Archive for dicembre 3rd, 2009

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• giovedì, dicembre 03rd, 2009

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“Dear Miss Romandini,

Thank you for your application for the position of Customer Service Representative – Full Time (ref: 184XXXX) advertised on reed.co.uk. Unfortunately in this instance your application has not been successful. Please keep visiting http://www.reed.co.uk where new jobs are posted every day, and good luck with future applications.

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“Dear Juana,

Thank you for your application – Req//95XXX Customer Service Advisor
Having assessed your skills and experience for this role, I am sorry but you have been unsuccessful on this occasion. Please view our current opportunities at www.searchconsultancy.co.uk”

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Si potrebbe andare avanti all’infinito. Call-centre, addetta alla vendite di qualunque negozio possibile e immaginabile, receptionist, outbounds agent (ovvero, rompicoglioni telefonica), segretaria (ovvero, faccendiera d’azienda e ultima ruota del carro da far stare dentro a Natale), typewriter (ovvero, dattilografa), rappresentante d’azienda agli eventi (ovvero, addetta al banco dei volantini). Librerie, musei, negozi di elettronica, paninoteche. Arrivi perfino a riflettere se e’ il caso di candidarti per quel posto da operaia in una catena di montaggio di prodotti alimentari. “Ok”, ti dici poi, “non ti piace tornare sotto l’ala di papa’ e vuoi trovare un lavoro per evitarlo, ma vale la pena passare il Natale da sola a Manchester per lavorare due soli giorni la settimana, sei ore soltanto, di notte, in una catena di montaggio? Non metteresti da parte neppure i soldi per Tesco!”
Cosi’ procedi con le tue candidature per posti di lavoro secondari e full-time. Sai che, in un momento di crisi, una straniera (o immigrata) senza esperienza tranne un solo lavoro in GB non puo’ pretendere di piu’.
Il messaggio di rifiuto migliore, quello che ha trasformato in certezza la mia sensazione di essere presa in giro?
Questo:

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“Dear Juana,

Thank you for your application – Req//90XXX Italian Speaking Credit Controller

Having assessed your skills and experience for this role, I am sorry but you have been unsuccessful on this occasion. Please view our current opportunities at www.searchconsultancy.co.uk”
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Bocciata ad una candidatura per addetti di call-centre di madrelingua italiana. A Liverpool.
Dopo aver disincastrato l’indice dal tasto ‘Canc’, ti chiedi: quanti italiani con esperienza di customer service ci saranno a Liverpool a Natale? La risposta, che poi e’ un’altra domanda: perche’ lo pubblicano da giorni, ma continuano a rifiutarti? E, soprattutto: perche’ hai gia’ fatto un colloquio proprio per quel posto, ma l’agenzia non ti ha piu’ fatto sapere niente? E dire che erano a dir poco amazed dai tuoi 86% in matematica e 100% in Grammatica e Fonetica Inglese ottenuti al test!
Dopo questo – e dopo tre settimane trascorse a spulciare quotidianamente 30 siti web e a candidarsi ad almeno 30 vacancies al giorno – la situazione diventa ben delineata nella tua testa: non c’e’ nessuna differenza tra le agenzie interinali italiane e le agenzie interinali inglesi. In entrambi i casi sono una presa in giro. O, come le ha chiamate qualcuno, sono attivita’ nate per dare lavoro ai suoi stessi dipendenti. Tuttavia, qualunque sia lo scopo della loro esistenza, in Italia come in GB rimane un fatto: le loro telefonate danno false speranze a chi in quel momento di speranza ne ha ben poca e puo’ permettersene ancora meno.
Certo, le agenzie inglesi non mi hanno (ancora) proposto un lavoro come macellaia laddove mi ero candidata come ‘addetta alle vendite’, ma dubito che provare in ogni modo a convincermi a diventare una porta-a-porta, dopo avermi convocata per un posto da addetta alle pubbliche relazioni, sia molto meglio.
Giunta al mio quinto tentativo di raggiro da parte di cinque aziende diverse, ho deciso di dichiarare chiusa la questione. Da oggi, prima di andare a perdere tempo a sostenere un colloquio che puzza di bidone, mi informero’ sulla compagnia e sul loro modus operandi. Intanto, aiuto la Rete ad avere materiale aggiuntivo al riguardo. Che questo articolo, come quelli sul duplice caso di truffa sulle case in affitto, possa in qualche modo tornare utile a quei disoccupati accorti che si premurano di googlare informazioni prima di andare a sostenere un’intervista per un posto di lavoro fasullo.

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GIMME A JOB – PARTE 1: GLI SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE

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Italian Speaking Credit Controller, Liverpool, 17k-20k year

An opportunity has arisen within this prestigious £200 million turnover internationally renown organisation for an individual who is fluent Italian looking for a career within accounts.

Working as part of the Credit Control department, you will have responsibility of managing you own portfolio of Italian clients and arranging payments from each customer to ensure all accounts are paid and up to date. You will also be responsible for the allocation of the payments and handling any queries. As this role requires you to speak to an Italian customer base, you will be required to conduct your interview in Italian.
It is not essentail to have accounts experience but advantageous.

This role offers fantastic career development and an unrivalled benefits package working for a company that is someone you would definitely want on your CV.
To apply, please forward your CV now.”

