamo piu’ curarci di loro: il nostro stomaco, dopo un classico panino alla pancetta alle sette del mattino, non richiede bensi’ pretende qualcosa di zuccherato. Seguendo tale richiesta acquistiamo due muffin al cioccolato dal peso di duecento grammi almeno che nello stomaco, per magia, diventeranno settecento, e una cioccolata calda con latte, bicchiere formato famiglia.
Ci sediamo e addentiamo quella che per noi e’ una vera colazione mentre per chi passa, disgustato, resta uno spuntino atipico delle otto e trenta (o nove e trenta ora italiana). Afferro il mio bicchierone di cioccolata, ne butto giu’ un sorso. La bocca e la gola prendono fuoco, dimentiche che qui le bevande vengono vendute a cento gradi centigradi: quanto basta per permettere a chi le compra di farsi venti minuti di metro, tornare in ufficio e avere ancora il “caffe’” (le virgolette sono d’obbligo) sufficientemente bollente. La mia povera bocca, che assaggia la maledetta cioccolata al sapore di acqua colorata, si trova a confrontarsi con almeno 98 gradi centigradi dei cento che erano in origine. Sta riprendendosi a malapena ora, e sono ormai le cinque e mezza.
Arriva il treno, carrozza rigorosamente entro il numero otto a meno di non volerci ritrovare a Brighton: ad Hove il mezzo viene diviso in due e prende due direzioni diverse.
Fuori, la pioggia impazza. Fine, quasi nebbia consistente, che viene giu’ a raffica aiutata da un vento forza cinquecento. Vento umido ma non troppo freddo, per fortuna. Sappiamo che non troveremo di meglio, a sud. Con l’aereo non abbiamo assistito che a grigio perpetuo, dalla Francia in poi.
Il treno avanza. Una coppia di mezza eta’ ci chiede qualcosa, non capiamo un accidente. Intuiamo che abbia cercato informazioni su una qualche fermata e solo dopo, rielaborando insieme, capiamo che ha chiesto se quel convoglio andava proprio a Shoreham-by-Sea. Che bella figura abbiamo fatto, quando il treno si e’ fermato a quella stazione e noi siamo scesi insieme a loro!
L’incidente di traduzione non ci fa (ancora) interrogare su quello che troveremo davvero nel Sussex: una lingua diversa, che da piu’ parti ci hanno detto essere “quite different” (ovvero, tradotto in italiano, arabo), a sento comprensibile per due stranieri come noi. Ma li’, seduti in una carrozza enorme, bella, silenziosa e moderna, in compagnia di altri cinque educati passeggeri, ancora non ci interroghiamo su questo dettaglio che il nostro cervello ha messo da parte, forse volutamente, per non aggiungere preoccupazione alla preoccupazione. Siamo intanto sul treno, e ci basta. Cosa ne sara’ poi di noi una volta sbarcati nella balneare Shoreham resta un’incognita.
A ridosso della nostra destinazione scopriamo dalle tabelle degli orari dei bus stampate a casa che l’unico mezzo per Steyning possibile, a meno di non voler attendere il successivo dell’ora seguente, sarebbe passato alle dieci e trentacinque. Guardiamo l’orologio: il treno sta rallentando, a breve si fermera’, ma sono gia’ le dieci e mezza. Non ce la faremo mai. Scendiamo. Il vento di Gatewick e’ anche li’, che soffia piu’ forte di prima, e la pioggia fine e’ piu’ fitta di prima. La stazione? Una pensilina misera con qualche porta sottostante e due vecchiette in attesa di quello che devono aver scambiato per un autobus con rimorchio.
Mentre voliamo sulla banchina, resto fiduciosa che il pullman sia ancora li’ fuori: dopotutto, piove a dirotto, potrebbe aver fatto ritardo. Stefano mi ricorda il Paese in cui ci troviamo. Io lo invito a pensare positivo e a dirsi che, dopotutto, anche in Gran Bretagna un ritardo puo’ capitare.
Usciamo fuori dalla minuscola stazione. Escluso un furgoncino e qualche gabbiano, ci siamo solo noi. Rientriamo, diligenti (e rassegnati, visto che ormai e’ l’ora in cui passa il 2A) facciamo la nostra fila alla biglietteria, vogliamo chiedere li’ informazioni sulla fermata. Fuori, infatti, non l’abbiamo trovata. La ragazza oltre il vetro, aiutata da un’impietosita collega, ci da’ indicazioni. Schizziamo di nuovo all’aperto, praticamente fermiamo al volo una vecchietta e le chiediamo dove si trovi la fermata del 2A. Indica un incrocio a dieci metri da noi, corriamo giu’ per il marciapiede e notiamo, con un sorriso a cinquanta denti, che la fermata e’ piena di gente. Chiamiamola fortuna, per dirla in maniera educata, fatto sta che l’autobus per Steyning non e’ davvero ancora passato.
Le persone radunate sotto la pensilina confermano che e’ quella la fermata giusta, non senza concedersi qualche occhiata perplessa alla lettura dei tesserini sulle nostre valige con scritto, in coda ai dati, “Italy”. Sull’autobus, che si presentera’ alla fermata con quasi quindici minuti di ritardo (unbelievable!), comunichiamo la nostra meta e paghiamo la nostra quota: una sterlina e settanta per ciascuno, un prezzo onesto.
A dieci minuti dalla partenza accendiamo il TomTom. Sappiamo dove si trova il nostro hotel, ma non potremmo mai indovinare la fermata. A tre chilometri dal nostro arrivo chiediamo consiglio all’autista. Di nuovo, il cervello rifiuta di farci notare che quel ragazzo ha parlato in maniera incomprensibile e che siamo a malapena riusciti a decifrare questo: ci dira’ lui quando scendere. Cio’ che pero’ notiamo, mentre siamo aggrappati al palo tentando di mantenere in equilibrio i due asini morti, alias le nostre valigie, e’ che guidano come pazzi. Su una strada di campagna larga a malapena quanto un’auto e mezza, l’autista sta andando ad almeno ottanta. Ed e’ anche nei limiti: su quella statale, infatti, il massimo della velocita’ e’ centocinque chilometri orari.
Scendiamo praticamente davanti all’hotel grazie alla premura del nostro Schumacher. Veniamo accolti da un “Hello!” esplosivo, strillato da una signora sui sessanta che, ringraziando il cielo, parla un inglese quasi comprensibile.
Il check-in in hotel e’ previsto non prima delle due del pomeriggio. Avevamo scritto, il giorno precedente la partenza, e chiesto informazioni circa la possibilita’ di lasciare in deposito le nostre valigie, cosi’ da non dovercele scarrozzare in giro per Steyning. La risposta era stata l’apoteosi della cortesia. In un mare di “of course”, la responsabile di turno dell’hotel ci diceva “we’ll be delighted to keep your luggage here with us”. Ovvero, tradotto in italiano, sarebbero stati deliziati di avere le nostre valigie tra i coglioni (parole di Stefano). Col senno di poi, vista la nicchia della reception nella quale le nostre valigie sarebbero state messe se non ci avessero dato subito una camera, tale traduzione non avrebbe potuto essere piu’ azzeccata. Per loro fortuna, pero’, non hanno dovuto conservare le nostre deliziose valigie tra i nobili attributi.
La stanza prevista per noi non e’ pronta, ma ne e’ pronta un’altra, e ci consegna la chiave. Quanto troviamo varcata la porta giustifica pienamente le sessanta sterline per notte pagate. Dire che la stanza e’ spaziosa e’ riduttivo, che e’ pulita anche: e’ enorme ed e’ uno specchio. Da far invidia alla maniacalita’ teutonica, direi.
Cinque minuti di collasso, poi l’ammissione ad alta voce di cio’ che abbiamo fatto: siamo riusciti davvero a raggiungere questo paesino, e per di piu’ senza perderci. Non lo avremmo mai creduto, non avevamo tanta fiducia in noi fino a questo punto.
Usciamo, raggiungiamo il centro di Steyning a piedi. In meno di venti minuti ci siamo, Bramber dista meno di due chilometri dall’inizio di High Street.
Fino a mezzogiorno e quaranta tutto cio’ che abbiamo fatto e’ stato camminare con pigrizia lungo la via principale di Steyning (che, da ottima linguista, chiamavo “Staining”, con la A, alla tedesca – e’ piu’ forte di me, ne confondo la pronuncia con quella di Steyr!), scattando foto a raffica, facendo qualche ripresa e rimediandoci ora occhiate perplesse (sulla nostra presenza li’), ora sguardi ammirati (perche’ stavo immortalando il loro villaggio).
Credo che, agli occhi di queste persone, la nostra visita in un posto del genere sia stonata tanto quanto potrebbe stonare a noi la visita di un londinese a Tombe. O, per restare in territorio ascolano, a Montefiore – perche’ e’ ancora ascolano, cari fermani ;-)
Quasi alla fine di High Street, direzione nord, ci imbattiamo in uno dei pub studiati ieri sera, lo Star Inn. 7.3 su 10, questa la valutazione data dagli utenti del sito “beerintheevening”.
Entriamo, dietro il bancone vittoriano troviamo un fricchettone sui quaranta alto almeno uno e novanta che dice qualcosa. Ecco: “qualcosa” e’ il termine ricorrente quando si parla del capire cosa ci e’ stato detto da un autoctono.
Insomma, il tizio ci dice “qualcosa”, dal tono capiamo sia una battuta. Chiediamo di ripetere, poi ci arrendiamo. Mogi, chiediamo un tavolo per pranzare. Il locale sembra vuoto, ma qui non siamo in Italia e sedersi da soli potrebbe essere una manifestazione di cafonaggine involontaria. Come scopriremo poi, invece, e’ esattamente cio’ che si deve fare, li’.
Ci fa sedere in un posto poi, vista l’occhiata truce dell’unico vecchietto seduto in quella stanzetta, in un altro. Il locale e’ antico, composto da una serie di stanze collegate tra loro mediante uno o piu’ passaggi, con colonne in mattoni d’arenaria nel mezzo, un caminetto (sempre d’arenaria), tavoli e sedie che sanno d’altri tempi.
