Adesso basta, e’ arrivato il momento di difendere l’Italia!
C’e’ poco da discutere: gli italiani detengono il podio di casinisti e truffaldini per eccellenza. Francesi esagitati che ti hanno appena messo in conto piatti non ordinati ti danno del mafioso solo perche’ i tuoi venti euro appaiono consumati e temono siano falsi. Austriaci tutti d’un pezzo sollevano dubbiosi un sopracciglio mentre ti vedono aggirarti per gli scaffali dei loro negozi con lo zaino in spalla – se perche’ temono che tu rompa qualcosa o che lo rubi resta un mistero.
Il punto focale di tanta perplessita’ e’ sempre il solito: noi italiani all’estero abbiamo una reputazione che mesce l’ammirazione alla reticenza. Cio’ che gli altri popoli europei provano per noi varia, sia come tipologia che come intensita’, e puo’ essere ambivalente e ambiguo. Come si puo’ nutrire simpatia e ammirazione verso un Paese e al tempo stesso ritenerlo disorganizzato e truffaldino? Se qualcuno ha una risposta, please, che me la fornisca perche’ io ancora non l’ho trovata.
Il pensiero inglese nei riguardi dell’Italia e’ contorto e, a mio avviso, incomprensibile perfino per chi lo partorisce. Alla risposta “sono italiana” scattano esclamazioni ammirate e lodi nei riguardi della mia penisola. Questo fuori dall’ufficio. Appena varco le porte dell’ufficio in cui lavoro e prendo in mano il telefono, la musica cambia. Il mio accento fa innalzare di colpo il muro della diffidenza, le mie spiegazioni non vengono credute, le mie proposte vengono respinte, rifiutate, insultate. Il concetto alla base di un simile, brusco cambiamento e’ uno solo: nella loro testa, sto cercando di raggirarli.
Inizialmente pensavo fosse dovuto alle mie origini, alla diffidenza tipica che si nutre nei riguardi di un italiano che tenta di sbolognarti qualcosa. E mi offendevo. Poi ho capito che accento, origini e passaporto non c’entrano niente: gli inglesi sono diffidenti per partito preso. Appena qualcosa esce fuori dai loro rigidi schemi, viene innalzata una barriera di autodifesa con la quale tentano, a volte pateticamente, di respingere possibili raggiri. E’ cosi’ con me, e’ cosi’ perfino coi loro connazionali. Il che fa riflettere e giungere ad una conclusione: gli inglesi partono prevenuti perche’ sono abituati a sottostare a brucianti raggiri. Non per mano degli stranieri, pero’: per mano di loro stessi.
Personalmente, non sono riuscita a capire tanto scetticismo e distacco finche’ non sono entrata per bene nel mondo dei servizi terziari britannici. Tralasciando la terrificante esperienza nell’ospedale londinese di Leyton – tre ore e mezzo in coda con un ascesso incazzato, classificata come “bollino verde” solo perche’ non avevo il GP in UK – e rimandando il racconto dell’odissea delle home broadband britanniche, arriviamo ai cellulari. Che e’, poi, il problema che mi ha fatta sbarellare, mettere mano alla tastiera e scrivere questo articolo.
In principio era O2. Abbonamento pay-as-you-go, non vincolante, perfetto per chi e’ appena atterrato in suolo britannico e non ha la minima idea di quanto vi restera’ – e non puo’, quindi, arrischiarsi a sottoscrivere un abbonamento pay-monthly da 18 mesi. Tariffa discreta, con possibilita’ di chiamate estere a pochi centesimi. Molto concorrenziale, se paragonato alle tariffe assurde proposte dai vari Orange, T-Mobile e Vodafone UK. O2: il gestore perfetto, insomma.
Il problema dell’avere un abbonamento ricaricabile era, in principio, che qualunque formula minuti+sms+Internet illimitati era out of the question. Poi O2, proprio lui per primo, decise di fare il passo: condizioni da abbonamento annuale anche sulle sim prepagate. Addebito su conto corrente, stesse identiche condizioni del pay monthly ma senza cellulare in dotazione: geniale. Mi sono iscritta subito. Subito e’ un eufemismo, se si considera l’odissea attraversata prima di fare la voltura del contratto e i pellegrinaggi in tutti i negozi di cellulari possibili. Phones 4U, Carphone Warehouse, O2 centre… ho passato tre interi giorni alla ricerca disperata di qualcuno finalmente competente e in grado di darmi informazioni che combaciassero con quelle scritte nell’opuscolo. Lo trovai da O2. Piu’ o meno. Nessuno, infatti, mi disse che sarei rimasta 48 ore senza sim, di punto in bianco, senza neppure la possibilita’ di attivare un cencio di trasferimento di chiamata ad altro numero.
