Archive for ◊ agosto, 2008 ◊

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• sabato, agosto 16th, 2008
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If cities like Bologna, Milano or Roma haven’t been abandomned, this summer; if there’s a turism’s economy recession; if the only beach holidays that families have chosen are just few days during the weekend or in the middle of the week… if it’s so, could someone explain me why my city is so full of turists? And could someone other explain me why, if in the South of Italy people are so poor they can’t find money until the end of the month, my city has become a detatched seat of this South?
After all, earnings are not sufficient, that’s true, but grants must be used in some way…

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• sabato, agosto 09th, 2008
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An object that Windows Vista could succeed to not damage
The maximum damage it could do, I think, would be a block of the lid. In the house where I lived, the Windows XP’s label succeeded to block the flushing system just two days after its application (see picture)

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• mercoledì, agosto 06th, 2008


Ebbene si’. Sono stata ad Ascoli Piceno la sera della festa del patrono, io, sambenedettese. Fa discutere? Beh, non credo di essere stata la sola e poi, se proprio vogliamo essere sinceri, di sambenedettese ormai ho soltanto la residenza (e i parenti, ovvio).
Insomma, dopo aver sentito parlare per anni di questi fatidici giochi pirotecnici (o spari, detto in lingua locale), ho voluto assistervi. Ci sono stata lo scorso anno, ci sono stata ieri sera. Percio’ posso fare un paragone e tirare qualche conclusione.
I fuochi di Sant’Emidio sono un concentrato di intrattenimento condensato in una manciata di minuti e una folla tutt’altro che esigua. Migliaia di euro spesi per mezz’ora di agognato divertimento. Un evento atteso tanto dagli autoctoni quanto dagli abitanti delle cittadine vicine, che accorrono in massa per assistervi e per partecipare alla festa che si svolge sin dalle prime ore della sera. Bancarelle (o bancozze, dico bene?), stand gastronomici, un palco in piena Piazza del Popolo, e un marasma di individui vestiti a festa che si aggira per le antiche rue del centro. Vestiti a festa, perche’ Sant’Emidio e’ la festa. Percio’ occorre prestare attenzione a cio’ che si indossa, restare quei cinque minuti in piu’ di fronte allo specchio: le occhiate fioccheranno, e non un laccio dovra’ essere fuori posto in vista della continua ispezione reciproca che avra’ luogo una volta lanciatisi nel carnaio.
Ore 23.30. Decisamente la Piazza, le rue ad essa vicine, via Trieste e perfino piazza Arringo sono off-limits. In attesa dello spettacolo pirotecnico – il cui orario di inizio e’, come tutti gli spettacoli pirotecnici di zona che si rispetti, strettamente legato alla tombolata di massa – un giro nella Ascoli antica, via dalla bolgia, nelle rue meno affollate ma non per questo meno interessanti. Poi, a mezzanotte e un quarto, la decisione di attendere l’inizio dello spettacolo a ridosso del parapetto del Lungo Castellano dove, si spera, si godra’ di un’ottima visuale.
Si chiacchiera, ci si guarda intorno, ci si adatta al clima critico e tipico della festa restituendo occhiate indagatorie all’abbigliamento di chi passa. Intorno, qualche coppia isolata, qualche genitore con i figli al seguito. Tutti in piedi, tutti fermi, in attesa. Le superfici “sedibili”, chiaramente, sono state gia’ tutte occupate, ma di spazio ce ne e’ in abbondanza.