Il menu’ e’ un’altra prova linguistica, una prova che aggiriamo ordinando un “double burger” con patate e verdure varie. L’ordinazione, come scopro dalla vecchietta seduta al tavolo accanto al nostro, dovremo essere noi ad andarla a comunicare al bancone all’ingresso.
Stefano torna con le due birre, venti minuti dopo arrivano due piatti titanici colmi di roba. L’hamburger, non esagero, sara’ stato alto dieci centimetri.
Nel frattempo il locale si riempie. Eta’ media cinquant’anni, perche’ noi la abbassiamo. Siamo fuggiti dai casalecchiesi per ritrovarci in una Casalecchio inglese. Anche qui, infatti, siamo perseguitati dalle teste bianche ma, a differenza di quelle bestie che popolano il nostro quartiere, si comportano in modo compito e gentile, con noi.
Il pranzo viene barbaramente lasciato a meta’, lo stomaco rifiuta di buttare giu’ qualunque altro ingrediente presente nel piatto, sazio.
Fuori troviamo cio’ che abbiamo lasciato: vento forza 115 e pioggerellina impertinente. Niente ombrelli, sarebbero superflui. Si procede col cappuccio tenuto fermo da una mano sempre piu’ congelata e la testa china. Difficile fare riprese in quelle condizioni o riuscire a scattare foto nitide, ma giriamo ininterrottamente lo stesso. Ripercorriamo High Street, che nel frattempo ha visto diminuire il suo traffico onnipresente di auto e furgoni (qui nessuno sembra viaggiare sulle proprie gambe!), imbocchiamo Church Street e avanziamo fino in fondo, fino a ritrovarci, inspiegabilmente, all’incrocio con Jarvis Lane, la via che ci avrebbe ricondotti alla The Street dell’hotel.
In un susseguirsi di stradine imboccate a caso ci inoltriamo nei quartieri residenziali di Steyning. Incontriamo un numero infinito di Ford, piu’ di quante ce ne possano essere a San Benedetto con la sua Sciarra tanto amata, incontriamo perfino una vecchia Focus blu cobalto.
Vita, usi, lingua e paesaggi corrispondono alla perfezione. La lingua e’ incomprensibile, come ci era stato preannunciato, i paesaggi umidi, verdi e isolati, la gente cordiale, amichevole e disponibile. Piu’ di una volta ci hanno chiesto se potevano aiutarci, e ne avremmo usufruito volentieri, se avessimo capito cosa ci stavano dicendo.
Tornando indietro lungo Church Street entriamo nella biblioteca comunale. Il sito di Steyning la indicava come Infopoint.
Le due bibliotecarie impazziscono alla ricerca di leaflets sul Chanctonbury Ring, ma non ne trovano. Ci permettono pero’ di fotocopiare alcuni fogli con su descritti alcuni percorsi a piedi, e noi ci accontentiamo. Tanto, come abbiamo gia’ visto nell’ora precedente, i footpath della South Downs Way sono tutti chiusi. I campi, dopo sette giorni di pioggia ininterrotta, sono allagati e i sentieri erbosi con essi.
Degli autobus per Findon, invece, non sanno dirci nulla. Non ci sono bus che da li’ lo raggiungono, e’ questa l’unica certezza. Steyning non e’ poi cosi’ ben collegata con i suoi dintorni, confessano. L’unico modo per arrivare a Findon e’, forse, raggiungere Washington e poi, arrivati a Washington, vedere se c’e’ un modo per arrivare a Findon. Il tutto implicherebbe, cioe’, muoversi a dita incrociate nella speranza di non dover tornare indietro a piedi. Ci suggeriscono di andare alla Clock Tower a controllare gli orari. Andiamo. Un signore anziano chiede qualcosa, dalla parola “buses” capiamo che ci sta offrendo aiuti sull’orario. Dovremmo andare a Washington, spieghiamo. “Yeas, yaou shaould…(qualcosa)…one hundrea”. Capiamo “101”, ma non esiste nessun 101 sulla tabella davanti a noi. C’e’ solo il 100, che e’ quello che intende il signore. Passa, generico, una volta l’ora. Non si sa quando, non si sa a quali minuti. Una volta l’ora, basta. E per tornare cazzi nostri (sorry).
Riprendiamo a girovagare per le traverse di High Street, ne scoviamo un paio che si arrampicano su per una collinetta e che attraversano case seicentesche tagliate da ruscelli sparsi. Decisamente, l’acqua qui non manca. In quanto all’autobus 100… rimandiamo a domani la decisione. Trovarsi in un paesino residenziale da 1400 anime, senza capire cosa dicono e senza sapere come fare un cambio per arrivare a Findon, ricordando che poi dovremo anche tornare indietro, non e’ il top della sicurezza o, almeno, non a ridosso del crepuscolo.
Alle quattro inizia la lenta discesa della luce. Ce n’e’ ancora in abbondanza, ma la digitale comincia a combinare guai. Le gambe, rese forti dall’aiuto involontario della macchina fotografica, protestano stanche, convincendoci a riprendere la via del ritorno. Ci arrendiamo. Sulla strada alla volta dell’Old Tollgate facciamo tappa in un enorme parco, privato ma pubblico, all’uscita dal quale rischiamo di venire falciati dalle auto in transito a velocita’ Formula1 a pochi centimetri dall’ultimo scalino da noi fatto. Senza dubbio, per esserci a malapena cinquemila abitanti ci sono troppe auto. Non c’e’ stato un solo minuto in cui non ne abbiamo incontrata una, neppure quando eravamo in mezzo alla campagna e le costruzioni erano quattro, fienili compresi. Appaiono allergici all’andare a piedi, e corrono come pazzi. Avro’ qualcosa da ridire la prossima volta in cui sentiro’ lamentele sul dirsordine di noi italiani, in strada.
Poco dopo le quattro siamo in hotel. Un te’ bollente, un paio di biscotti (al burro, rigoroso), una doccia e mezz’ora di reality in stile Grande Fratello ma ambientato nel 1920. Ho quasi smesso di biasimare la televisione italiana, dopo un rapido giro di canali qui.

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Sabato 19 gennaio 2008
Steyning/Findon/Washington


Siamo forse diventati i beniamini della piccola Steyning? A poco piu’ di dodici ore di distanza dalla partenza da questo paesino sperduto, la risposta pende molto verso il si.
Sveglia ore 7.30, dopo una nottata passata in compagnia dei bolidi in transito in strada, due metri sotto di noi. Per il resto, silenzio assoluto: se non fossimo stati sicuri che la nostra era una delle ultime camere libere, avremmo pensato di essere soli. Una bella differenza con il Central Park nel quale stazioneremo da domani. Li’ il casino e’ d’obbligo ventiquattro ore su ventiquattro, specie se hai intorno dei giapponesi.
Colazione in camera, non essendo compresa (o, volendola pagare, avendo come scelta una colazione continentale o una colazione britannica… entrambe dietetiche, dunque). Studio dell’itinerario, doccia rapida (alla faccia della tinozza che abbiamo a casa e che rende un martirio il lavarsi), risistemazione delle valigie (per non far inciampare la maid con le nostre cose) e partenza. Destinazione: non si sa. Bramber, forse, visto che ci siamo dentro e che la St. Mary’s House, una delle case piu’ antiche del Sussex, e’ a pochi passi dall’hotel. In strada, nessuno. Strano, per una realta’ nella quale le auto sembrano possedere il dono dell’ubiquita’.
Bramber e’ una bomboniera, un villaggio microscopico affacciato tutto su questa via, La Via (The Street), composto da case cinque/seicentesche in tipico stile neotudoriano o, comunque, in selce e tetti in pietra. Le forme variano, dando al posto un aspetto eterogeneo e affascinante.
La St. Mary’s House, come avevamo gia’ avuto modo di notare ieri passandoci di fronte col bus, sorge praticamente a ridosso dell’asfalto ed e’ difficile osservarla con un occhio solo, poiche’ l’altro e’ occupato a controllare che nessuno ti falci o ti stacchi qualcosa sfrecciandoti vicino.
Torniamo indietro, un paio di chilometri e siamo di nuovo di fronte all’hotel. La meta successiva e’ il castello di Bramber, i cui resti sono visibili anche dalla nostra finestra. Ci arrampichiamo su per la strada sterrata di accesso al parcheggio, cercando il piu’ possibile di evitare pozze di fango profonde parecchi centimetri e larghe anche un metro o due. Prima di uscire dalla camera avevamo infilato le scarpe di riserva, certi di doverle lanciare nella busta dei panni sporchi appena tornati stasera, e tale prima camminata nell’erba melmosa accentua la certezza che di tali scarpe, arrivati a sera, non potremo farcene piu’ nulla.
Del castello normanno non restano che una porzione di muro e qualche sprazzo di fortificazione esterna. Il prato che corre intorno a questo enorme anello di mattoni e’ umido, fangoso e molliccio, nonche’ infinito, e ha al centro una collina di una decina di metri d’altezza sulla cima della quale non abbiamo il coraggio di salire, a meno di non voler fare la discesa in scivolata.
Cio’ che vediamo dalla camera, pero’, non e’ il muraglione malridotto, bensi’ la chiesa, in perfetto stato e tuttora utilizzata. La accompagna un allegro cimitero in cui la lapide piu’ recente risale al 1800 e il cui accesso e’ bloccato da un classico cancello antico in legno e tettoia-munito, tanto in voga da queste parti pare.
Risaliamo su per Bramber Road, destinazione Steyning, High Street. Tra i documenti stampati alla partenza abbiamo notato che ci resta un solo luogo da visitare prima di passare a Findon, e questo posto e’ il Chanctonbury Hill, con il suo Ring of Trees. Undici chilometri e mezzo di cammino per raggiungere uno dei colli che dominano la Findon Valley e i villaggi circostanti. Da quanto letto nel foglio da noi stampato ieri in biblioteca, la strada e’ facile da trovare. Seguire High Street fino all’incrocio con Sir George’s Place, quindi svoltare a destra subito dopo Mills End e imboccare il percorso pedonale. Facile, senza dubbio.