Cosi’ come nessuno mi aveva detto che determinate chiamate, come quelle agli 808, avrei dovuto pagarle, e pagarle care, o che l’aggiornamento dei minuti residui – nel mio caso 600 – non avviene in tempo reale. Nessuno, inoltre, aveva minimamente accennato al fatto che da quel momento in poi non avrei potuto piu’ chiamare l’estero a meno di avere sulle spalle almeno sei mesi di contratto. Dettaglio risolto minacciando di bloccare la sim, certo, ma due mesi dopo.
Insomma, prima bolletta, risultato: 20 sterline di abbonamento, piu’ 25 sterline di chiamate extra. Da pazzi.
Dal mese successivo, aprile, ho prestato maggiore attenzione alle chiamate in uscita. Ho mandato sms a rotta di collo a colleghi ed amici, tenendo conto del fatto che li avevo illimitati. In teoria. Perche’ superati i primi 50 il contatore ha iniziato a scendere, partendo da 600: 599, 598, 597… perche’ non dire direttamente che i messaggi sono illimitati con un tetto di 650? Perche’ sarebbe troppo corretto, evidentemente.
Cio’ che sciocca e stupisce delle invoice inglesi e’ che non ci si capisce mai un cazzo. Abituata a decifrare le bollette di Enel, Telecom ed Hera, ero certa di riuscire a comprendere le poche, semplici righe contenute nella mia fattura O2. Mi sbagliavo. Ad oggi, arrivata alla mia quarta bolletta O2, devo ancora capire in che razza di modo calcolano i consumi e perche’ li calcolano, dal momento che sarebbe tutto compreso. Insomma, dei 20 pound a me promessi all’inizio finisco sempre per pagarne piu’ di 30.
“Hi there, do you have the Samsung U600 on pay-as-you-go?”
E fu cosi’ che mi ritrovai ad uscire dal negozio con un altro abbonamento mensile.
Lo ammetto: il dipendente del Phones 4U del Trafford Centre e’ stato bravo. Ero entrata per chiedere il prezzo di un cellulare e sono uscita senza cellulare ma con una sim Orange e un abbonamento da 25 sterline al mese. Stanca ormai dei continui disservizi della O2, dei suoi addebiti ingiustificati, del suo BlackBerry unlimited continuamente in blocco – per non parlare del fatto che la O2, non si capisce perche’, non permette di scaricare la posta su nessuno dei palmari sfornati dalla RiM – messa di fronte ad un abbonamento identico, ma con una compagnia (pensavo) piu’ seria, ho accettato di ricevere la sim e il primo mese di abbonamento gratis. Arrivata alla scadenza avrei deciso se conservare o meno l’abbonamento e se rescinderlo senza alcuna penale o costo aggiuntivo.
A convincermi ad accettare un ulteriore abbonamento da 25 sterline – senza, in questo caso, l’abbonamento BlackBerry – e’ stato un dettaglio: unlimited landline. Tradotto in italiano: avrei potuto chiamare il numero VOIP inglese assegnato a casa mia senza pagare un penny. Idem per tutti gli altri numeri italiani: grazie al VOIP e al mio abbonamento senza limiti sui fissi, avrei parlato con l’Italia a costo zero. Anzi, al costo di soli 25 pound al mese.
Passano i giorni. Mentre ragiono su come disfarmi della maledetta O2 facendo una number portability sul mio abbonamento Orange, ecco che arriva dall’azienda di Bristol la lettera preliminare con il riepilogo del mio abbonamento. Juena Romandini, via taledeitali, Salford. Numero di telefono, email, numero di conto bancario. Ottimo, c’e’ tutto. Perfino il first name errato. Data di addebito sul conto corrente: 27 del mese. Un sussulto. Non mi avevano promesso un intero mese di prova gratuita? Ho sottoscritto l’abbonamento il 9, significa che in realta’ mi hanno dato solo 18 giorni di trial!
Un respiro profondo, un morso alla lingua per evitare parole indecorose, una strapazzata alla comunicazione siglata Orange. Ok, penso, resta comunque migliore dell’abbonamento O2. Ora devi solo capire se sono compresi anche 500 mega al mese di traffico in rete.
