Archive for febbraio 11th, 2008

Author: Juana
• lunedì, febbraio 11th, 2008

A volte le scuse non bastano per porre rimedio agli effetti di una frase estemporanea buttata la’ in un momento di, si spera, acuto rincretinimento.
Me ne rendo conto dopo mesi dal fattaccio? No. La gravita’ dell’intera situazione non risiedette soltanto in una parola, ma nell’intero, complesso insieme di fatti che ruotavano intorno ad essa che, diaciamocelo, non e’ che la punta di un iceberg sprofondato decine di metri sotto il pelo dell’acqua.
Giovani under-35. Quando si alzano al mattino, che abbiano un lavoro o no, che tale lavoro sia remunerato o no, quali prospettive dovrebbero vedere davanti a se’? Che visione del loro immediato futuro dovrebbero far materializzare davanti agli occhi? A cosa dovrebbero attingere per trovare energie e spinte nel momento in cui quella visione e’ confusa, e’ assente o, spesso, non e’ rosea?
Tre anni di universita’, a volte anche due anni di specialistica o un master, e il massimo che venga offerto, facendola passare come una gran concessione in un momento di forte recessione, e’ un posto come operaio notturno a trecento euro al mese o come addetto mensa a quattrocento. Analizzando la situazione che hai intorno decidi che puoi tentare perche’, tanto, l’alternativa sarebbe restare in casa continuando a gravare sul paparino (e meno male che c’e’ lui!) anche per comprarti un paio di scarpe da appena quaranta euro. Dai la tua disponibilita’ all’agente la quale, con rammarico, ti dice che quel posto e’ gia’ stato occupato. Tra una chiacchiera e l’altra scopri che e’ stato dato ad un immigrato bisognoso di un posto. Ok, buon per lui, un po’ meno per te che, per l’ennesima volta, sei stato soppiantato in quanto reputato “meno bisognoso”. Ti consideri comunque molto fortunato per essere stato per lo meno contattato: su trentaquattro agenzie interinali visitate, quella e’ stata l’unica ad avere la compiacenza di farti avere sue notizie. Le altre, evidentemente, campano gia’ bene con le sovvenzioni senza doversi stare a disturbare con chiamate a disoccupati tutto il giorno.
Settimane e mesi passano. Continui a spedire curriculum a destra e a sinistra, in un montone di megabyte tale da far invidia ad un qualunque server di Google. Risposte? Una, al massimo due, e tutte negative. Ritenti con le agenzie, chiedi loro notizie. Mossa inutile: sono passati mesi, il tuo profilo e’ finito schiaffato in fondo a qualche cassetto e loro hanno da occuparsi dei nuovi iscritti. Ti viene da chiederti perche’ mai, quando eri tu un “nuovo iscritto”, non ti abbiano chiamato con altrettanta solerzia, e nel momento stesso in cui ti poni la domanda trovi gia’ la risposta, mentre mentalmente fai gli auguri a questi “nuovi iscritti in attesa di contatto”: un posto in sala mensa ci sara’ sicuramente anche per loro, ammesso che arrivino per lo meno a fare il colloquio. E comunque, anche facendo il colloquio, le speranze di essere assunti per quei due mesi sono poche. Potrebbero sempre incappare nella quarantenne ultratruccata che si aspetta da loro una disponibilita’ ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, un cellulare sempre acceso, una presenza in reception pressoche’ continua, con turni di dieci ore e niente ferie. Il tutto per l’onestissima cifra di settecento euro al mese. Spese incluse, chiaro. E se non sei automunito spiacente, l’accordo non puo’ andare in porto.
Oppure puoi sperare in un raro colpo di fortuna: entri in un’agenzia sconosciuta al mondo, sconosciuta perfino ai dipendenti che ci lavorano, e ti propongono di diventare segretaria presso una grande azienda automobilistica. Bella presenza, proprieta’ di linguaggio e disponibilita’ ad avere orari flessibili. Tra le righe, consenso a spostamenti in capo al mondo ed eventualmente ad estendere le mansioni di segretaria a quelle di accompagnatrice. All’imbarazzo del rifiuto si aggiunge l’occhiata incredula/superba dell’addetta, che non riesce a credere come tu possa anche solo pensare di declinare una proposta del genere. Spontaneo lo spirito di controproporre quel posto allettante all’addetta, provvidenziale l’intervento dell’autocontrollo che ti induce a limitarti ad un “arrivederci”.
I piu’ fortunati tutto questo l’hanno superato, o non l’hanno affrontato affatto. Seduti dietro una scrivania, al lavoro al di la’ di un bancone o appollaiati sullo sgabello di una cassa, stringono in pugno il loro contratto a tempo determinato (o a progetto), avendo una sola certezza: entro la data scritta su quel pezzo di carta si ricomincera’ da capo.
Vogliamo parlare della parola magica “stage”? Cinque lettere affascinanti dietro le quali si nasconde un significato noto soltanto a chi se ne serve: forza lavoro giovane, gratuita e a scadenza. Molti vantaggi per chi ne propone, qualche guadagno per chi rimane, nessuna speranza per chi sa che terminati quei mesi verra’ rispedito a casa. Ma, intanto, deve lavorare e impegnarsi come se a avesse in tasca una paga da duemicinquecento euro netti.
E’ facile dare a noi giovani dei superficiali, e’ facile dire che non abbiamo voglia di fare niente, che non vogliamo sganciarci dalla famiglia e che ci piace avere il piatto pronto in tavola senza altri pensieri se non quelli strettamente legati a noi. E’ facile dirlo, quando si e’ totalmente ignoranti. A molti di noi non piace “trovare il piatto pronto in tavola”, nel senso letterale o figurato del termine, ma non abbiamo scelta. A molti di noi non piace essere superficiali, ma sempre piu’ spesso la superficialita’ e’ la sola via di fuga che ci resta per lasciarci alle spalle quello che tutti i giorni vi grava sopra. A molti di noi non piace avere voglia di fare niente, ma d’altra parte non abbiamo neppure stimoli o motivazioni per armarci e iniziare a produrre qualcosa di concreto. E’ facile parlare, quando si e’ totalmente ignoranti. Se tutte le parole sprecate per recriminare noi cazzofacenti fossero contratti di lavoro, a quest’ora saremmo tutti dirigenti.

Juana