Arrivati a Mills End il percorso pedonale che in quel foglio battuto a macchina nel lontano ’87 era illustrato come comodo e agevole si dimostra in realta’ una palude semiprosciugata. Ci guardiamo perplessi poi, da bravi stranieri esaltati, decidiamo di lanciarci comunque, fregandocene delle scarpe: tanto, avevamo gia’ messo a monte di distruggerle, oggi.
Saltando da una radice all’altra arriviamo alla fine del footpath senza sporcare altro che un bordino di suola. Una signora con un cane (qui e’ raro vedere un camminatore senza il proprio animale) ci indica la strada: non ci siamo sbagliati, la via per il Chanctonbury Ring si trova proprio oltre quel sentiero soffocato dal boschetto che abbiamo di fronte. Lancia un’occhiata alle nostre scarpe, fa una smorfia elegante. “It’s quiet moudy thear, I don’t know if you’ll be able to crouss it, but you can try” (tradotto in inglese: “It’s quite muddy there, I don’t know if you’ll be able to cross it, but you can try”) o qualcosa del genere: ormai, a capire cosa ci dicono abbiamo rinunciato.
Guardiamo di nuovo il sentiero di fronte a noi. Ci sarebbe una strada asfaltata, a mezzo chilometro da li’, ma percorrerla e proseguire su di essa ci priverebbe della meta’ del divertimento e smorzerebbe la nostra smania da piccoli Indiana Jones. Inoltre, allungherebbe di un bel po’ i gia’ infiniti undici chilometri. Decidiamo di passare li’ in mezzo. Le nostre scarpe, che sapevamo non essere adatte, si dimostrano molto meno adatte di quanto non speravamo nel momento esatto in cui imbocchiamo quella strada che e’ ora un fiume immobile di fango nero con qualche sprazzo di radice qua’ e la’. Rialzi, oso chiamarli io, prima di capire che con tre centimetri di poltiglia appiccicati alla suola quei presunti aiuti sarebbero solo pericolosi trampolini alla volta di una bella caduta nella melma.
Sbuchiamo su una mulattiera barcollanti e con ai piedi due palle nere che un tempo furono Reebok che ciangottano a ogni nostro passo. Fermiamo di nuovo due signori, non sappiamo dove andare. Indicano la strada, ripetono che la seconda parte sara’ molto fangosa. Seguiamo il tratto per un po’, poi mandiamo al diavolo il Chanctonbury Hill, i suoi alberi e i suoi sentieri, e torniamo indietro. Facciamo piu’ di una tappa nelle pozzanghere che tappezzano la mulattiera, nel tentativo inutile di ridare alle scarpe una parvenza di decenza. Per i jeans, invece, non c’e’ niente da fare.
Raggiungiamo la fermata della Clock Tower, in High Street. Ieri quel vecchietto ci ha detto di dover prendere il bus numero 100 per arrivare a Washington, ed e’ quanto intendiamo fare giunti a questo punto della mattinata: sono le undici, lo stomaco morde, il pranzo comprato la mattina e’ ancora freddo nello zaino e a Findon c’e’ un pub caratteristico che potrebbe farci da mangiare, rimandando i tramezzini a stasera.
Aspettiamo. Il 100 compare quindici minuti dopo. Nell’attesa, High Street si popola da un minuto all’altro di anziane con carrellini colmi di spesa e giovani in attesa dell’autobus alla fermata dall’altra parte della strada. Steyning si sta finalmente svegliando. E a noi, forestieri spaesati, ogni abitante incrociato rivolge un saluto. Ieri erano pochi e sostenuti, a malapena dei cenni; oggi sono saluti allegri, a trentasei denti, preceduti da un’esclamazione che non e’ piu’ stupore (davanti a due stranieri armati di fotocamera in un posto sperduto come questo), bensi’ un modo di dire “Toh, chi si rivede!”. “Oh, ‘mornei!” e’ l’espressione che ci e’ stata rivolta piu’ spesso stamattina, sostituita da un “Oh, hi!” questa sera. Unite ad occhiate di discreto interesse da tutte le parti. Ci siamo sentiti un po’ i protagonisti di questo sabato campagnolo e, se fossimo abbastanza immodesti, oseremmo quasi dire che molte di quelle persone sapevano chi eravamo o, meglio, chi non eravamo. Delle mascotte, ecco come ci siamo sentiti oggi, subissati da tanta disarmante e gradita gentilezza.
Tornando al 100, ci ha condotti a Washington in meno di venti minuti, aggirando il cercato e ricercato colle del Chanctonbury. Ogni tanto, nei campi sotto di esso, gruppi di pecore dal muso scuro intente ad ingozzarsi di erba fradicia.
La fermata di Washington e’ nel mezzo di una strada deserta che sbuca sulla statale. Il vento, che da quando siamo usciti questa mattina non ci ha abbandonati un solo istante, continua a soffiare dispettoso, sbilanciandoci e consumandoci forze e pazienza. Mai scelta fu piu’ azzeccata di quella di descrivere continuamente l’onnipresenza del vento. Chiamiamola fortuna, fatto sta che ho fatto centro anche li’.
L’autobus numero 1 ferma da noi quasi venti minuti dopo. Insieme al 23, che di sabato non passa praticamente mai, e’ l’unico in grado di condurci a Findon. La fermata, come ci spiega l’autista a richiesta di consigli sul dove scendere, si trova di fronte ad un pub, anche se alla fine ci fa scendere in The Square, poiche’ e’ li’ che la Findon caratteristica inizia ed e’ li’ che ci suggerisce di andare, essendo noi due turisti.
Mollati nel bel mezzo di questa risacca a ridosso di due incroci, l’unico strumento in grado di aiutarci a capire in quale punto della nostra sgangherata cartina Google siamo finiti e’ il TomTom. Il quale, come sempre, si ostina a pretendere una decisione che non possiamo prendere. Per dirci dove ci troviamo, vuole che ci incamminiamo. Soltanto, non sappiamo dove. Alla fine capiamo da soli di dover percorrere la strada alla nostra sinistra. E’ lei High Street, ed e’ alla fine di essa che si trova il Black Horse, il pub consigliato dal solito sito Internet.
La High Street di Findon, a differenza della High Street di Steyning, e’ una via residenziale, molto verde e non troppo larga, nella quale appaiono soltanto due o tre negozi. Per il resto, un paio di pub, una sala consiliare, un hotel e tante, tante villette indipendenti. Accompagnate da Ford di ogni tipo, si capisce. Cio’ che abbiamo avuto modo di notare e’ che sia a Findon che a Steyning ad andare per la maggiore sono Ford, Peugeot (francesi, che disonore!) e Vauxhall (Opel). C’e’ anche un colore ricorrente, presente non solo sulle vetture di queste tre marche ma anche sulle altre, BMW compresa, purtroppo: azzurro cobalto. Che sia un implicito istinto patriottico (quel blu ricorda il blu della loro bandiera) o semplicemente una scelta di ambiguo gusto (ho visto un X5 cobalto metallizzato…), e’ l’azzurro ad avere la meglio sugli altri colori, subito seguito dal carta da zucchero e dal rosso. A proposito di rosso, dimenticavo: uscendo dal cortile del castello di Bramber, stamattina, abbiamo incrociato l’auto nemica di Mr. Bean. Soltanto, anziche’ essere celeste questa qui era rossa, sbiadita, instabile e carretta esattamente come viene mostrato nella serie televisiva.
Per tornare al Black Horse, il pranzo e’ ottimo. Avendo ordinato un “gourmet burger” ci aspettiamo di ricevere sul tavolo un piatto simile a quello mangiato ieri, un panino farcito da dieci centimetri di carne macinata. Invece, ci troviamo di fronte a un hamburger alle erbe con sopra una pila di altri ingredienti, tra i quali funghi, formaggio e verdure, il tutto reso stabile con una salsa dal colore roseo e dal sapore indefinibile. Il locale, una sala ampia piena di tavoli, inizia a rimepirsi verso le 13, quando noi abbiamo quasi terminato il nostro pasto pantagruelico.
Fuori, Findon e’ letteralmente morta. Non un’anima in High Street, non un’anima in The Square, e le poche che incrociamo non ci degnano di uno sguardo, andando a riconfermare la tesi che a Steyning la voce sul nostro conto possa essersi sparsa davvero.
Non avendo che due sole mete da verificare, School Hill e il Nepcote Green, imbocchiamo la via che dalla piazzetta si arrampica su per la collina. Alla fine, l’immagine mostrata da Google Map si dimostra fuorviante e quello che sul monitor sembrava un grande piazzale a ridosso di un alto palazzo e’ in realta’ un piccolo parcheggio da tre posti auto con una schiera di casette da un piano soltanto.
Riscendiamo, attraversiamo la piazza e andiamo oltre. Il pullman non sara’ alla fermata di fronte al White Horse prima di quaranta minuti, abbiamo tempo da riempire a sufficienza. Voglio vedere, affermo, il prato sul quale a settembre si svolge la fiera delle pecore di Findon. So che esiste perche’ ho visto foto e programma sul sito del villaggio, ma preferisco vederlo di persona.
Raggiungere il Nepcote Green e’ facile, si trova lungo la nostra strada, e andando oltre e chiedendo indicazioni a una signora scopriamo che anche il Cissbury Ring, l’altro colle della vallata insieme all’irraggiungibile Chanctonbury, e’ a poca distanza da li’. Anche lei, come la signora di stamattina, guarda impensierita le nostre scarpe: decisamente, con quelle ai piedi possiamo al massimo fare un giro intorno al Cissbury, poiche’ per arrivare al Chanctonbury dovremmo attraversare fiumi di fango.
La strada asfaltata ci accompagna fino ai piedi del grande colle. Da li’, la scelta e’ tra una mulattiera in salita che corre intorno alla collina o un sentiero ripido che arriva fino alla sua cima. Alla sua sinistra, il Chanctonbury, lontano, spelacchiato e nebbioso. Per avere conferma sull’identita’ dei due colli chiedo ad un giovane papa’ in escursione con figlie, moglie e cane il nome di quello lontanto, davanti a noi. Non ha le idee ben chiare neppure lui, ci ragiona un po’ e alla fine dichiara che quello accanto a noi e’ il Cissbury. Nel mezzo, un paio di chicche linguistiche quali “toup” anziche’ “top” e “sarry” anziche’ “sorry”, le quali vanno ad aggiungersi all’ormai collaudato “that’sallree”, tutto d’un fiato, ad intendere “that’s all right”.