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Di riscossione crediti non capisci un accidente, ma decidi comunque di provarci: alla fin fine, dicono o no che l’esperienza nel ramo e’ un vantaggio, ma non essenziale?
Tempo mezz’ora e arriva la telefonata dell’agenzia interinale che ha postato il messaggio. L’addetta, una tipa esuberante, ti pone alcune domande di routine. Poi ti chiede: puoi venire domani mattina per un colloquio preliminare qui da noi?
Alle nove della mattina successiva salti sul primo treno per il Merseyside. Un Northern putrefatto, of course. Mai che capiti uno scintillante East Midlands agli orari in cui ti metti in viaggio tu.
Come sempre Liverpool ti favorisce. Stimola il tuo senso dell’orientamento, al contrario della citta’ da cui provieni. Senza aiuti, se non una vaga rimembranza della mappa da te vista in Internet la sera precedente, ritrovi l’agenzia sita in Castle Street.
L’accoglienza e’ amichevole. Ti fanno sedere davanti al computer, ti mettono in mano una tastiera e un mouse inceppati e ti chiedono di superare le tre parti del test richiesto da quella candidatura. Un imprevisto che non avevi previsto. Sei li’ per trovare lavoro o per fare un compito in classe?
Inizi. Prima parte, comprensione orale. In Italiano. Sogghigni. La voce, metallica e a scatti, ti detta una serie infinita di nomi, cognomi, vie, recapiti. Lenta come il cucco, esaurisce in un attimo i 5 minuti a disposizione. Mentre scrivi come una disperata, cercando di riempire l’ultima sezione, la schermata sparisce e arriva il risultato: 56%. Sbianchi. Guardi la tabella comparativa dei risultati: quella volpe di un test ha considerato come errori gli spazi che hai messo nei CAP e nei numeri di telefono e non e’ riuscito a salvare l’ultima sezione, quella che stavi scrivendo quando il monitor e’ andato in coma.
Vai avanti. Sezione 2, matematica. Gosh!
Calcola l’area di questo e il peso di quest’altro, calcola il perimetro di quello e il prezzo di quell’altro, quanto fa 1’289’756 diviso 7? Metti le croci a caso. Alla fine, il risultato e’ 86%. Bene, sei piu’ brava in matematica che nella tua madrelingua!
Terza parte, comprensione e grammatica inglese. Le mani cominciano a sudare. Poi: “Quale tra queste parole e’ scritta in maniera corretta?”. Leggi le tre parole. Ridi. Ti stanno prendendo in giro?
“Last month I went to California. My FLYT-FLEIT-FLIGHT landed at San Francisco Airport at 10pm.”
Resti indecisa tra i primi due, ma alla fine clicchi sul terzo.
Risultato del test d’inglese: 100%. I tre dipendenti erano letteralmente entusiasti. Chiedono: come hai fatto a prendere il massimo, tu, una straniera? Devono aver visto la mia faccia, perche’ subito dopo hanno aggiunto: sai, solo pochissimi finora hanno preso il massimo, e ti assicuriamo che quella parte del test e’ universale!
Ho indossato un sorriso di circostanza. E’ grave quando, messo di fronte alla scelta HAV GOT-HAVIE GOT-HAVE GOT, un madrelingua ci debba pure ragionare!
Finita la parte scolastica si e’ proceduto con il colloquio vero e proprio. Interessi, esperienze, attitudini, voglia di fare: grassi paroloni per descrivere il mio passato cercando in ogni modo di vendermi. L’ho imparato stando otto mesi a Manchester. Anche se sei analfabeta, devi saper trasformare la tua carenza in potenzialita’. Da’ un’immagine di sicurezza e di forza di volonta’ che piace a chi sta per investire su di te.
Terminato il terzo grado si e’ passati a parlare del lavoro offerto: in poche parole, avrei dovuto lavorare in un call-centre. Il settore? Le scommesse sportive. Il massimo, per una che vive a Liverpool!
Gli agenti mi hanno salutata dicendomi di aspettarmi una chiamata nel pomeriggio. Avrebbero contattato l’azienda e chiesto di fissare il colloquio finale con un responsabile. Mi avrebbero caldamente raccomandata, poiche’ erano rimasti davvero impressionati dal mio CV e dal mio modo di pormi. Era il 17 Novembre. Il giorno dopo, giacche’ mi trovavo di nuovo a Liverpool per un’altra intervista e giacche’ non mi avevano ancora richiamata, sono passata da loro per chiedere novita’. Erano ancora in attesa della conferma da parte dell’azienda, ma si sarebbero fatti sentire il giorno seguente, questa la risposta.
Li sto ancora aspettando. Nel frattempo, decine di altre agenzie continuano a pubblicare il medesimo annuncio che mi porto’ da loro. Tali agenzie, al contrario di loro, non rispondono affatto alle mie candidature. Cosi’ come non rispondono a decine di altri annunci diversi, annunci per lavori accessibili anche a diplomati e neolaureati, lavori senza pretese. Eppure, nonostante questo, nessuna chiamata. Laddove non arriva il protezionismo (giustificato) o il razzismo (meno giustificato), interviene il bisogno del falso. Sto ancora cercando di capire se le agenzie interinali prendono sovvenzioni sulla base del numero di CV stoccati nei loro database. Altrimenti, non mi spiego una simile mole di annunci per posti inesistenti, che fanno sentire i candidati molto allodole (o molto polli).

Il comportamento delle poche agenzie che mi hanno contattata per fissare un colloquio e’ stato deplorevole. Una di esse in particolare, sita nel pieno city centre di Liverpool, mi ha fatta andare fin la’ per discutere di un posto vacante come addetta al servizio clienti Italiano/Inglese. Mi hanno fatta sedere, mi hanno fatto riempire il modulo di iscrizione, mi hanno fatta accomodare in ufficio. Poi mi hanno detto che quel posto non era piu’ disponibile. Mi ci e’ voluto molto autocontrollo per non regalare alla signorina la Grande V. Sarebbe bastata una telefonata quella mattina per evitarmi un altro viaggio Manchester-Liverpool. La tipa, ‘dispiaciuta’, mi ha chiesto di richiamarla la settimana seguente. Per scusarsi del disagio arrecatomi si sarebbe occupata personalmente di trovarmi un impiego. L’ho richiamata la settimana dopo e anche la settimana successiva: mi dispiace, non abbiamo posti vacanti al momento, ma continui a telefonarmi!
Uscita di li’ quel giorno di due settimane fa, incavolata come non mai, mi ero infilata nella filiale di Kelly Service antistante. Avevo lasciato loro una copia del mio CV e chiesto informazioni sulla vacancy che avevo visto sul loro sito, anch’essa per dei madrelingua italiani. Mi avevano chiesto di mandare un’email. Mi avevano fornito un indirizzo sbagliato, pero’. Alla fine, dopo tre telefonate, ero riuscita a capire che il biglietto da visita aveva l’email errata. No comment. Mandai la mia richiesta per iscritto. Anche loro, a distanza di due settimane, devono ancora farsi vivi.

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GIMME A JOB – PARTE 2: IL PORTA-A-PORTA

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L’annuncio, apparso sui principali siti quali Reed, Merseyside Jobs, Myliverpool Jobs e cosi’ via, era piu’ o meno questo:

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“CUSTOMER SERVICE SKILLS WANTED AT GROWING MARKETING FIRM – IMMEDIATE OPENINGS FOR PEOPLE WITH CUSTOMER SERVICE EXPERIENCE”

This year we’ve expanded across Yorkshire, Merseyside, and the North East. We work with some of the top service based organizations in the UK and they want us to continue to grow. . . There’s never been a better time to join our organization!

Opportunities are available for experienced or inexperienced customer service advisors. If you are looking for a new rewarding challenge and are excited about rapid advancement, we’d love to hear from you. No specific experience is necessary because full product training is available along with on-site coaching.

