Archive for ◊ gennaio, 2010 ◊

Author: Juana
• domenica, gennaio 31st, 2010

salome bally
Decisamente la keyword piu’ gettonata.

quanto pesa un criceto roborovski
Devi chiedere in prestito un bilancino per preziosi, perche’ pesa davvero poco!

georgie abel e il figlioletto
A meno che la memoria non mi inganni, direi che non si incontrano mai.

however at this stage that you want to rent my flat i need to ask few questions from you. can you take care of my flat as it is? how many months do you intend to rent and pay for? do you have references in manchester?
So, in your istance it was Manchester… of course, they’re scamming all over the UK!

direttamente proporzionale
Pardon?!?

immagini vignette morte di abel in georgi
Ultimo volumetto, seconda meta’.

sono figlia di un padre con l arte innata delle buche. non buchette da pochi centimetri scavate sul bagnasciuga bensi’ buche nel pieno della spiaggia talmente profonde da seppellire abbondantemente me bimba di un metro e un succo di frutta
Complimenti, un perfetto copia-incolla! Ma… perche’?

registrazione tim.it errore password
Tre volte la stessa keyword. O e’ una chiave di ricerca comune, o e’ un utente testone.

tom tom chilometro esatto
Spacca il metro, ultimamente. Niente piu’ “ricalcolo” o “procedere per 1’752 KM verso la destinazione”. E’ diventato molto preciso ed obbediente.

tenancy agreement contract truffe
Se e’ un tenancy agreement vero, allora hai un documento col quale andare alla polizia in caso di problemi.

my lawyer will need some few information from you to draft a contract which you ll print and bring along with you on your arrival date to my flat
At least, they could try to change the words when scamming people!

m.gould scunthorpe ltd ireland
Here we are again!

calzini primark
Per quello che costano, sono ottimi. Sforano comodamente i 12 mesi di utilizzo quotidiano.

gumtree rental scam direct gov
Go here: http://www.direct.gov.uk/en/HomeAndCommunity/BuyingAndSellingYourHome/RentingAHome/DG_4001366

sito tim problema registrazione inserimento password
Forse dovrei davvero sperimentare questa registrazione, vista la mole di ricerche finite nel mio sito in seguito ai problemi avuti col portale di Tim!

thanks for the interest you have in my flat. my flat is still available for rent and you can rent my flat as long as you pay your rent at when due. here are the necessary things you need to know about the rent and deposit.
How many people cheated by the very same message…

organising a flatshare in the uk from far away
Beware of scammers!

aforismi sul complicarsi la vita
Se ci sono aforismi sul complicarsi la vita non lo so, ma di sicuro qui ce ne sono a tonnellate!

piedi nudi di angela lansbury
Oddio, credo che oggi farebbero senso pure ad un feticista…

quanto è lungo un roborovski
Ma… che ti frega? :-)

you we need to make the reservation of the flat so that i can issue a receipt in which you we need to bring along when you are coming to view the flat
And again…

tim sito di m***
Oh, beh… conciso e netto, questo qui!

fake documents for dss flat
Er… do you really want to cheat your future housemates – and gov – by presenting fake docs?!?

m.t.c.n that is still available for pick up from western union money transfer sent this year 2010
I really don’t know if WU is aware or not of what they’re doing through their offices…

western union deposit uk fraud
Bank transfers or WU: that’s how scammers usually work.

fammi vedere il cartone di georgie
Cosi’, sui due piedi?

home office l3 9el
Nice neighborhood! :-)

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Author: Juana
• venerdì, gennaio 22nd, 2010

Erano le dieci di sera e noi eravamo tutti intorno al letto della nostra paziente, pronti al peggio. Un improvviso crollo pressorio aveva seguito a ruota i segni visibili e non visibili dell’ultima battuta della malattia. Il medico, appena 4 ore prima, era stato chiaro: ci trovavamo nella fase finale, sarebbe potuto accadere entro un’ora o al piu’ tardi quella notte. Percio’ eravamo tutti li’, per nulla pronti, ma comunque in attesa, sicuri che il nostro piccolo mondo sarebbe capitombolato da un istante all’altro.