Imbocchiamo la strada che circonda il colle. Dopo un paio di tentativi, decidiamo di rinunciare. Il fango nero e’ stato sostituito da melma bianca, puro gesso sciolto da tonnellate d’acqua, ma le scarpe hanno ripreso ad affondare e a bagnarsi lo stesso.
Torniamo indietro. Sbuchiamo in High Street a tre minuti scarsi dal passaggio dell’unico autobus previsto in quell’ora. Impossibile arrivare in tempo ma, non avendo altro di meglio da fare, decidiamo di tentare. In una maratona pazzesca percorriamo il chilometro e mezzo che ci separa dalla fermata, arrivando con il fiato corto e scoprendo con piacere che l’autobus sta arrivando proprio in quel momento, in ritardo (mostruosamente, visto il Paese in cui ci troviamo). Questo insperato ritardo ci permettera’ di non dover attendere un’ora a Findon, ma di rimando ci costringera’ ad attendere quarantacinque minuti a Washington: abbiamo perso la coincidenza con l’unico autobus orario che collega il villaggio a Steyning.
Girovaghiamo senza meta per il paesino, incontrando soltanto due dei suoi millecinquecento abitanti. Avanziamo su per un paio di salite, entriamo nel cimitero della chiesa, entriamo nella chiesa, riscendiamo a valle. La fermata, esattamente come prima e come la mattina, e’ vuota. Davanti a noi, venti minuti di attesa in balia del vento.
Arriviamo a Steyning alle tre e quaranta. Abbiamo terminato tutte le escursioni possibili, di li’ a mezz’ora la luce comincera’ a scendere, la stanchezza inizia a farsi pressante ma, al tempo stesso, di passare il resto della giornata in albergo non abbiamo voglia. Tentiamo di entrare nella Tea House all’incrocio con Church Street, i suoi sei tavolini sono tutti occupati. Ne troviamo pero’ uno libero in una panetteria, che nel retro diventa sala colazioni e sala da te’. Ci servono una teiera da un litro piena fino all’orlo e degli scones (ignoro, tuttora, l’esatta traduzione di questa parola) con panna, burro e marmellata. Una bomba calorica per quella che voleva essere una merenda leggera a base di te’ e biscotti. In attesa di pagare, scopriamo da un signore che “way” di “anyway” qui si pronuncia con la a, non con la e. Credo che, per noi, la differenza tra l’accento londinese e quello di qui sia palese tanto quanto la differenza ravvisabile tra la pronuncia delle vocali alla sicula e la pronuncia delle vocali alla marchigiana (o qualunque altra regione che usufruisca di un utilizzo corretto delle stesse).
Usciti di li’ entriamo nel market per comprare l’acqua, poi andiamo a fare due passi lungo Sheep Pen Lane, una via incrociata infinite volte durante questi due giorni ma nella quale non ci siamo ancora mai avventurati. Cio’ che troviamo percorsi appena venti metri sono file di case nuove costruite nella foggia di quelle antiche, con giardini e vialetti che danno a questo quartiere un’aria molto americana. Nelle case, sotto la luce di una lampada accesa, uomini seduti sulla poltrona intenti a leggere il giornale. Niente corsa nei centri commerciali, qui, niente tappa al cinema. Giovani e anziani se ne stanno in salotto a leggersi in santa pace il quotidiano. Anche se hanno Worthing a quindici chilometri, anche se questo paesino non offre nulla e viene voglia di evaderne almeno durante il fine settimana. Magari, piu’ tardi, andranno a bersi una birra, ma cio’ che fanno nel pomeriggio e’ rilassarsi, senza cantare tutto il repertorio dello Zecchino d’Oro disturbando almeno trenta vicini. Anche perche’, in quelle casette indipendenti, di vicini per loro fortuna non ne hanno.
A ridosso delle cinque torniamo indietro, in High Street. E’ successo qualcosa nella mezz’ora trascorsa lungo Sheep Pen Lane: la via principale si e’ svuotata, i negozi hanno chiuso, e i pochi che camminano nel buio salgono sulle poche auto rimaste e se ne vanno. Steyning, insomma, e’ deserta.
Imbocchiamo Church Street, a malapena illuminata da qualche lampione rossiccio. Dietro la finestra, una signora ci saluta. Perche’? Non lo so. Ormai, ci siamo abituati.
Tornando in High Street per riprendere la strada verso l’albergo diamo l’addio a Steyning: domattina prenderemo il pullman a Bramber, a due passi dall’hotel, e non torneremo affatto in questo piccolo centro ora defunto. Sara’ forse il caso di avvisare qualche vecchietta, oppure domani al non vederci comparire si preoccuperanno!

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Domenica 20 gennaio 2008
Steyning/Londra


Siamo a Londra, ci siamo lasciati alle spalle quel paesino in c…apo al mondo. E ce ne meravigliamo: siamo riusciti ad andare e tornare dal posto che ci eravamo prefissati. Non siamo in grado di fare un cambio d’autobus a Londra senza perderci e li’ siamo riusciti a fare decine di chilometri in tondo lungo i South Downs… curioso.
Ieri sera eravamo a letto all’ora dei vecchietti, le dieci e mezza. Un sonno pesante interrotto dallo starnazzare britannico di una coppia la quale, ubriaca persa, si e’ prima messa ad urlare sotto la nostra finestra e poi, non paga, nella stanza accanto. Abbiamo atteso dieci minuti che si calmassero ma loro, anziche’ calmarsi, hanno chiamato i rinforzi mettendosi ad urlare con i loro amici lungo i corridoi. All’una e mezza ho composto lo zero. Il cervello, in semi-standby, non si sa come e’ riuscito a capirsi col portiere notturno e a comunicargli il problema. E il portiere ha anche capito: due minuti dopo era alla porta dei nostri cari vicini di stanza a pregarli di fare piu’ piano poiche’ disturbavano gli altri ospiti presenti nel piccolo hotel.
La sveglia effettiva di stamattina era alle sette. Fuori, notte fonda. Con calma, con molta calma, abbiamo rimesso a posto tutto cio’ che nelle passate quarantotto ore avevamo fatto esplodere fuori dalle valigie, quindi abbiamo pianificato la prima parte della mattinata e controllato gli orari dell’autobus che ci avrebbe riportati alla micro-stazione di Shoreham.
Alle otto e quaranta eravamo in strada. Il pullman sarebbe passato di li’ a mezz’ora, ma la curiosita’ ha avuto la meglio, portandoci a raggiungere il centro di Steyning per dare un’occhiata alla vita domenicale di quella tranquilla cittadina del Sussex.
Arrivati all’inizio di High Street ci rendiamo conto che l’utilizzo del termine “vita” era un’esagerazione: a parte noi, un paio di piccioni, un paio di piccioni selvatici (da noi solitamente battezzati poiane), un cane randagio. Intorno, il silenzio. Quel villaggio, fino a ieri sera alle quattro e cinquanta (ricordo: alle cinque erano scomparsi tutti!) stracolmo di auto in corsa, era ora deserto e taciturno.
Chiediamo al TomTom indicazioni circa l’esatta ubicazione di Jarvis Lane. Ieri sera, adocchiando i miei appunti su Steyning, avevamo scoperto che Jarvis Lane era insieme a Church Street una delle vie piu’ antiche e caratteristiche del villaggio. Non e’ lontana, diceva il TomTom, nemmeno seicento metri. Soltanto, dopo averla imboccata e percorsa per qualche passo, ci rendiamo conto che di Jarvis Lane e delle sue case tudoriane non ce ne frega un tubo, e che l’unica cosa che dovremmo fare sarebbe evitare di perdere l’autobus alla volta di Shoreham-by-Sea, pena il dover attendere un’ora intera il successivo.
In High Street qualcosa inizia a muoversi. Qualche vecchietta esce per far uscire il cagnolino, qualche genitore porta microscopici bambini a fare una corsa su per il marciapiede a bordo di instabili monopattini. Io, da parte mia, voglio un giornale locale. Voglio scoprire se ne esistono e, se ci sono, di cosa parlano.
I negozi chiusi suggeriscono di andare oltre, di spingerci fino alla Clock Tower. E’ li’ che troviamo infatti una delle pochissime attivita’ aperte, una sorta di tabaccheria/edicola nella quale la ragazza ci accoglie con un sorriso affatto sorpreso e sfodera anche lei il saluto al quale siamo ormai abituati, “Oh, hello!”. Chiedo: “Avete per caso un giornale locale, qui a Steyning?”. La risposta (accesa): “Certamente! Abbiamo lo Steyning Herald!”. Lo compro. Lascio i miei quaranta centesimi, ringrazio ed esco. Mi stupisco di come ormai il cervello sia arrivato a rielaborare tanto bene il loro accento sballato da riuscire, dopo quasi quarantotto ore di permanenza, a decifrarlo e permettermi di capire in un buon settanta per cento dei casi.
Torniamo in albergo. La roba rimasta fuori da zaini e valigie viene messa al suo posto, la reception e’ nell’edificio di fronte, dieci minuti e siamo lungo The Street, diretti alla fermata sotto il castello di Bramber (dopo essere stati salutati con un originale “lovely thank you!” dalla giovane receptionist al di la’ del bancone). Il vento, che stamattina ci aveva illusi assentandosi qualche tempo, e’ tornato come e piu’ forte di ieri. Gelido. Abbiamo ventotto minuti da trascorrere cosi’, in piedi, nel mezzo di una strada di campagna, senza un riparo e in balia di ventate disordinate. Un ragazzino sembra volerci fare compagnia poi, dopo aver ricevuto una telefonata, se ne va. Deve aver trovato un passaggio, per sua fortuna.