If you have some experience in sales or customer service, if you do love challenge, do not hesitate to contact us or send your CV!”
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I posti vacanti nell’azienda – e sponsorizzati in ogni sito possibile – erano numerosi, variegati, e le mansioni richieste perfette per la mia esperienza, le mie conoscenze e, soprattutto, le mie abilita’.
Avevo giusto fissato l’appuntamento con l’agenzia del compito in classe di cui sopra e gia’ il mio telefono squillava di nuovo: il suo CV ci ha elettrizzati, perche’ non viene domani per un colloquio preliminare?
“Wow!”, ricordo di aver pensato. “Liverpool e’ piena di posti di lavoro!”
Il pomeriggio del giorno dopo, contenta del colloquio avuto coi simpaticoni dell’interinale di Castle Street, mi sono recata all’incontro con la Business Advertising Ltd. Mezz’ora dopo ero fuori, confusa, rintronata e stralunata: che diavolo mi aveva sparato nelle orecchie il tipo che mi aveva intervistata? Aveva parlato di gavetta breve, di passaggi per andare sempre piu’ in alto, fino a raggiungere il top della vetta, aveva fatto nomi di aziende importanti. E io avrei potuto essere al timone della loro in pochi mesi. Aveva voluto sapere da me cosa avrei potuto dare loro, cosa avevo fatto nel mio impiego precedente, che obiettivi avevo.
“Riguardo alle tue aspettative, dimmele in tre parole.”
Ho risposto cio’ che sospettavo volesse sentirsi dire da me: sfida, un buon rapporto coi colleghi, prospettive di carriera. “Ho fatto centro!”, mi sono detta quando, con una stretta di mano, il tipo mi ha invitata a tornare quarantotto ore dopo per un intero giorno di prova.
Uscita di li’, mentre cercavo di ricordare di cosa mi avesse parlato e che cosa fosse il lavoro per cui ero appena stata riconvocata, ho focalizzato un ‘piccolo’ dettaglio: non gli avevo chiesto cosa avrei fatto due giorni dopo nelle nove ore di prova, non gli avevo chiesto nulla sui giorni e sugli orari di lavoro ma, soprattutto, non gli avevo chiesto nulla sullo stipendio. Superficiale. Stupida. O, forse, semplicemente rincretinita da quel fiume di chiacchiere in americano. Perche’ il tipo non aveva usato il bot tanto caro a mancuniani e liverpooliani, bensi’ un but sgraziato e nasale. Come il resto della sua parlata.
Il giorno dopo ero di nuovo a Liverpool per l’ennesimo colloquio. Stesso, identico palazzo del giorno prima, stesso identico piano del giorno prima ma, fortunatamente, nel corridoio opposto.
Il tipo dietro la scrivania, un ragazzone fresco di laurea – o, comunque, di un’eta’ compresa tra i 23 e i 25 anni – ha ripetuto in maniera stavolta chiara e comprensibile quanto il suo collega della compagnia accanto il giorno prima aveva solo masticato: erano degli intermediari che si occupavano di fare promozione per aziende del calibro di M&S, Tiscali, TalkTalk, Croce Rossa, Sky Tv, Vodafone, EA Games e molti altri. In poche parole, facevano conoscere alle persone i prodotti dei loro clienti.
Mi ha spiegato, con tanto di geroglifici indelebili sul mio CV, l’andamento della carriera nella loro azienda: assunta come venditrice e addetta al servizio clienti, se fossi stata abile e veloce ad imparare sarei divenuta prima tutor, poi manager del personale e infine organizzatrice di eventi e pianificatrice pubblicitaria. Avrei visto decuplicare i miei guadagni e il mio CV arricchirsi sensibilmente. Un bel passo avanti, per una neolaureata, ha aggiunto. Il suo “What?” quando gli ho spiegato di avere 27 anni mi ha quasi bucato le orecchie. “Eh sì, caro John Smith!”, avrei voluto rispondere. “Stai intervistando una piu’ vecchia di te”. Non che in questo Paese sia insolito. Parte dei miei precedenti supervisori era piu’ giovane di me.
Tornando al colloquio, io ero entusiasta. Il mio scopo finale era tornare a Londra e una simile esperienza lavorativa avrebbe spalancato le porte di posti (e relativi stipendi) che finora avevo dovuto ignorare. Avrei avuto un CV adeguato ad essi.
In chiusura dell’incontro, una stretta di mano e una domanda: puoi tornare domani per la prova e la seconda intervista?
“Non posso, mi dispiace. Ho appuntamento con le agenzie immobiliari.”
Sapevano che mi stavo trasferendo da Manchester, in fondo, e io non potevo certo dire di avere la prova coi loro colleghi!
“Nessun problema, Juana. Appuntamento fissato per dopodomani, allora!”
Altre nove ore. Un intero venerdi’. Per cosa?, ho chiesto. Non mi ha risposto. O, meglio, non mi ha voluto rispondere. Mi ha detto solo: “Lo vedrai venerdi’, un nostro collaboratore ti mostrera’ tutto”. E alla domanda: “quanto sarebbe il mio salario di partenza?”, la risposta e’ stata: “anche di questo ne discuteremo venerdi’ sera, dopo l’intervista finale”. C’era dunque il rischio che passassi 18 ore (9+9) a Liverpool in due giorni diversi e che alla fine non mi prendessero? Beh, per 9.90£ di treno forse valeva la pena provare.

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La mattina dopo ero di nuovo negli uffici dell’altra azienda, la prima, in anticipo di venti minuti. Insieme a me, una decina di altri coetanei spaesati. Coetanei inglesi per un lavoro in lingua inglese. Come mai avevano selezionato me? Visto il protezionismo degli ultimi tempi, era una scelta piuttosto insolita.
All’una e trentacinque, un’ora e cinque minuti dopo l’orario concordato, finalmente la chiamata. Il tipo che mi aveva interrogata, quello dall’accento incomprensibile, ha presentato a me e a una spaurita ventidueenne londinese – che diavolo ci faceva a Liverpool? – i nostri due paladini. I loro topsellers. Come ho sentito quella parola, ho avuto un conato. “Rieccoci di nuovo con le lotte, le scorrettezze, i target e i maledetti bonus!”, ho pensato.
La ragazza alla quale ero stata assegnata, Tina, aveva l’aria simpatica, determinata e non si capiva un cazzo di quel che diceva. Un inglese a dir poco strambo, il suo. Chiedendomi i miei fatti personali e parlandomi dei suoi, e’ venuto fuori che era canadese, ma con ragazzo liverpooliano. Tutto chiaro, a quel punto. Il nome e il cognome italiani erano, appunto, solo un nome e un cognome italiani, poiche’ non parlava un’H della mia lingua.
Ad attenderci all’ingresso del palazzo, i colleghi di Tina e i miei compagni d’avventura. Insieme, come una rumorosa scolaresca, ci siamo diretti alla stazione centrale di Liverpool, dove i nostri Cicerone ci hanno messo in mano i biglietti della metro per Brunswick, un quartiere a sud.
In treno, l’atmosfera gaia e confidenziale della comitiva ha amplificato la sensazione di trovarsi in una gita scolastica: sandwich, scambio di pacchetti di patatine, risate. Peccato, pero’, che io continuassi a non capire un accidente di cio’ che mi chiedeva e diceva la mia tutrice. Da quando avevamo lasciato il palazzo non aveva fatto altro che tenermi sotto esame. Domande mirate, domande che mi costringevano a scavare nei meandri dei miei studi universitari e a tradurre le teorie in inglese. “Che differenza c’e’ tra marketing diretto e marketing indiretto?” oppure “Quanto costa un annuncio pubblicitario ad un’azienda?” oppure “Quante persone capiscono davvero il messaggio che hanno visto/sentito?”. Ero confusa. A cosa serviva tutto quel surrogato di teorie della comunicazione?
Ma sono state le domande postemi prima di scendere dal treno a far scattare il campanello del sospetto: se io voglio far conoscere la Croce Rossa alle persone, come posso raggiungerle? Dove posso trovarle? Qual e’ il modo migliore di trasmettere loro il messaggio?
E le loro risposte: di persona, a casa, a voce.