Erano le dieci di sera e noi eravamo tutti intorno al letto della nostra paziente, pronti al peggio, e Rina, sambenedettese D.O.C., il ‘capo’ delle badanti dell’ospedale, stava sistemando la sua sdraio per la notte. Perche’ se c’e’ una caratteristica che la contraddistingue e’ questa: lei di notte dorme sempre. Dalle 9 di sera alle 6 di mattina, orario in cui iniziano a muoversi i primi infermieri, lei russa. E russa anche forte. Al punto da svegliare il suo assistito, i vicini di letto e perfino gli ospiti delle stanze limitrofe. Russa per nove ore filate, favorita da un comodo supporto e da un malato che non rompe le palle. Lei li sceglie tutti cosi’. E semmai dovesse aver scelto male e l’ammalato dovesse dimostrarsi recalcitrante all’idea di dormire… qualche goccia di sonnifero e il problema e’ risolto.
Ero ancora una ragazzina quando sentii parlare di lei per la prima volta, ma tale Rina e il suo vizietto di ‘appesantire’ il bicchiere dei pazienti, la sera, erano gia’ famosi da tempo. Teoricamente, Rina e’ pagata per vegliarli, ma tutto cio’ che sa fare e’ dormire. Un lavoro letteralmente da sogno. Specie se in nero. Ma qui si finisce nell’ambito del legale/illegale, e non e’ questo il momento di parlarne. Per ora atteniamoci alle gocce di sonnifero, alle non-veglie strapagate e, gia’ che ci siamo, all’interesse di Rina per i contenuti delle case altrui. Chi ha avuto il ‘piacere’ di pagarla per vegliare anziani allettati in casa loro, e’ stato ripagato dall’entusiasmante scoperta che un servizio da te’/un elettrodomestico/qualcos’altro si era giusto congedato insieme a lei a fine incarico.

E’ stata l’ironia della sorte a far finire proprio quella Rina nel nostro telefonino. Pescando un nome a caso nel lungo elenco di badanti consigliate dall’ospedale, siamo incappati in lei. E, immediatamente, abbiamo verificato che quelle sul suo conto non erano affatto delle leggende metropolitane.
Rina doveva rimanere accanto a mia zia dalle 9 alle 12, orario in cui io sarei andata a darle il cambio. In una settimana di servizio presso di noi non c’e’ stata una volta in cui non sia sparita in anticipo dal suo posto, il posto in cui era pagata per stare. A mezzogiorno, puntualmente, trovavo la sedia accanto al letto di mia zia vuota. Di Rina nessuna traccia. Una sola volta la trovai li’, sulla porta e col cappotto gia’ addosso. Erano le 11.50. Ah, gia’, c’e’ anche quella volta in cui, arrivata io al medesimo orario, trovata la sedia vuota e cominciato a mostrare il mio disappunto, lei riapparve, giustificandosi dicendo “Ero solo qui fuori!”. Strano, avrei giurato di non aver notato nessuno, li’ fuori. E io che pensavo di avere dieci decimi di vista!
A quello stadio, la nostra paziente non poteva essere lasciata sola neppure un attimo. E, se anche la paziente non fosse stata dissociata, nervosa e agitata, Rina sarebbe dovuta restare li’, accanto a lei fino allo scoccare delle 12, giacche’ era pagata per fare esattamente quello. Una persona con un minimo di coscienza avrebbe atteso anche oltre le ore 12, se necessario – come hanno sempre fatto le altre assistenti – ma, suvvia, non pretendiamo miracoli da Rina!
All’ennesima volta in cui, arrivando, mi ritrovai di fronte a una sedia vuota, decisi che era giunto il momento di liquidarla. Avrei preso io il suo posto in quelle quattro ore e mezza. E cosi’ feci. Il giorno seguente alle nove ero li’. Dal giorno seguente mia zia non rimase piu’ priva di assistenza nemmeno un secondo.