L’autobus e’ puntuale. All’interno, un pannello luminoso indica le fermate in procinto di essere effettuate. Abbracciata alla valigia (in piedi, come non vuole la tradizione, qui) guardo fuori quei campi incolti che ho cercato per due giorni e che non ho trovato o, se ho trovato, navigavano in un pantano tale da rendere impossibile anche il solo avvicinarsi. Naturalmente, nessun centro abitato a parte un paio di villaggi a ridosso di Shoreham.
Alla stazione troviamo la biglietteria vuota. Abbiamo dieci minuti di attesa o poco piu’, poi il Southern arrivera’ e ci riportera’ indietro. Indietro verso la parte di costa sbagliata. La domenica, infatti, il treno diretto arriva a Shoreham-by-Sea per poi tornare ad Horsham, Worthing (east, west e north), Goring-by-Sea e infine Littlehampton, dove aggancia qualche carrozza in piu’ e dove fa finalmente dietro-front, salendo verso nord.
Il resto della mattinata, fino alle tredici e trenta circa, sono binari, binari e ancora binari. Due ore e qualche minuto di Southern, non so quanto di metropolitana fino a Bayswater, visto che la comodissima Circle Line la domenica e’ chiusa. Scesi alla Lancaster Gate, ci ritroviamo immersi in un casino che alla Victoria Station era stranamente assente, oggi. Un bell’impatto, per due che vengono da una campagna addormentata.
In albergo la fortuna non ci abbandona. Di camere pronte non ce ne sono, neppure una. Possiamo pero’ depositare i bagagli e tornare dopo le tre. Al pranzo abbiamo rinunciato, la stanchezza ha avuto la meglio. Lasciamo le valigie al consièrge e ce ne andiamo, diretti in Hyde Park.
Attraversiamo Bayswater in un punto di rito e ormai strategico (a patto, pero’, di non finire spiaccicati sotto un Mercedes E nero!). Lungo il marciapiede, a perdita d’occhio, dei venditori ambulanti hanno tappezzato la cancellata perimetrale del parco con quadri, foto e poster in vendita per pochi soldi.
Nel parco, la solita quiete. E’ pieno, stracolmo, tant’e’ che la stessa Bayswater e’ ricoperta di auto parcheggiate da ambo i lati, cosa che non accade nei giorni lavorativi. Eppure, malgrado il marasma, c’e’ silenzio. Nessuno si cura di nessuno, ognuno cerca di fare la sua passeggiata senza dare fastidio agli altri. Gli scoiattoli, accesi da tanto passeggio (sinonimo di pappa gratuita da ogni angolo, ipotizzerei), sono onnipresenti e si moltiplicano come Gremlins. Alcuni scavano nel terriccio, venendone fuori con il muso nero e avendo il coraggio di recriminare qualcosa arrampicandosi ad altezza uomo su tutto cio’ che trovano: alberi, pantaloni o staccionate.
In Hyde Park Corner prendiamo la metro per scendere alla Piccadilly. Non abbiamo una meta, e quella temporanea da noi decisa e’ quanto di piu’ sbagliato potessimo scegliere: il mondo e’ tutto li’. Fortunatamente e’ un mondo ordinato, turisti inglesi della domenica che non si accalcano e non spintonano.
La situazione a Trafalgar Square e’ invece un po’ piu’ complessa. Non si sa da che parte guardare, ovunque e’ un grande, onnipresente macello. Andiamo oltre. Il Parlamento e’ a meno di un chilometro, non abbiamo ancora una meta e decidiamo di andare a fare un saluto al Big Ben. Un paio di tappe in un paio di negozi di souvenir alla ricerca di uno specifico cagnolino dalla testa ciondolante (un regalo che ci piacerebbe tuttora comprare ma che sembra scomparso perfino dalle vetrine di Queensway), poi dritti all’Orologio. Il vento ci ha seguiti e ha preso a soffiare anche qui, forte e fastidioso, portando con se quell’umidita’ consistente che si attacca alla faccia, intreccia i capelli, bagna i vestiti e rende inutile l’ombrello. I soliti contestatori di fronte al Big Ben sono sempre li’, che scappano dentro le tende, piegati nella tenacia da quattro gocce d’acqua. Noi, da parte nostra, torniamo indietro. Abbiamo finalmente preso una decisione: andare in Oxford Street alla Virgin a dare un’occhiata ad alcuni cd.
Oltre Trafalgar Square, oltre Charing Cross e poi dritti nel cuore del West End fino all’incrocio tra Oxford Street e New Oxford Street. Nel mezzo, incontri ripetuti con decine di italiani di provenienza diversa che creano del leggero disappunto. In questo, ci sentiamo molto piu’ simili agli altri europei che ai nostri connazionali: esattamente come per i primi, anche per noi e’ un fastidio piu’ che una gioia incontrare persone del nostro stesso Paese.
Nel nostro negozio di dischi di fiducia (unico abbastanza grande da noi conosciuto nonche’ tappa fissa anche nei precedenti due viaggi) qualcosa e’ cambiato. I prezzi sono nella norma, non piu’ interessanti, e i cd cadono a pezzi, motivo per cui decidiamo di uscirne senza comprare niente. Gli unici non rovinati e ancora dotati di pellicola, gli album dei Beatles, costano perfino piu’ che in Italia.
Fuori la nebbiolina e’ diventata pioggia. Abbiamo una fermata a due passi da li’, con un solo cambio sbucheremo in Queensway. La stanza e’ senz’altro pronta, sono quasi le cinque.
In hotel, dopo la procedura di check-in usuale, ci ritroviamo schizzati nella room 246, per ritrovare la quale c’e’ bisogno di usufruire di un TomTom o, nel caso in cui questo non prenda i satelliti visto il corridoio striminzito, di una mappa antica conservata gelosamente nelle segrete della cantina dell’albergo. Insomma, si trova ad almeno venti metri dall’ascensore, in una nicchia alla quale si accede dopo una svolta a gomito sulla destra. Di rimando, proprio perche’ una delle ultime camere libere al momento della prenotazione e perche’ tanto occultata, e’ anche una delle piu’ piccole. Una specie di budello lungo e stretto alla cima del quale trovano spazio i due letti. Nota positiva: il bagno e’ piu’ grande della tripla di agosto e della doppia di giugno.
Facciamo tirare un sospiro di sollievo alle nostre gambe, gia’ stanche alla fine del viaggio massacrante su sedili assolutamente non back-friendly da Shoreham a Londra, e che in barba alla stanchezza si sono viste costrette a percorrere almeno altri venti chilometri nel pomeriggio, mettiamo in atto un po’ di zapping sugli unici sei canali disponibili in tv (nota: la tv si trova ad almeno tre metri dai piedi dei letti, e non ci hanno dato nemmeno un binocolo in dotazione), svuotiamo lo zaino dalle cose inutili e ripartiamo. Senza pranzo nello stomaco, quest’ultimo ha ben ragione di protestare. Raggiungere il Sainsbury’s in Cromwell Road e’ impossibile senza la Circle Line attiva, percio’ ragioniamo di usufruire del Whiteleys in Queensway. Dopo, pero’. Dopo aver mangiato.
Il posto che scegliamo e’ il pub a meno di duecento metri dall’albergo, lungo Bayswater Road (non ricordo il nome al momento – Black Lion? Non ricordo). Ordiniamo del fish&chips, alla nostra terza visita a Londra finalmente riusciamo ad assaggiarne. La poltiglia schifosa mangiata quel giorno d’agosto davanti alla Tower of London non conta, ovviamente.
Il piatto e’ ottimo, anche per una come me che aborra il pesce (disonore, per una sambenedettese!), e la London Pride molto bastarda. Buona, che scende giu’ in un attimo e non da’ il minimo senso di pesantezza. Almeno finche’ non ti alzi dalla sedia e decidi di uscire. A quel punto ci vuole tutto il controllo possibile sulle gambe per varcare la porta con dignita’ e non fare una magra figura davanti agli autoctoni, che hanno gia’ sorriso teneramente a sufficienza di fronte alla tua mezza pinta striminzita.
Whiteleys sta chiudendo. Il Marks&Spencer all’interno e’ vuoto e gia’ a saracinesche abbassate, e la stessa cosa stanno facendo anche gli altri negozi rimasti. Di domenica chiudono prima, benche’ molti si spingano fino a mezzanotte.
Da Spar, sempre lungo Queensway, l’acqua da due litri e’ diventata un’utopia. Ricorriamo allora al vicino Tesco, dove le bottiglie grandi di quel liquido trasparente qui poco utilizzato abbondano. Compriamo anche un paio di cookies al cioccolato, grandi abbastanza da soddisfare il buco rimasto nello stomaco, dolci a sufficienza da convincerci a lasciarli a meta’ dopo aver tentato solo qualche morso. Il te’ offerto dall’albergo, come tutte le bustine di te’ offerte dagli alberghi, e’ di qualita’ scadente ma ottimo per ritemprarci un minimo.
La nota positiva di questa camera cunicolare e’ che sembra sia molto silenziosa. Nessun rumore dall’unico vicino che abbiamo, nessun rumore dal corridoio poiche’, come dicevo appunto poco sopra, siamo solo noi a dovervi accedere. Forse non e’ andata poi cosi’ male, ma sapro’ dirlo con certezza domattina, quando spero avro’ dormito a sufficienza e senza ritrovarmi a comporre lo 0 nel pieno della notte per richiedere un intervento sociale nei confronti di tre tizi ubriachi persi.

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Lunedi’ 21 gennaio 2008
Londra


Se dovessi scegliere una parola per descrivere la giornata di oggi, opterei per “showers”. Di tanta pioggia repentina e abbondante ne avevo solo sentito parlare, finora, e non avevo ancora avuto il dispiacere di sperimentarla sulla mia testa. Un ombrello divelto, un altro duramente danneggiato, due piumini che ora odorano di oca putrefatta, le ultime scarpe rimaste che grondano anche dalla suola, questo il bilancio. E siamo in fase di uscita serale, abbiamo ancora ottime possibilita’ di incontrare l’odiata acqua, strada facendo.