Stamattina. Il postino fa cadere nella stalla che qui chiamano disimpegno due lettere indirizzate a me. La prima e’ la conferma dell’assicurazione sulla simcard – gli inglesi non sanno cosa sia il codice pin e percio’ assicurano le loro sim contro il furto alla modica cifra di 3 sterline al mese! – assicurazione che dovro’ disdire prima del 27, dal momento in cui io ho il pin sulla scheda e so come si usa. La seconda lettera e’ la prima fattura della Orange. Esattamente come la fattura O2, non ci si capisce un tubo. Anzi, peggio. Non si capisce neppure cosa ci sia scritto e a cosa si riferiscano le cifre in essa riportate. “Diavolo”, borbotto. “Ma se sono 25 sterline al mese, a cosa serve fare tutti questi conti su un servizio che ancora devo iniziare ad usare?”.
Quasi fossero stati in contatto telepatico col postino, gli addetti del call centre Orange hanno chiamato poco dopo. Difficile dire cosa abbia tentato di comunicarmi la signorina dall’altro capo della linea, tra una parola masticata e l’altra. Se avesse parlato arabo o russo non avrebbe fatto alcuna differenza, per me. Poi pero’ gli autoctoni si permettono di criticare il mio accento italiano… sorvoliamo.
La paziente signorina Orange – una santa, visto quante volte le ho chiesto di ripetere – credo abbia cercato di capire se ero soddisfatta del servizio e di fare un riepilogo delle meravigliose, mirabolanti, magnifiche opportunita’ a me offerte dal mio abbonamento. Biglietti del cinema al 2×1 il mercoledi’, sconti a destra e a manca… ma nessun traffico web disponibile, a meno di aggiungere ulteriori 5£ mensili.
Lo studio della bolletta Orange fatto al termine della chiamata ha fatto emergere i seguenti dati:
- Le landline sono illimitate, ma subito sotto viene specificato che ho 700 minuti al mese di traffico telefonico. Generico, puo’ significare di tutto: cellulari, numeri verdi, telefoni fissi.
- Alla data del 12 giugno, ovvero tre soli giorni dopo aver aperto l’account, avevo fatto gia’ 35 minuti di telefonate. Assolutamente falso, dal momento che il telefono con quella sim l’ho acceso pochi giorni fa e usato per la prima volta solo ieri sera.
- Gli sms sono solo 100, a dispetto della O2 che, raggiri sugli unlimited texts o meno, ne fornisce 650.
- Paghero’ il mio primo mese il 29 giugno, data in cui ricevero’ addebito immediato e diretto sul mio conto inglese
Sono abbastanza upset, per non dire pissed off. Nulla di cio’ che avevo richiesto o che mi era stato proposto rispecchia quanto poi ho trovato scritto sia sul contratto O2 che sul contratto Orange.
Per tornare al discorso originario, capisco la paura degli inglesi. Grazie alle ripetute esperienze con i servizi locali, di cui i due gestori mobili non sono che un esempio, e’ finalmente chiara una cosa: in Inghilterra fregano come e piu’ che in Italia. Soltanto, qui restano impuniti. Comprendo appieno la diffidenza degli inglesi, la loro reazione violenta non appena si sentono minacciati, il loro chiudere il telefono in faccia senza salutare. La comprendo, ma non la accetto. E’ facile accusare gli altri di disonesta’ quando si e’ nascosti dietro un’immagine di perfezione ed efficienza, dietro un “da noi questo non succederebbe mai”. Eppure, conti alla mano, in casa loro succede esattamente la stessa cosa. Anzi, come dicevo poco sopra, in casa loro i raggiri sono legalizzati. Un italiano e’ diffidente per natura, ma proprio perche’ e’ abituato a brucianti intrusioni conosce i passi da fare e come evitare di cadere in fallo. Un italiano e’ diffidente per natura, ma non si azzarderebbe mai a chiuderti il telefono in faccia solo perche’ sente odore di possibile – ma non sicuro! – raggiro. Al massimo ti saluta in fretta e scappa, ma saluta.
Evidentemente anche la maleducazione non e’ una prerogativa tutta italiana, pare. E il risultato della mia incomprensibile e assurda odissea coi gestori britannici e’ questo: a fine mese, paghero’ oltre 60 sterline di bollette.


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