A mezzanotte e mezza, inspiegabilmente, quello che era uno spazio adeguato per respirare e non sentirsi schiacciati dalla folla diventa uno strapunto di strada nel quale a malapena riesco ad alzare la mano per sistemarmi la borsa. E’ strabiliante come, senza che me ne sia accorta, io mi sia ritrovata ad almeno dieci metri di distanza dal punto in cui mi ero originariamente fermata e come l’aria sia diventata subitaneamente soffocante. In maniera guardinga e difficilmente percepibile vieni accerchiato, spostato, la tua primissima fila diventa una seconda, poi una terza, almeno finche’ non punti i piedi e decreti, deciso, che di li’ non ti muoverai piu’. Grazie a questa tua morigerata fermezza riesci a mantenere il posticino che tanto faticosamente ti sei conquistato, ma la folla intorno a te aumenta comunque. I tuoi piedi incollati a terra non la spaventa, e si fa strada come puo’. E’ per questo che qualcuno pensa che sulla tua schiena ci sia scritto “Dondi” o “Chateau D’Ax”. Deve essere cosi’.
Ore 00.45, dei fuochi neppure l’ombra. Qualcuno pensa bene di ingannare l’attesa fumando una cicca dietro l’altra e invadendo l’effimero spazio vitale (e respirabile) di chi ha intorno, bambini compresi. Bambini che, spintonati avanti a mo’ di ariete, ora se ne stanno in quella primissima fila nella quale eri anche tu neppure mezz’ora prima, con alle spalle i genitori, vistosamente soddisfatti della dura (anche se io direi piuttosto vergognosa) conquista.
Malgrado gli inconvenienti, la lunga attesa si rivela essere piu’ interessante del previsto. In un puro e incomprensibile concentrato di dialetto, puoi estrapolare discorsi altolocati sui problemi intestinali del suocero di quello o sull’unghia incarnita della vicina di quell’altro. Nel mezzo, un’erudita conferenza contro i cellulari moderni che ad un informatico fa venire voglia di staccare la pergamena di laurea dalla parete e utilizzarla al posto della carta igienica. Il tutto, ovviamente, in una lingua che induce una laureata in Lettere ad aggregare la propria pergamena a quella dell’informatico. A meno che non si voglia intraprendere uno studio glottologico: si scopriranno a quel punto delle interessanti liaisons all’interno dei discorsi, che portano le frasi a divenire un unico blocco massiccio, dall’aria inscindibile (l’aldroggiorno, iermatinasofattequischte, nengesoiite – trad.: “l’altro giorno”, “ieri mattina ho fatto questo” e “non ci sono andato”), a scapito pero’ di un doloroso fischiare alle orecchie.
All’una e cinque, quasi un’ora dopo l’arrivo nel punto strategico, il primo colpo, seguito da un rumoroso e lungo ”Oooooh!” liberatorio: l’infinita tombolata e’ infine finita. Altri due colpi a vuoto e iniziera’ lo spettacolo.
La folla si pressa. Lotti con le unghie e con i denti per mantenere il tuo misero appezzamento di asfalto, ma ti ritrovi comunque con la parrucca alla naftalina della minuscola signora di fronte a te piazzata sotto il naso.
Ai primi fuochi, l’ “ooooh!” iniziale viene sostituito da un “Aaaah!” di ammirazione. I botti vanno avanti in batteria, i suoni onomatopeici anche. Quando “oooh!” e “aaah!” non bastano piu’, tale meraviglia viene espressa mediante il brevettato “Avua’!” (trad.: “Ma guarda!”). E quando “avua’!” non basta piu’? Scatta l’applauso. Collettivo, che si espande immediato, quasi sovrastando il fragore dei fuochi soprastanti e scaturendo un’ilarita’ superiore incontrollabile. Se, poi, hai la fortuna di avere accanto il nipote segreto di Tonino Guerra, un bambino che sprizza ottimismo da tutti i pori profumando la sua e la tua vita, allora puo’ capitarti anche di ascoltare frasi rassicuranti del tipo “Prende fuoco!” oppure “Ci viene addosso” oppure “Questo incendia tutto, lo sento!”.
Il risultato di quei venticinque minuti di trambusto sono fuochi un po’ al di sotto di quelli dello scorso anno ma, cio’ nonostante, in grado di farla vedere a San Benedetto e al suo spettacolo pirotecnico di fine luglio.
Personalmente, ne sono uscita con un vocabolario soggettivo di gran lunga arricchito.