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Alla stazione di Brunswick abbiamo trovato ad accoglierci un vento a raffiche a 85km/h (dati AccuWeather) e una temperatura da fare invidia ai pinguini: 5 gradi.
Uno dei nostri compagni di merenda, che si e’ poi dimostrato essere il capo, ha tirato fuori sei fotocopie identiche di quell’area di Liverpool e un evidenziatore e ha cominciato ad inscatolare con esso parti diverse del quartiere. Poi ha dato una fotocopia a ciascun collega. Ci sono stati schiamazzi, urli da “siamo i migliori del mondo, nevvero?”, scambi di cinque e fischi quando la comitiva si e’ sciolta e ciascun agente, con apprendista al seguito, si e’ diretto verso la zona evidenziata sulla propria cartina.
Mentre io e la mia tutrice arrancavamo insieme al capoccia e alla ragazzina londinese su per Harlow Street, la mia mente metteva finalmente insieme i pezzi del puzzle, fondendo cio’ che stava vedendo sul momento con cio’ che lo sbarbatello incravattato della compagnia concorrente mi aveva detto il giorno prima. Di colpo, i ‘passaggi’ che mi avrebbero portata al glorioso successo erano assolutamente chiari:

* Vendite: ovvero cio’ che stavamo per fare ora, andare a rompere i coglioni alla gente bussando alla loro porta di casa.
* Insegnamento: ovvero cio’ che Tina stava facendo con me, mi stava insegnando il mestiere.
* Organizzazione del personale: ovvero cio’ che aveva appena fatto il capoccia, assegnare agli altri collaboratori i compiti, munito di due fotocopie e un evidenziatore (rosa). In assoluto, il posto piu’ promettente di tutti.
* Risorse umane: ovvero cio’ che faceva il tipo americano nei colloqui, cercare in ogni modo di accalappiare nuovi polli facendoli sentire i migliori del mercato, adeguati all’azienda migliore del mercato.
* Pianificazione pubblicitaria: non ho spiegazione per questa. Forse, ma e’ solo una supposizione, cio’ che sto facendo io adesso, ovvero riferire come agisce un conglomerato di aziende tutte uguali e in contatto tra di loro, spartendosi le candidature e attirando i disoccupati con la promessa di un tipo di lavoro che poi si rivela essere ben diverso. Mitico, sono arrivata alla vetta del loro sistema senza neppure essere stata assunta! Avevano ragione a dire che ero promettente!

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All’incrocio con Park Road la nostra allegra comitiva si e’ sciolta. Sulla faccia dell’altra ragazza – la quale, per tutto il tempo, aveva sputato fuori sì e no due parole – un’espressione indecifrabile. Sono tutt’oggi indecisa se era piu’ incredulita’, stupore o incazzatura, la sua.
Tina ha cavato dalla borsa un giubbetto rosso con la croce bianca, un tesserino ‘Apprendista’ per me, un blocchetto con delle strane caselle e una penna. Mi ha suggerito di prendere nota di cio’ che avrei visto e delle domande che avrei voluto farle alla fine di ogni visita. Era un test anche quello. Io pero’ non l’ho fatto. Non ci sono riuscita. Avevo le mani congelate intorno alla cinghia della borsa. Impossibile pensare che riuscissi a scrivere qualcosa.
Le successive tre ore sono state un susseguirsi di cancelli, vialetti, cani idrofobi e pugni sulle porte. Un quartiere formato esclusivamente da semi-detached e terraced houses – villette bifamiliari e villette a schiera. Non ti rendi conto di quanti numeri civici ci sono finche’ non ti ritrovi a visitarli tutti. E Tina, diligente, segnava sullo strano blocchetto pieno di caselle le abitazioni visitate, specificando chi aveva risposto e chi no e perche’ non avevano aderito.
Durante il nostro pellegrinaggio da una porta all’altra cercando di piazzare abbonamenti annuali alla Croce Rossa, l’interrogatorio di Tina e’ andato avanti. Nel mezzo di domande di interesse prettamente personale, volte a scoprire i gusti di una coetanea, piazzava domande di teoria. Al termine delle quali ero riuscita finalmente a capire il senso dell’esistenza di quelle aziende e lo scopo del nostro rompere i coglioni, pardon, del nostro andare porta a porta. Aveva detto:

“Una grande azienda, poniamo proprio la Croce Rossa Britannica, ha bisogno di fondi con i quali rimpinguare le finanze dopo aver speso 1 milione di sterline per uno spot pubblicitario. Lo spot e’ stato visto da, diciamo, 3 milioni di persone. Solo un 10% di quei 3 milioni lo ha visto davvero, solo la meta’ di quel 10% decidera’ di informarsi e solo la meta’ di quella meta’ decidera’, forse, di donare qualcosa. Considerata la donazione di base, 1 sterlina, significa che nelle casse della Croce Rossa entrera’, grazie a quello spot, un minimo di 75 mila sterline. 75 mila sterline su 1 milione speso? Un flop, se ci aggiungiamo anche i costi di gestione della Croce Rossa stessa. Ed e’ qui che interveniamo noi. Noi presentiamo alle persone la Croce Rossa direttamente a casa. Spieghiamo loro cosa facciamo, quanto costa salvare vite umane. Spieghiamo che con soli 30 pence al giorno, ovvero con sole 110 sterline l’anno, possono aiutare la Croce Rossa a salvare vite umane. Ogni agente raccoglie in media 10 iscrizioni alla settimana. In azienda al momento siamo solo in 15. Fanno 150 nuovi iscritti la settimana. A 110 sterline ad iscrizione, fanno 16.500 sterline la settimana, che a fine mese diventano 66mila e a fine anno… beh, ho perso il conto, ma sono un mucchio di soldi. Capisci adesso perche’ la Croce Rossa si serve di aziende come la nostra? Capisci perche’ stiamo cercando gente da assumere? Perche’ a quel punto i guadagni saranno ancora maggiori, per la Croce Rossa e per noi!”