Come sperato e ipotizzato ieri sera, stanotte in questa camera dimenticata da tutto il resto dell’hotel non e’ volata una mosca. La nostra sveglia si e’ animata alle sette e mezza, seguita da un paio di improperi (da parte mia, che non l’avevo sentita). Colazione in camera, vista la scarsa abbondanza e qualita’ di quella offerta dall’albergo, un’occhiata ad un possibile itinerario e poi fuori.
La Circle Line, oggi di nuovo attiva, e’ stracolma di persone, come sempre. La destinazione alla quale intendiamo recarci, la stazione di London Bridge ovvero uno dei punto nodali della City, si trova a circa venti minuti di metro dalla nostra isolata Bayswater. Dentro il treno, come sempre, stormi di uomini e ragazzini in giacca e cravatta che ci lasceremo alle spalle passata la Bank o la Tower Hill.
La London Bridge Station racchiude in uno stesso punto la stazione metropolitana e la stazione ferroviaria. Questo lo sappiamo. Quello che non sappiamo e’ che, venendo noi dalla Jubilee, i cartelli “Way Out” affissi in quel tratto schizzano i nuovi arrivati in un tortuoso percorso di stradine soffocate da palazzi ottocenteschi, nelle quali il tempo sembra essersi fermato e il cervello, di rimando, con esso: impossibile, in quel groviglio infinito di vecchie fabbriche, magazzini e locali, capire da che parte andare. Cosi’, indecisi e certi dell’inutilita’ di mappa e TomTom in quel caso specifico, seguiamo obbedienti la massa di persone incravattate che procede spedita tutta dalla stessa parte. L’idea sembra geniale, e per un momento siamo anche sicuri che essa funzioni, almeno finche’ svoltato l’angolo la massa di persone non si infila nell’ingresso di un palazzo, lasciando noi fermi li’ davanti come due idioti.
Torniamo indietro seguendo le indicazioni per la London Bridge Station e alla fine, dopo non so quante svolte alla cieca, ci ritroviamo dove volevamo essere in origine: sul London Bridge.
Di materiale utile ne trovo in abbondanza, con una certa soddisfazione mi rendo conto che dovunque io guardi o qualunque edificio io scelga, sara’ senz’altro adatto allo scopo. Non sono neppure l’unica armata di fotocamera intenta ad immortalare palazzoni gremiti di scrivanie: insieme a me, due spagnole, le quali eseguono riprese con zoomate e carrellate ai limiti del mal di stomaco.
Sul ponte il vento e’ micidiale, ma almeno non piove. Forti di questo, decidiamo di rimandare la visita alla Tate, a pochi minuti da li’, al pomeriggio, a quando a detta delle previsioni-sempre-sbagliate ci sara’ la pioggia.
London Bridge Station, di nuovo, ora dalla parte giusta e facilmente ritrovabile. Northern Line fino ad Angel, un viaggio di appena dieci minuti in un vagone semivuoto, vista l’ora per i pendolari ormai tarda (le nove e venti). Upper Street, subito fuori dalla stazione, e’ sovraffollata di autobus e vetture, rendendo difficile anche il transito dei pedoni.
Arrivati alla City University, in piena St. John Street, ci ritroviamo immersi in gruppi di studenti diretti all’edificio principale. Noi, invece, abbiamo come destinazione un pub di St. Luke’s. Non avendo nulla da fare, meglio dare un’occhiata al potenziale posto in cui consumare la cena.
Siamo di nuovo davanti alla City University alle undici. Lo capiamo dalla campana sulla torre principale, che si anima mettendo in atto una vera e propria cover dello scampanare tipico del Big Ben. Quello che non siamo riusciti a capire e’ se tale infinito strimpellare venga eseguito anche di notte.
Torniamo ad Angel, di nuovo sulla scala mobile infinita che in discesa e’ una vera e propria prova di coraggio. I piu’ arditi si lanciano giu’ per gli scalini e in trenta secondi sono al binario, noi preferiamo attendere qualcosa in piu’ e farci portare con comodo al centro della terra. Un minuto e ventidue secondi, questa la durata del viaggio.
London Bridge Station, ancora. La ragione e’ stavolta puramente commerciale, abbiamo intenzione di visitare alcuni negozi che si trovano direttamente sotto gli edifici Lloyds. Andiamo. Quando ne usciamo, fuori e’ iniziata la pioggerella fine che speravamo di aver salutato a Steyning. Unita al vento, diventa una doccia progressiva alla quale e’ impossibile sottrarsi. Intorno a noi la gente sembra non curarsene. Soprabiti da migliaia di euro e borse da altrettanti bigliettoni si inzuppano, eppure loro continuano a camminare senza aprire neppure un ombrello. Il nostro, gia’ messo a dura prova nei giorni scorsi, all’ennesima folata d’aria ghiacciata ci abbandona e decide di non aprirsi piu’.
La successiva ora ci vede camminare come anime in pena intorno alla City, alla ricerca di un qualunque posto in cui sederci e rifocillare due stomaci in preda ai crampi. Abbiamo dei buoni per il McDonald, non si sa perche’ stampati sul retro dei biglietti dell’autobus Washington-Steyning, ma dopo averne avvicinati un paio riconfermiamo quanto abbiamo gia’ notato nelle precedenti due visite: qui i Mc sono a ogni angolo, e’ vero, ma sono anche piccoli ed eternamente sovraffollati.
Moorgate e’ a pochi passi, prendiamo la metro li’. Una delle mete che abbiamo in lista e’ il quartiere di Kensington con i suoi palazzi signorili, pioggia permettendo.
Scendiamo a Glouchester Road, troviamo un McDonald incredibilmente lontano (quasi un chilometro) e incredibilmente vuoto. Un dispetto della cameriera dal pesante accento orientale non mi permette di ottenere l’ordinazione da me richiesta in origine, ma mi conquisto comunque un paio di menu da mangiare. Certo non si e’ sentita ringraziare, ne’ lei mi ha salutata alla fine della transazione. Non abbiamo mai avuto problemi con autoctoni o persone di colore, mentre ne abbiamo avuti e ne stiamo avendo di continuo con immigrati di altre nazionalita’.
Il pomeriggio si e’ diviso tra una passeggiata sotto il diluvio a Kensington (per vedere la zona residenziale), una tappa da Sainsbury’s (per comprare dell’acqua e del te’), una passata in albergo (per depositare gli acquisti di Sainsbury’s), e un giro in South Kensington (anche qui per vedere la zona residenziale). Quest’ultima tappa e’ avvenuta sotto un cielo per Londra stranamente limpido, accompagnata a sprazzi da pioggia sporadica che, al momento di tornare in albergo, e’ diventata doccia (o shower, appunto).
Ci accingiamo a raggiungere il pub in St. Luke’s, sperando di trovare un posto: quaranta minuti di viaggio a vuoto non sarebbero ottimali.

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Martedi’ 22 gennaio 2008
Londra


“Sitting in an English garden waiting for the sun/If the sun don’t come/You get a tan/From standing in the English rain”. Oggi questa strofa non l’abbiamo dovuta cantare neppure una volta. In cielo e’ apparsa una cosa luminosa, che gli esseri umani chiamano sole, e che noi personalmente ci eravamo lasciati alle spalle alla fine di dicembre, poiche’ dalle feste in poi non abbiamo piu’ avuto occasione di vederlo ne’ a casa, ne’ a Bologna ne’, tantomento, qui in Gran Bretagna. Oggi, pero’, siamo stati graziati e ripagati di tutta l’acqua assorbita ieri con una stupenda giornata di sole dalla mattina al tramonto. Ah, e niente vento, incredibile!
Con la sveglia alle sette per via di calcoli troppo pessimisti eravamo fuori dall’albergo con largo anticipo e poco dopo le otto ci trovavamo a ridosso dell’ultimo ingresso di Hyde Park, al confine con i Kensington Gardens. La palla luminosa di cui sopra arrivava a tagliola da est e, di rimando, grazie alla bella giornata il parco era pieno. Lo abbiamo percorso in lungo e in largo, all’inizio per scelta, poi per bussola sbarellata: abbiamo ripetutamente girato intorno al Serpentine senza rendercene conto, e il risultato e’ stato che siamo emersi, giubilanti, ai piedi dell’Albert Memorial alle dieci passate. Due ore ininterrotte di camminata dentro il parco, con somma gioia dei nostri piedi ormai in sciopero, compresa una pausa alla fine del fiume per sfamare un branco indifferenziato di volatili dalla taglia small alla extralarge.
Albert Memorial. Il tempo di scattare qualche foto (a giugno non fummo tanto fortunati, e l’oro del monumento era pervaso dal grigiore del cielo) e quattro pullman hanno scaricato frotte di giapponesi ai piedi della scalinata. Preferisco non esprimermi in questa sede su cio’ che penso di tali piccoli Ranma e Akane in tournee’. Basti solo sapere che ritengo di avere alle spalle un numero di spostamenti, in Italia come all’estero, sufficiente da essermi fatta un’idea abbastanza completa sul loro essere giapponesi, in albergo e fuori dall’albergo.
Non sapendo come ritrovare la fermata di High Street Kensington, pur sapendo di essere a due passi da essa, abbiamo attraversato la via omonima e percorso Queen’s Gate, direzione sud. I quartieri incontrati nel breve tragitto lungo questa via di collegamento tra High Street e Cromwell Road hanno reso case popolari gli appartamenti milionari intravisti ieri. Una roba da gente ricca. Da gente Brillante, oserei dire.
Arrivati alla fine di Queen’s Gate ci siamo praticamente ritrovati addosso al Natural History Museum. Gruppi di scolari in divisa e di liceali si accalcavano ordinatamente sulle scale d’accesso al museo, convincendoci che, con quel sole in cielo e quella coda in terra, non era il caso di chiudersi li’ dentro. La decisione e’ durata a malapena cinque minuti, il tempo di svoltare l’angolo e, anziche’ scendere sotto e prendere la metro, alzare gli occhi sull’insegna dello Science Museum. Ad agosto, benche’ alla fine vi passammo quasi due ore, non riuscimmo a vedere niente per via della calca affamata. Affamata di opere, affamata di non si sa cosa, fatto sta che correva, e strepitava, e spintonava, rendendo quella visita una tortura. Entriamo, oggi. Nella hall deserta ci siamo solo noi e i due addetti al controllo degli zaini. Il dipendente al quale mi dirigo fa degli apprezzamenti (sinceri, non all’italiana) sullo zoo che viaggia appeso alla zip superiore del mio zaino. Incredibile, lo capisco dalla prima all’ultima sillaba. Dopo cinque giorni pieni (dei quali, ricordo, tre immersi nel terrificante accento del Sussex) il cervello rielabora traduzioni su traduzioni in tempo reale (anche se, devo ammettere, quando si imbatte in qualche francese e’ su quella lingua che si concentra e riesce maggiormente).