Nel suo parlarmi dell’azienda, Tina si era pero’ lasciata sfuggire una cosa: per ora la Business Advertising operava a Liverpool, ma presto si sarebbe espansa anche in altre citta’ limitrofe. Ovviamente. Presto o tardi i quartieri di Liverpool saranno finiti e a quel punto, indovino indovinello, chi dovra’ saltare sul treno e andare a Bootle, Wallasey, Birkenhead ed Ellesmere?
Su cinquanta porte da noi molestate finora, se ne erano aperte meno della meta’. Il vento, che ci sbilanciava in ogni modo, congelandoci la faccia, doveva aver indotto piu’ di una persona a non aprire. Il vento e il fatto di vedere due estranee sulla propria porta. Mingo e Fabio, come avevo rinominato io il nostro duo.
Delle venti persone con le quali avevamo parlato – o, meglio, con le quali Mingo aveva parlato perche’ io, da buon Fabio, me ne ero rimasta zitta due passi piu’ indietro – una meta’ ci aveva gentilmente sbattuto la porta in faccia. Le altre dieci, anch’esse tutte pensionate, si erano dette non interessate ad iscriversi, ma disposte a fare una piccola donazione all’istante. Tina aveva sempre declinato. Non era li’ per prendere soldi, aveva detto. Non poteva, non era sicuro andare in giro col contante. E’ stata onesta. In tre ore avrebbe potuto mettere da parte almeno cinquanta Bess, piu’ di quanto avra’ senza dubbio portato a casa dopo nove ore di ricerca.
Tina non voleva i dieci pound della donazione una tantum, dunque. A lei bastava che sottoscrivessero un abbonamento da 110 sterline l’anno. Non so quanto un pensionato aggrappato allo stipite quasi fosse un’ancora di salvezza, o un ragazzo diversamente abile, possa permettersi di togliere tanti soldi dalla sua pensione. La determinazione con la quale Tina si imponeva di tentare comunque di proporre loro la Croce Rossa, pero’, mi faceva sospettare che quei contratti fossero tutto cio’ che le avrebbe permesso di mangiare a fine mese e l’unica cosa che le assicurasse il posto di lavoro. ‘Provaci comunque’, questa doveva essere la loro filosofia. Alla luce di quanto ho scoperto poi, avevo intuito giusto. E dire che alla mia domanda provocatoria: “Dimmi, quali parole usi per convincerli? Quanto tempo ci vuole a far firmare loro quei contratti?”, lei aveva risposto, invelenita: “Noi non convinciamo nessuno. Io propongo, poi se le persone vogliono aderire, bene, altrimenti non fa niente! Non e’ una costrizione!”
No, Tina. Ma quando quel ragazzo diversamente abile ha provato in ogni modo ad aprire quella porta senza riuscirci, quando al di la’ del vetro ti ha guardata con quella faccia, dimmi, Tina, non ti sei sentita una merda per averci comunque provato? Sì, anche se non lo hai dato a vedere. Perche’, comunque, mi sei sembrata una persona in gamba.

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Eravamo di fronte all’ottantesima porta quando ho chiesto a Tina se potevo andarmene. Dietro di noi, un gruppetto di tizi palesemente fatti. Tina neanche li ha notati. Come aveva detto lei stessa, era abituata a incontrare ogni genere di persona. Da sola. Solo in rare occasioni lavoravano in coppia, infatti.
Tina si e’ ripresa il mio tesserino. Non e’ sembrata molto convinta della mia spiegazione sul sentirmi poco adatta a quel ruolo per via del mio inglese colloquiale limitato. Doveva aver vissuto una scena identica un sacco di volte. Forse, pero’, non dopo tre sole ore di prova.
“Ci saranno problemi per te, se ora ti pianto qui e me ne vado?”
“Perche’ dovrebbero esserci problemi? E’ un lavoro, tu lo stai rifiutando… fine!
Di nuovo quel sapore acidulo. Se fosse stata Pinocchio, a quest’ora avrei un occhio in meno.
I successivi trenta minuti possono essere etichettati come ‘Lost in Toxteth’. Percossa da un vento mai visto, con gli occhi lacrimanti, la faccia congelata, senza mappa e senza TomTom, in un quartiere residenziale deserto alle soglie del tramonto: una delizia. Ho ringraziato la mia memoria fotografica quando e’ riuscita a riconoscere un gruppo di case e, da li’, a portarmi alla stazione.
Con la pioggia e con il vento, con il caldo e con il freddo, di giorno e di notte, tutto il tempo a bussare alle porte di almeno cento case al giorno: ecco cos’era il promettente posto in ufficio come addetta al servizio clienti propostomi dalla Business Advertising. Perche’, a differenza dell’annuncio qui sopra, l’annuncio al quale avevo risposto io settimane fa era ben diverso. Parlava esplicitamente di lavoro d’ufficio, di contatti coi clienti, di gestione della documentazione, di invio di fax, di traduzioni, di chiamate alle aziende partner. Appena a casa, quel giorno, lo avevo riletto subito, per assicurarmi di non essere stata io la causa della mia elettrizzante esperienza porta a porta.
Quella sera mandai un’email all’altra compagnia, dandomi malata. Mi aspettavano il giorno dopo per farmi fare la stessa, identica cosa.
La mattina seguente, una chiamata da un’azienda mancuniana, la Paramount Force. I problemi di comunicazione tra me e l’addetta dallo slang spedito ha risolto il problema: la tipa mi ha chiuso il telefono in faccia dicendomi di controllare la posta. E’ bastata un’occhiata alla loro pagina degli annunci per capire che ero di nuovo di fronte ad un raggiro. Nell’annuncio al quale mi ero candidata si parlava di customer service, ma in quella pagina, in basso a sinistra, la descrizione della metodologia dei colloqui rispecchiava cio’ che avevo vissuto a Liverpool coi loro colleghi.
Non ho risposto e ho schiaffato l’email nel cestino.

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Ecco cosa hanno aggiunto le varie compagnie negli ultimi giorni in coda ai loro annunci mendaci:

“Earnings are based strictly on results, so if you’re excited about a new opportunity, we’d love to meet you!
Following initial interviews, some candidates will then be invited back to shadow a Representative in the field for a full day to gain an understanding of the responsibilities involved. Since you are not permitted to actively participate in any sales, you will not be entitled to compensation. We will look to make a mutual final decision when you return to the office. We’ve found that this is very helpful in determining if the opening is right for you!”

“Il salario e’ strettamente basato sui risultati conseguiti.”
Ovvero, peggio dell’avere uno stipendio minimale al quale aggiungere i bonus poiche’, come ho appreso dalla lettura della testimonianza di un ex-dipendente, nel loro caso i guadagni derivano solo dalle singole vendite effettuate.
Sapevo che in GB c’e’ un minimo sindacale sotto il quale non si puo’ scendere. 5.75£ lordi l’ora, che diventano circa 5.40£ netti. Forse, pero’, la Business Advertising Ltd e la JMS Marketing rientrano in qualche legge speciale. La legge delle proposte-bidone.

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GIMME A JOB – PARTE 3: CHICKEN RUNNING, OVVERO LA FUGA DEI POLLI, PARDON, DEI DISOCCUPATI DAL POSTO DI LAVORO CERTO

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Ore 11 di ieri mattina, il mio cellulare si anima. Una ragazza dalla voce perforante mi dice che hanno accettato il curriculum da me mandato qualche giorno fa.
Puoi venire domani pomeriggio per un colloquio?
Mi dice a voce il nome della loro compagnia, l’indirizzo. Mi assicura che mandera’ tutto via email.
Scarico la posta. Paramountforce. “Questo nome non mi e’ nuovo!” penso. Il sito e’ ancora nella cronologia del mio browser. “Abbiamo accettato il curriculum da te mandato qualche giorno fa. Oh mio Dio, ma sono i porta a porta di Manchester ai quali avevo gia’ detto di no!
Aspetto un paio d’ore prima di prendere il telefono e richiamarli per averne conferma. In fondo, non c’e’ niente di male nel voler verificare se e’ cio’ che penso oppure no. Candida e cristallina, la tipa fa: sì, e’ un porta a porta. Le chiedo di cancellare l’appuntamento. In tre secondi mi aveva salutata ed era andata. Doveva essere abituata a chiamate simili.
Ore 16 di ieri pomeriggio, il cellulare squilla di nuovo. Il curriculum che avevo mandato il giorno prima era stato accettato. Colloquio fissato per le 4 di oggi. Seguiranno dettagli via email.
E, infatti, rincasata all’ora di cena l’email era li’:

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“Dear Juana,

It was a pleasure speaking with you! Congratulations on being selected to attend our preliminary round of interviews on 03/12/2009 at 4:00 PM.

On arrival at our location, you will be presented a brief application form which you will be required to complete. One of the managers will then conduct an informal preliminary interview, where you will be asked to provide an insight into your previous roles and responsibilities. You will also be given an outline of the history of our company, the services we provide for our clients and where you could fit in to our goals for the future. As with any interview, it is always a good idea to bring a copy of a CV along with you.

Please attend the address below. We are located on Dickinson street, which is off Portland street between Picadilly and St Peters Square (turn at Novotel)

[mappa]

We are eager to meet with you in person. If you have any issues crop up that could prevent you from attending, please don’t hesitate to call on 0161 200 1100 and we will endeavor to provide an alternate date.

I very much look forward to seeing you then!

Kind Regards,

Siobhan XY.

Primus UK Ltd”
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“E’ stato un piacere parlare con te!”
Decisamente, questa ancora non l’avevo sentita, in una comunicazione di servizio.
Spinta da un quinto senso e mezzo impazzito, stavolta decido di informarmi prima sulla compagnia presso la quale devo andare. Visto che e’ tarda sera e non posso telefonare alla tipa per chiederglielo di persona, affidiamoci alla Rete. Digito in Google “Primus UK door to door”. Bingo! Ma come hai fatto ad indovinare, Juana?
Il primo risultato e’ quello di un sito, whocallsme.com, in cui vengono registrati i numeri di telefono sospetti:

http://whocallsme.com/Phone-Number.aspx/01612421780

Lo leggo tutto. Si parla di Manchester e dintorni, ma non ci sono differenze con i due colloqui e con l’esperienza da crocerossina da me avuti a Liverpool. Noto che, nel frattempo, la compagnia da me googlata ha cambiato sede e recapiti.
Tra le varie testimonianze, la piu’ interessante e’ senza dubbio il resoconto fornito da un utente che ha deciso di firmarsi semplicemente come “Anonymous Ex-employee”, ex-dipendente anonimo. Sopravvissuto in quel ‘sistema’ qualche mese, ha deciso di andarsene quando si e’ reso conto che il gioco non valeva piu’ la candela. Lavorava oltre 80 ore la settimana, lo facevano arrivare in auto praticamente ovunque e, benche’ alla fine i guadagni fossero piuttosto alti – in media 650£ la settimana – per arrivarci aveva dovuto affrontare mesi di magra. Come ammette lui stesso, era uno dei migliori venditori dell’intera GB. Molti suoi colleghi non riuscivano a portare a casa neppure i soldi per mangiare, fatto confermato da altri utenti reduci della stessa esperienza lavorativa. Gia’, perche’ in queste aziende dal sistema a livelli non esiste il concetto di stipendio minimo fisso. Se vuoi guadagnare, devi far firmare contratti. Piu’ persone convinci, piu’ contratti porti in azienda, piu’ soldi porti a casa. Raggiunta la soglia di contratti prevista per lo scalino successivo, diventi tutor e insegnante dei nuovi arrivati. E prendi una percentuale dalle loro vendite – senza fare un tubo. Da li’ a diventare manager e potertene finalmente restare al caldo e all’asciutto in azienda passano settimane, se non mesi. E, anche li’, dipende tutto dalla fortuna dei novellini al tuo comando: se loro non producono contratti, non mangi neppure tu.
Era un dettaglio, quello dello stipendio su provvigioni, che nella mia eccitante mattinata in giro per Brunswick mi era sfuggita. La testardaggine con la quale Tina si era ostinata a proporre l’affiliazione alla Croce Rossa anche a pensionati malandati e a tipi dall’aria incazzata era ora chiara: se fosse riuscita a chiudere qualche contratto, forse quella settimana sarebbe riuscita a permettersi addirittura un biglietto del cinema.
Ero allibita. Nove ore all’aperto tutti i giorni col rischio di non portare a casa neppure un soldo, arrivati al sabato? Per essere lavoratori dipendenti? Per andare non nelle aziende, come gli agenti di commercio, ma nelle case della gente? Roba da matti.
Nel sito gli utenti menzionavano inoltre un’ambigua partnership tra l’azienda che aveva contattato me, la Primus, e diverse altre aziende identiche i cui nomi mi erano altrettanto familiari. Insomma, anche se i candidati venivano contattati da questa o quella, in realta’ il palazzo era sempre uno, il numero di telefono sempre lo stesso e i ‘manager’ sempre i soliti. Una sola compagnia con diversi nomi per una sola, grande… fregatura.
La metodologia di reclutamento usata con gli utenti di quella pagina di denuncia era la medesima usata gia’ quattro volte con me: la promessa di un posto come addetto all’organizzazione di eventi, al servizio clienti, alle risorse umane, alle mansioni di segreteria, eccetera.
Ecco l’annuncio col quale erano riusciti a convincere me, pubblicato su mymanchesterjobs:

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“Primus UK is a most progressive Marketing and Advertising firm with an exceptional track record of satisfied clients and customers. Due to the current economic climate, DEMAND FOR OUR SERVICES ARE HIGHER THAN EVER, therefore we are looking for quality candidates for our business development program to help service our growing client base.

We hold an amazing portfolio of clients in professional Cosmetics, Communications, Finance and various Entertainment and Energy Industries. With more clients than we can actually handle, we are looking to open several new locations nationally over the next 18 months!

We will be offering coaching and advice in the following fields:

* Promotional Marketing and Advertising
* Sales
* Customer Service
* Human Resources
* Finance
* Team Mentoring
* Public Speaking
* Development of Marketing Plans
* Strategic Planning

We are looking for enthusiastic, goal-oriented individuals, who want to succeed in a competitive high-energy environment.