Il museo e’ deserto. Ogni tanto incontriamo qualche scolaresca elementare scalmanata e prontamente ricondotta all’ordine da insegnanti ferree, ma finisce li’. Nel basement, lungo le scale e negli ascensori ci siamo solo noi. Dalle stalle alle stelle, dalla ressa al nulla, e siamo contenti cosi’. La visita della scorsa volta, terrificante, viene soppiantata da un giro approfondito di ogni singolo piano, giro che viene portato a termine in meno di due ore ma senza tralasciare nulla. Anzi, sono riuscita addirittura a scattare un’infinita’ di foto, mentre la volta scorsa non riuscii ad avvicinarmi abbastanza da farne neppure una.
Usciti di li’ a mezzogiorno e qualche minuto la fame e’ pressante. Per qualche oscuro motivo, da quando siamo arrivati lo stomaco non fa che chiederci da mangiare a tutte le ore. A ragione, forse: alla fin fine, abbiamo calcolato di aver percorso oltre quaranta chilometri a piedi, oggi.
Percorriamo Cromwell Road, direzione est, e troviamo ristoro in un salubre KFC in Earl’s Court, dove ci viene rifilato il solito menu’ economico e superpiccante. Il nome e’ uno scioglilingua, quanlcosa come Ziggy Wicked Menu, o roba del genere. Per pronunciarlo correttamente, ogni volta, dobbiamo approfittare dell’attesa in coda e rigirarcelo per bene sulla lingua qualche minuto.
Mentre sediamo ad un tavolo da otto anche se siamo solo in due e consumiamo la massiccia dose di pollo prevista nel nostro menu ragioniamo sulla meta, storditi da un trio urlante di giapponesi (per l’appunto, per riagganciarci alla mia considerazione iniziale…) e stomacati dalla pita al pollo accompagnata da Nescafe’ bollente di una signora americana accanto a noi.
Alzandoci, decidiamo che l’unica meta azzeccata tra quelle che mancano e’ Abbey Road. La prima volta leggemmo male la mappa e pensammo si trovasse vicina a Stratford. La seconda non avemmo il tempo di andarci. Stavolta di tempo ne abbiamo avuto, e siamo andati. Un cambio di linea, poi fermata di St. John’s Wood. L’alternativa era Maida Vale, ma dalle foto e dai manifesti sui Beatles capiamo di essere scesi in quella giusta. C’e’ perfino un’indicazione sull’esatta ubicazione degli studios, sul pannello che teoricamente dovrebbe servire per le comunicazioni sulla linea della metro.
Una sbagliata interpretazione del termine “cross” ci fa girare a destra anziche’ attraversare i semafori antistanti l’uscita della stazione. Come se non ne avessimo percorsi abbastanza fino a quel momento, avanziamo per due chilometri prima di vedere gli edifici diradarsi, il teorico incrocio non apparire e il dubbio farsi pressante. Accendiamo il TomTom: come temuto, stiamo andando nella direzione opposta. Inversione di marcia, “cross” del semaforo e poi dritti fino alla fine della strada. Dove, inaspettatamente, dopo un chilometro soli ci imbattiamo in un gruppo di persone: quattro ragazzini (massimo vent’anni) che camminano con aria figa sul marciapiede, preceduti da un fotografo e da un assistente, che sorregge uno specchio faromunito. Per me, avrebbero potuto essere tanto i Blue quanto i Westlife. Chi li riconoscerebbe? L’unica cosa che mi ha convinta ad optare per qualche gruppo emergente e’ stata la loro giovane eta’. I Backstreet Boys dei backtreets piu’ profondi, come li ho battezzati io. Poi magari tra sei mesi diventeranno il gruppo emergente piu’ importante del momento, chi lo sa.
Attraversiamo passando su delle strisce che solo dopo, alla stazione della metro con un poster dell’album Abbey Road sparato in faccia, riconosciamo essere quelle attraversate dai Beatles trentotto anni fa.
Gli studios sono una delusione. Non che ci aspettassimo a distanza di quasi quarant’anni degli studios novecenteschi cadenti, ma neppure un edificio ultramoderno con vetrate superchic. E non ci aspettavamo neppure di ricevere tante occhiate truci. Davanti alla cancellata, la cui base in cemento e’ completamente foderata di firme, dediche e disegni, un gruppetto di tre persone dall’abbigliamento e l’aria ambigua, munite di fotocamere professionali, ci segue con lo sguardo dal momento in cui avviciniamo l’edificio a quello in cui ce ne andiamo. Fans di Robbie Williams? Troppo pochi. Se Robbie fosse davvero stato dentro ad incidere anche oggi, li’ davanti non avremmo potuto scattare neppure mezza foto, tanta sarebbe stata la ressa.
Torniamo indietro con il dubbio sulla reale ubicazione delle strisce pedonali piu’ famose del mondo. In mente tentiamo, con vergogna, di focalizzare bene quella copertina che conosciamo a memoria, ma il cervello proprio non ne vuol sapere di riassociare cio’ che ricorda a cio’ che sta vedendo adesso. Arrivati alla stazione, davanti a quel manifesto, capiamo perche’: niente auto parcheggiate, ora, niente alberi verdi, niente edifici tutti uguali in tamburo. La Abbey Road di oggi pomeriggio aveva la meta’ degli alberi (spogli), nessuna auto parcheggiata, un traffico della malora e gli edifici vittoriani dimezzati e soppiantati da moderni hotel. Un mito distrutto, insomma. E’ stata una mossa saggia quella di risparmiare alla digitale l’immortalare quella via ora anonima.
Baker Street, fermata nella quale dovremmo effettuare il cambio del treno. Decidiamo pero’ di riemergere in superficie e andare a dare un’occhiata al negozio dedicato ai Beatles, gia’ che ci siamo. L’occhiata piu’ veloce della storia, la chiamerei, visto che ne siamo fuggiti appena visti i prezzi delle cianfrusaglie esposte a ridosso dell’ingresso. La nota positiva e’ che, essendoci trovati di fronte al Madame Tussaud’s, siamo riusciti ad immortalarne l’ingresso tondeggiante in una foto, cosa della quale ci eravamo dimenticati a giugno.
Lo spostamento successivo ci vede lungo Piccadilly alla disperata ricerca di francobolli. Qui li vendono solo negli uffici postali, al massimo in qualche bottega convenzionata e li’, lungo quella via, non ci sono ne’ gli uni, ne’ le altre. Alla fine, per pura fortuna, ritroviamo l’ufficio postale. Intasato, pur essendo solo le tre del pomeriggio. Facciamo mezz’ora di coda, un’enormita’ per gli standard ai quali ci hanno abituati le volte scorse, e ci conquistiamo i nostri due stamps.
Mediante Green Park ci portiamo all’ingresso di Buckingham Palace. Nelle nostre intenzioni c’e’ un controllo dell’orario del cambio della guardia di domattina, cosi’ da arrivare in tempo nella speranza, stavolta, di riuscire a vederlo. Non ci riusciremo, di nuovo: in inverno il cambio viene effettuato ogni due giorni, e si da’ il caso che esso sia avvenuto proprio stamattina (col sole!). Percorriamo rassegnati The Mall fino a Trafalgar Square. In un’ora la luce comincera’ a sciamare, e ci piacerebbe raggiungere il Tower Bridge per vedere il tramonto sul fiume. Il sole c’e’ ancora, il che e’ un miracolo, e questa sarebbe la prima volta in cui riusciamo ad assistervi senza dover temere la pioggia o l’arrivo di nuvole grigie.
Un percorso troppo lungo, un cambio inutile e una fermata sbagliata ci fanno emergere a Tower Hill alle quattro e mezza. Il sole non c’e’ piu’, la luce e’ dimezzata e, malgrado la marcia disperata alla volta del City Hall, non riusciamo a portarci ad ovest del ponte in tempo. Dobbiamo accontentarci degli ultimi rimasugli giallognoli in cielo e io, di rimando, di una manciata di foto del lontano ottobre 2003 come unico strumento di lavoro.
L’avanzare rapido del buio ci consente tuttavia di effettuare alcuni scatti a delle vedute notturne molto particolari. Dal Tower Bridge al London Bridge, riusciamo ad immortalare ogni cosa sotto un cielo blu cobalto che nella nostra precedente escursione era invece nero pece.
Alla London Bridge saliamo, di nuovo, su un treno. La destinazione e’ Westminster e il Parlamento, anche se scendiamo alla Victoria per una tappa veloce alla libreria di WH Smith. Tentiamo, invano, di trovare un posto all’Albert, un pub vittoriano minuscolo incastrato tra grattacieli a specchio nel bel mezzo della Victoria Street. Alla fine, esattamente come avevamo preventivato all’inizio, raggiungiamo Westminster. La aggiriamo, attraversiamo due, tre volte il Westminster Bridge, scattiamo un’infinita’ di foto e poi dichiariamo chiusa la giornata. Sono le sette e mezza di sera, abbiamo camminato per nove ore ininterrotte. Il che, stando alla nostra andatura veloce di circa quattro chilometri orari in media, vuol dire quasi quaranta chilometri in una giornata.
La tentazione di cenare in un pub, magari in Queensway, permane soltanto pochi secondi. Forze a sufficienza per tornare a St. Luke’s, a quel pub seicentesco che ieri sera si e’ dimostrato poi troppo pieno, non ne abbiamo. Di restare oltre in giro, neppure. Cosi’, dopo una tappa da Marks&Spencer per comprare qualcosa da mangiare a cena, torniamo in albergo, a dodici ore esatte dall’uscita.

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Mercoledi’ 23 gennaio 2008
Londra/Bologna


Siamo gli ospiti piu’ giovani su questo aereo, dopo di noi si passa subito ai quarant’anni ma, si sa, la cafonaggine non ha eta’. Sediamo alla fila 16, l’aereo termina alla 25 e c’e’ un tizio seduto a quest’ultima che si sta guardando un film indisturbato, rendendo partecipi tutti noi. Un film d’azione, a giudicare dalle sparatorie, dalle sirene e dai crash che si sentono fin qui. Una signora davanti a lui, disperata, gli ha chiesto di spegnerlo perche’ svegliava il bebe’ che ha in braccio. Ha spento. Cinque minuti, poi ha riacceso. La maleducazione non ha eta’, per l’appunto.
Abbiamo sullo stomaco il solito tramezzino doppio marchiato British Airways, e se questo aereo la smettesse di mettere in atto il ballo di San Vito riuscirebbe anche a scendere, anziche’ tornare su. L’attraversamento della Manica e’ stata una prova di resistenza, almeno per me, quasi novellina. Al momento, invece, abbiamo qualche scossone sporadico, niente di piu’.
Ieri sera le adorate giapponesi della camera accanto sono rientrate alle undici e mezza, come sempre. E noi, nel mondo dei sogni da un’ora, riportati con grazia degna di un elefante alla realta’ nel momento in cui hanno varcato la porta. Stamattina alle sette e mezza, la vendetta. Mentre prepariamo le valigie non ci curiamo molto di abbassare il televisore o parlare a mezza voce.
Da uno studio della guida su Londra alla fine dei preparativi appare evidente che non abbiamo ormai piu’ nulla di nuovo da vedere, soltanto posti da rivedere, volendo. Data l’ottima esperienza di ieri mattina nello Science Museum deserto, decidiamo di tentare una nuova visita al Natural History Museum, dopo l’affollata escursione di fine agosto.
Come ogni mattina ci portiamo in Hyde Park Corner attraversando Hyde Park in diagonale. A differenza di ieri, un sole velato e pochissime persone oltre noi.
(L’aereo intanto continua a shakerarci, ci sto quasi prendendo un sadico gusto)
Giunti alla fine del parco, un dubbio sull’esatta ubicazione del museo ci fa mettere mano alla cartina (alla velocita’ della luce, prima che qualcuno ci notasse e intervenisse in nostro soccorso come di consueto) e, fortunatamente, scoprire prima di essere dentro un treno che questo si trova ad appena dieci minuti di cammino, lungo la vicina Cromwell Road.
(Il pilota ha appena detto che si vede Ginevra. Controllo. E’ vero, dopo un’ora di tappeto grigio si intravedono delle luci rosse a terra)
In questi giorni sembra che la nostra vita da gitanti sia ruotata esclusivamente intorno a quella strada e, in effetti, e’ andata un po’ cosi’.
Ore 10.10, siamo di fronte all’ingresso del museo di Storia Naturale. Insieme a noi, una timida scolaresca di bimbi inglesi, tutti rigorosamente biondi e tutti rigorosamente in divisa. Dentro, il vuoto. Quelle stesse passerelle in mezzo a dinosauri stecchiti da milioni di anni, in agosto talmente affollate da richiedere un senso unico alternato, sono ora deserte e a nostra completa disposizione.
Giriamo pigramente da una sala all’altra, approfittando di quel vuoto. Gennaio, decisamente, non e’ stagione da turisti sebbene ce ne siano in quantita’ piu’ che discreta. O, forse, abbiamo semplicemente azzeccato l’ora in entrambi i musei.
Saloni che la volta scorsa passarono inosservati a causa della calca, ora sbucano come funghi ad ogni svolta. C’e’ perfino un’ala intera dedicata a pietre, ciotti, gemme, falsi e quanto altro ci possa essere nel mondo dei minerali.
A mezzogiorno siamo fuori. Tappa-pappa in un KFC deserto (menu’ non-fritto fritto fritto, stavolta), uscita, visita da Sainsbury’s per un controllo circa il rifornimento o meno degli scaffali di te’ l’altro ieri vuoti. Rifornimento effettuato, cestino pieno, cassiera sorridente e vagamente spiritosa. Credo sia abbastanza impossibile non etichettarci come turisti, con uno zaino in spalla, una borsa per telecamera e sette scatole di te’ formato famiglia nel cestino. Ah, e anche un bestseller, l’ennesimo, che spero vivamente non si stia auto-distruggendo giu’, in valigia.
Alle tredici riprendiamo la metro in Glouchester Road per sbarcare anche oggi in Baker Street. Di tutti i parchi del centro visitati, il Regent e’ l’unico a mancare. Dopo di lui, solo l’enorme Hampstead.
Veniamo accolti da un centinaio di piccioni, fermi in siesta a ridosso del cancello da noi usato per entrare. Non si muovono, ne’ si spostano di un millimetro mentre camminiamo a pochi centimetri da loro. Abituata alla spocchia dei piccioni italiani, mi aspettavo un’orda volante e strillante al nostro avvicinarci, invece nulla.
La fauna che troviamo all’interno del Regent’s Park e’ impressionante. Credo di aver collezionato foto di almeno quindici specie di palmati diversi, e temo ce ne siano almeno il doppio. Alcuni di loro ci hanno seguiti per un po’, dopo aver degustato (con delicatezza, prendendoli dalla mia mano con grazia britannica) un intero pacchetto di anelli al mais. Altri si avvicinano incuriositi, bramosi di sapere cosa sto facendo con il mio zaino, e restano fermi ai miei piedi col collo ritto e il becco in su, speranzosi che stia tirando fuori qualcos’altro da mangiare. Quando mostro loro una scatola di te’ capiscono che nella busta non c’e’ altro e se ne vanno, lasciando me sbalordita di fronte a tanta mutua comprensione.
Trascorriamo un’ora abbondante nel parco prima di decidere di tornare in Baker Street e riprendere la metro che ci avrebbe ricondotti in Bayswater. Vista l’ora, preferiamo scendere in High Street Kensington e attraversare i Kensington Gardens fino a raggiungere Queensway.
L’attraversamento avviene in maniera perpendicolare e termina in meno di mezz’ora. Abbiamo davanti a noi almeno un’altra ora da occupare, prima di tornare al vicino albergo, prendere le valigie e dare il via alla stressante procedura che ci vedra’ su un aereo diretti a Bologna.
Giriamo per le botteghe di Queensway senza fretta, scoprendo che ogni dieci metri i prezzi cambiano e che man mano che si avanza verso nord questi decuplicano, pur trattandosi della stessa, identica merce. Non ritrovo il marpione che la volta scorsa mi rifilo’ una tazza dal manico rotto, appuntandomi addosso un “everithing is possible with me, darling!” soltanto perche’ avevo chiesto se era possibile incartare per bene tale tazza. Mi chiedo, ora, in quanti pezzi sarebbe finita se il tizio non lo avesse fatto.
Alle 16.15 siamo gia’ in albergo, di fronte al consièrge-Paul a richiedere indietro le nostre valigie. Che, naturalmente, sono state accatastate le une sulle altre in maniera indegna e pericolosamente traballante.
Pur avendo di fronte due ore e mezza, e di rimando nessuna fretta, in strada ci vediamo ugualmente costretti a correre come pazzi, travolti dalla massa e obbligati ad affrettarci per non venire completamente sommersi. La Victoria, oggi, a differenza di domenica pomeriggio e’ a dir poco stracolma.
Un pannello sbagliato (udite udite!) segnala il Southern per Gatwick sul binario 5. Arrivati al binario, vuoto e insolitamente deserto, scopriamo che era il 15 quello al quale saremmo dovuti andare. Binario che, ovviamente, si trova dalla parte opposta della stazione.
Una corsa nel mezzo delle sale, un paio di salti, una gomitata e tre investimenti, e arriviamo di fronte alle porte del treno nel momento esatto in cui queste si chiudono. Dentro, neppure un millimetro libero, e questo un po’ consola il nostro scoraggiamento.
Guardiamo i pannelli intorno a noi. Al binario 16 c’e’ un altro Southern con capolinea a Horsham. Il treno infinito di Horsham, come abbiamo avuto modo di scoprire a giugno, ma facendo due rapidi calcoli capiamo che arriverebbe comunque cinque minuti prima del successivo con capolinea a Brighton, pur avendo questo meno fermate di fronte a se’. Saliamo. Il treno, preceduto dall’altro che noi abbiamo perso e che era senza dubbio piu’ rapido e piu’ comodo (venticinque minuti contro cinquanta, il doppio), e’ vuoto. Ci sistemiamo di nuovo sugli scomodissimi sedili per disabili, situati in una nicchia che ci permette di conservare di fronte a noi le valigie e di tenerle d’occhio (benche’ in questo Paese raramente ci sia da tenere d’occhio qualcosa).
Cinquanta minuti dopo, Gatwick. Il check-in ci mostra intere file di posti accanto al finestrino occupati, gli unici ancora disponibili e sufficientemente indietro sono il 16E e il 16F. Niente 17 al ritorno, dunque.
Al deposito bagagli ci siamo solo noi, e impieghiamo meno di cinque minuti anche al controllo di sicurezza, compresa la disgustosa procedura della scansione delle scarpe.
Mangiamo un panino M&S, l’ultimo per nostra fortuna (domani pasta, su questo non si discute!), poi ci incamminiamo subito verso il gate 106. Stranamente, torneremo in Italia con soli quattordici centesimi: incredibilmente, siamo riusciti a toglierci dalle scatole tutte le sterline rimaste.
Il tizio in coda pare ha smesso di vedere il suo film o, semplicemente, deve essere finito. Dovrebbero mancare una quindicina di minuti all’atterraggio, tra un po’ mi faranno spegnere tutto, iPod compreso. Visto che questo volo e’ perennemente in ritardo (mai una volta che siamo partiti puntuali), il pilota ci ha detto che cerchera’ di limitare il viaggio ad un’ora e trentacinque minuti invece della solita ora e cinquanta.
Staremo a vedere, non ho fretta.