We are offering:

* Promotions and advancement based on merit, not sales or seniority
* Extensive coaching and advice
* Travel Opportunities
* Growth Potential
* A fun, positive work environment
* Rapid growth and advancement

Requirements:

We are filling full time and internship positions as soon as possible so no experience is necessary. We will train all individuals from the ground up. The candidates Primus UK is seeking will not only have an entrepreneurial spirit, but will also be sports-minded, motivated by opportunity, have a great work ethic, great communication skills, a positive attitude, and a strong desire for success!”
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“Salario basato sul merito, non sulle vendite o sull’esperienza”. E meno male!
Quel loro scrivere ‘i nostri clienti appartengono all’industria dei cosmetici, delle comunicazioni, della finanza, del divertimento e dell’energia’ mi aveva messa in allarme. Le due aziende da me visitate a Liverpool avevano fatto nomi come The Body Shop (la sorella inglese della nostra Bottega Verde), TalkTalk (provider Internet), HSBC (banca), EA Games. Ero sicura, pero’, che la frase ‘per favore, niente proposte per porta-a-porta o volantinaggio, grazie!’ da me inserita in coda alla mia lettera di presentazione sarebbe stata sufficiente. Alias: se era una fregatura, non mi avrebbero chiamata per niente. Percio’ mi ero candidata, pur dubbiosa.
Ora, di fronte a quel sito Internet in cui il nome della Primus spiccava come una delle tante aziende-Pinocchio, mi rendevo conto che tale dicitura da me inserita era stata deliberatamente ignorata.
Dopo aver preso seriamente in considerazione l’idea di recarmi comunque al colloquio preliminare con questa azienda limpida e trasparente, stamattina avevo deciso di non andare.
A ridosso dell’ora di pranzo avevo mandato la seguente comunicazione:

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“Dear Siobhan,

Thank you for selecting my CV.
Unfortunately, I have to cancel the interview we arranged for this afternoon at 4pm. After serious
and careful consideration, I’ve decided that that’s not the job suitable for me. I expressily asked
to not propose me door-to-door vacancies in my covering letter but, from what I read on the
Internet, it seems that is exactly what your company is going to propose me later.
I just wanted to inform you, then, so that none of us will waste time on an interview going nowhere.

Regards,
Juana Romandini”

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Alla quale era seguita la seguente risposta:

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“Hi Juana

I did see that on your CV and the reason I was in touch is that we are
recruiting for people to work on our events based campaigns and business
to business campigns rather than just residential (door to door).

I would not contact somebody who has expressly said that they do not want
to do door to door, as you said it would waste both mine and your time.

If you would still like to come in and discuss the opportunities please
let me know, otherwise I will happily cancel your application and wish you
luck in finding a new role.

Kind Regards

Siobhan XY.”
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“Ok, poniamo che ci credo”, ho pensato. “Se non il porta a porta, cosa dovrei fare, esattamente? Avrei uno stipendio fisso, magari minimo, o lavorerei comunque su commissione, come scritto nelle testimonianze in quel sito?”
Conoscevo benissimo entrambe le risposte. E sapevo che sarei dovuta andare la’ non per cercare lavoro, ma per rendere piu’ difficile a loro la presa in giro su di me.
L’arrivo in quel posto gia’ confermava uno dei dettagli specificati nella discussione su whocallsme.com: qualunque fosse il nome da loro dato a noi candidati, si trattava sempre della stessa azienda. Io mi ero presentata col nome della Primus, infatti, ma il ragazzo dietro di me aveva detto semplicemente di essere li’ per un colloquio con “una qualche compagnia di campagne pubblicitarie”. Alche’ la receptionist, senza scomporsi, gli aveva chiesto: “Sei qui per la Primus, per la G Force o per la SRM?”.
Il ragazzo aveva risposto che non lo ricordava. “Oh, non importa!” aveva esclamato lei. Dopodiche’ aveva scritto anche sul suo modulo “Primus” e ci aveva fatti accomodare tutti e due nella stessa sala d’aspetto. Una sala bella, d’impatto, con tanto di acquario a torre in un angolo, riviste e distributore d’acqua.
Nei miei 45 minuti di attesa prima di essere convocata, gli sfigati arrivati in precedenza si auto-semplificavano due a due. Sparivano dalla sala per i dieci minuti del colloquio e vi riapparivano solo per pochi secondi, il tempo di afferrare il cappotto e fuggire. In faccia, un’espressione intraducibile. Incazzata sarebbe riduttivo.
Poi e’ toccato a me. La mia intervistatrice, una ragazza americana professionale, gentile e dall’accento per mia fortuna molto comprensibile, mi ha invitata a salire in ascensore e, da li’, ad accomodarmi in un ufficio. Nel mezzo, qualche domanda sull’origine del mio nome e sulla mia esperienza in GB.
Il colloquio si e’ aperto con un “Abbiamo 100 candidati per questa posizione e possiamo selezionarne solo 20-25. Mi auguro che tu possa fare parte di questa fortunata ventina!”
“Oh mio Dio!”, esclami mentalmente. “Ma sono le stesse parole che hanno detto agli utenti di quel sito!”
Da Agosto ad oggi avevano cambiato sede e numero di telefono, ma non la tiritera, a quanto pareva.
La tipa mi chiede di riferirle il mio CV, mi domanda se mi sono informata sulla loro azienda, sui loro target. Solite cose, insomma. Mi spiega il loro ‘sistema’ e io annuisco annoiata. In fondo, e’ la terza volta che me lo sento proporre. La tipa ogni tanto irrompe con delle domande, ed e’ sempre piu’ stupita nel notare che conosco tutte le risposte.
“Saresti disponibile a sostenere una giornata intera di prova, domani, nel caso in cui il colloquio abbia successo?”
Ho abbozzato un sorriso e mi sono schiarita la voce.
“Ecco, in proposito vorrei specificare una cosa, se possibile. Come avevo detto alla ragazza che mi ha contattata per fissare il colloquio, io non ho intenzione di lavorare come porta a porta.”
La tipa mi ha fissata confusa. Non se lo aspettava?
“Chi ti ha contattata?” mi ha chiesto.
“Il nome non lo ricordo, iniziava per S” ho risposto.
“Ah, sì. Siobhan. Un nome molto particolare, dalla pronuncia esotica.”
Sì, penso. Ma tu le farai lo stesso un… discorso cosi’.
“Dunque e’ un porta a porta?” ho incalzato.
Lei ha divagato e ripreso ad illustrarmi quant’e’ fico lavorare li’.
“In linea di massima ci aspettiamo che tu passi dallo scalino piu’ basso, le vendite, a quello piu’ alto, il management, nel piu’ breve tempo possibile”, ha detto. “10, 12 mesi al massimo, anche se Alan, un ragazzo di 25 anni, e’ riuscito a farlo in soli sei mesi. Sei mesi, capisci? Come vedi, non e’ impossibile. Credi di poterlo fare?”
Di nuovo, quel mio sorrisetto odioso.
“Vede, farlo posso farlo, e’ solo questione di fortuna – incontro persone che accettano di firmare e mi prendo i miei soldi”, ho risposto. “Ma prima di andare avanti voglio sapere da lei una cosa. Una mia amica fa esattamente questo lavoro per una compagnia molto simile alla vostra. A Nottingham. Lavora su commissione. Ora e’ Natale e sta riuscendo per la prima volta a mettere da parte abbastanza soldi per pagarsi l’affitto, ma e’ li’ da luglio e ci ha messo cinque mesi per iniziare a guadagnare qualcosa. E poi? Quando il Natale sara’ passato, che si fa? Tornera’ a guadagnare 20 pound a contratto, ovvero 60 pound la settimana, come le e’ successo spesso?”
La tipa s’e’ fossilizzata sulla sedia. L’ho fissata col sorrisetto odioso e il sopracciglio alzato. Per la serie: rispondimi.
Si e’ schiarita la voce e mi ha indicato una cornice d’argento in cui c’era lei abbracciata a due businessmen.
“Vedi questi due signori?”, mi ha chiesto. “Sono Pinco e Pallino, i fondatori della nostra ditta. Quando avviarono la loro attivita’, negli States, erano solo in 5 [e lo scrive sulla mia application form]. Ora siamo 1700 [lo aggiunge accanto al 5]. Eppure, nonostante siano al livello piu’ alto, anche loro due guadagnano su commissione.”
“E quindi?” ho fatto.
“Ora, non e’ compito mio discutere sul se tu guadagnerai o no su commissione e quanto, io sono qui solo per intervistarti”, mi ha ignorata lei. “D’altra parte, scusa, ma un libero professionista come si mantiene, secondo te?”
Eh, no, non venire a parlare a me di liberi professionisti perche’ potrei tenerti qui una vita!
“Si mantiene grazie alle provvigioni, lo so“, ho risposto. “Ma lavora per se stesso, non per un’azienda!”
“Ok, ok, ma la mia domanda adesso e’: tu te la senti di guadagnare solo su commissione?”
“Assolutamente no. Mi dispiace.”
“Benissimo”, ha rimbeccato gelida lei. “Allora temo che non ci sia nulla che possiamo fare per te.”
E ha scritto un 110 enorme al centro del mio modulo. 110. Il codice dei rompicoglioni, probabilmente.
In trenta secondi eravamo in ascensore.
“Hai fatto molti colloqui, finora?” mi ha chiesto.
Aveva la faccia stranamente tirata.
“No, giusto un paio. In fondo, ho iniziato a cercare lavoro solo nell’ultima settimana” ho sparato io. Pinocchio tanto quanto loro. Ma sapevo perche’ me lo stava chiedendo. Voleva che ammettessi di aver avuto colloqui identici al suo.
“Come mai?” ha domandato lei.
“Mi sono presa qualche settimana per lavorare al libro che sto revisionando [magari fosse vero!]. Ambientato in UK, abbastanza complesso. Per questo sono qui. Avevo bisogno di studiare da vicino gli inglesi.”
La tipa ha fatto uno strano sbuffo nasale. Tradotto: ah!. Interpretato: cazzo!. Spiegato: ma tra tutti i rompi-110, non poteva capitarci un analfabeta? Percio’ le avevo dato quella spiegazione.
“E la tua amica cosa fa, esattamente?” ha insistito lei.
“Fa la porta a porta. Sponsorizza le stesse aziende che ha menzionato lei prima. M&S, Vodafone, TalkTalk, Croce Rossa. Anzi, in questo periodo solo la Croce Rossa. E’ Natale, sa.”
L’ascensore arriva al piano terra. Recupero il mio ombrello nella sala d’attesa alla stessa velocita’ con cui i miei mancati futuri colleghi avevano raccolto i loro cappotti.
“CiaaAAAAaaaaOOOOooooOOO!”
Un saluto troppo zuccherato, per una che m’aveva messa alla porta a sessanta secondi di distanza dal mio ‘assolutamente no!’. Da avere il diabete.

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Nonostante tutto, io la capisco benissimo, la tipa. Lei ne ha dovuta fare di strada – nel senso letterale del termine – prima di sedere a quella scrivania ad interrogare il pollo, pardon, il candidato di turno. Si e’ dovuta, letteralmente, consumare le nocche bussando a due milioni di porte, prima di conquistarsi il titolo di addetta alle risorse umane e usare le mani per bollare i CV altrui con ambigui 110. Ma, in fondo, e’ stata una sua scelta. Buon per lei, la rispetto. Tuttavia, lei deve rispettare noi se fuggiamo da quegli uffici dopo esservi stati convocati con l’inganno. Duplice, nel mio caso, alla luce della seconda email di smentita (fasulla) mandatami.
Si aspettavano di farmi fare un colloquio, non certo di essere loro a dover rispondere alle mie domande. Si aspettavano una disoccupata ignara, si sono ritrovati di fronte una che conosceva tutti i meccanismi e cosa c’era dietro le belle parole e i nomi importanti vomitati.
Mi chiedo quanto questo far fare un intero giorno di prova accanto ai loro topsellers non sia in realta’ un modo come l’altro di unire il bisogno di personale fresco alla necessita’ di far andare i loro agenti in compagnia di qualcuno nei quartieri piu’ a rischio. Se andassero due di loro, infatti, i guadagni sarebbero dimezzati. Mandando come accompagnatore un candidato che, quasi sicuramente, si dissolvera’ alla fine della giornata, invece…

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Non e’ illegale assumere qualcuno per il porta a porta. Di sicuro, pero’, il modo in cui tali aziende ogni mese attirano centinaia di persone e’ piu’ che discutibile. Se io accetto di diventare un venditore ambulante, bene. Ma tu devi dirmelo in anticipo. Non puoi attirarmi con l’inganno, perche’ e’ solo tempo perso. Capisco che siano stanchi di vedere gente che fugge dai loro uffici appena conclusi i colloqui – tutti quelli intervistati prima di me, oggi – ma convocarci li’ con la promessa di un tipo di lavoro che non esiste aumenta solo la nostra irritabilita’. Nessuno ha qualcosa da dire contro il porta a porta. Soltanto, dovrebbero prendere in considerazione il fatto che non tutti se la sentono di farlo, per una ragione o per l’altra. Personalmente, non credo che bussare alle porte delle case mancuniane fino alle nove di sera, da sola, sia una buona idea. Soprattutto se rischio di non far firmare neppure un contratto e, di rimando, di non portare a casa i soldi per l’affitto. Se il lavoro prevede nove ore, allora voglio i miei 45 pound giornalieri di base. Le provvigioni potete pure dimezzarle, a quel punto.

Molte compagnie preferiscono evitare di perdere tempo e pubblicare annunci chiari, che non creano equivoci ne’ attirano i candidati con l’inganno:

“They are looking for dynamic and professional commission-only sales people from around the UK and Ireland to promote and market its non-financial services to new customers outside of London.​”

Nelle due righe viene specificato che non e’ un lavoro d’ufficio e che non c’e’ uno stipendio di base: cio’ che guadagni, lo guadagni grazie a una percentuale sulle tue vendite.
Se non sei interessato, chiudi la pagina e vai oltre. Non ti ritrovi ad aspettare un’ora di essere convocato per un colloquio che e’ esattamente quanto scritto in chiaro qui sopra ma spacciato per tutt’altro.

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E le agenzie interinali, nel frattempo? Loro continuano ad ignorarmi.
Non voglio togliere lavoro buono agli autoctoni, infatti mi candido solo a cio’ che in GB so essere accessibile per me. Tuttavia, se fosse davvero una questione di protezionismo, perche’ continuano a pubblicare gli stessi, identici annunci tutti i giorni? Arrivata alla terza settimana non posso non pensare che il tutto sia solo una copertura per far vedere che tali agenzie fanno qualcosa, che i fondi statali servono a qualcosa e che i loro stipendi sono giustificati. Come in Italia.

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Dopo questo, e alla luce dei due articoli sugli affitti, non trovero’ piu’ lavoro in UK. Mi faranno salire sul primo aereo e mi rispediranno a casa. Gratis! :-)