La stessa ironia della sorte che aveva portato Rina a divenire l’assistente di mia zia porto’ poi mia zia (e, di rimando, noi) a finire, in seguito al cambio di reparto, in camera con una paziente delle sue. L’anziana alla quale Rina faceva assistenza notturna era la nostra nuova “coinquilina”. E’ stato cosi’ che ho avuto l’incommensurabile piacere di scoprire come Rina lavori nei suoi turni notturni. Peccato, pero’, che cio’ sia avvenuto in circostanze tutt’altro che piacevoli e in modo tutt’altro che… umano.
Erano le dieci di sera e noi eravamo tutti intorno al letto di mia zia, pronti al peggio, e Rina scalpitava gia’ da un’ora. Non era abituata a ritardare tanto il momento di andare a letto. Per la miseria, erano le dieci di sera!
Si mise in moto col sorriso amorevole e quei modi di fare affettuosi dei quali tutti noi avevamo imparato a diffidare. Gonfiando il petto e assumendo un’aria materna, avvicino’ mia madre e le disse: vi conviene andare via. Perche’?, fu la scioccata risposta. La spiegazione data da Rina fu quanto di piu’ fantasioso, assurdo e inconcepibile potesse partorire. Un misto di ridicolo venato di splatter. Indubbiamente, Rina aveva visto troppi film di Dario Argento.
“Perche’ tra un po’ quella – ovvero mia zia, N.d.A. – comincera’ a sputare sangue, fara’ un macello! Io ne ho visti di malati cosi’! Fanno tutti quella fine li’!”
Inutile dire che a mia madre venne un infarto, e inutile aggiungere che tre secondi dopo era di nuovo nella stanza e che provo’ a tirare via noialtri, raccapricciata. Tuttavia, per fortuna sua e sfortuna di Rina era li’ con noi anche Flavia, la nostra badante notturna. Flavia ci trascino’ tutti fuori e ci disse, a dir poco alterata, che non era vero niente. Come poteva una persona in preda ad un crollo pressorio dare un simile spettacolo? Rina doveva aver visto troppe volte E.R. Stava solo cercando di intimidirci per costringerci ad andarcene di nostra spontanea volonta’, senza apparenti forzature, cosi’ da potersi finalmente sdraiare. Mia zia stava morendo e lei dava sfogo alla sua fantasia macabra per allontanarci dal suo letto, cosi’ da poter spegnere la luce e mettersi a dormire. Piu’ in basso di cosi’ la non-umanita’ di una persona, di una assistente per malati, non potrebbe scendere. O forse si’, visto che nemmeno cinque minuti dopo Rina cerco’ di convincerci del fatto che mia zia non poteva essere cambiata perche’, in simili condizioni, non poteva essere spostata? La risposta delle OSS fu cristallina: ma che cazzo dici, Rina?
Accendendo tutte le luci, nel tempo record di tre minuti, le OSS rimisero mia zia in ordine. E la versione di Rina cambio’ un’altra volta: si’, avevano fatto bene, le OSS, perche’ in quelle condizioni mia zia doveva essere cambiata! Nessuno di noi le rispose. Incurante della nostra reazione indifferente, Rina mi disse: “Visto? Lo hanno detto anche le infermiere: tua zia si e’ ripresa! Non e’ per adesso, insomma, hai capito quello che intendo. Puoi tornartene a casa!”. Avrei affondato gli incisivi in quella mano poggiata sulla mia spalla, se solo avessi avuto la certezza di non morire avvelenata.
Alle 22.15 mia zia si addormento’. Non potendo fare altro, in quel momento, decidemmo di tornare a casa. Rina tiro’ un sospiro di sollievo. Si sistemo’ sulla sua sdraio e si accinse finalmente a dormire.
Per la cronaca, mia zia tenne duro per altri cinque giorni, con manifesto stupore di tutti i medici. Per la cronaca, perfino di fronte alla sua bara, con me presente, Rina arrabatto’ cazzate. Si vanto’ di aver accudito mia zia come se fosse stata una sua assistita, aiutando la nostra badante spesso. Peccato che io non abbia mai visto simili manifestazioni di umanita’ e altruismo. Chissa’, forse le mise in atto di notte. Tra un russare e l’altro, si capisce.

Quando mia zia era ancora ricoverata in Medicina e io avevo appena iniziato a coprire i turni di assistenza mattutina al posto di Rina, nel pomeriggio avevamo un’assistente di nome Cecilia. Era decisa e spicciola e con i pazienti sapeva il fatto suo. Era l’unica capace di far ingollare a mia zia le medicine. Ci piaceva. Poi, dopo venti giorni di collaborazione, arrivo’ l’inghippo sul pagamento e la situazione cambio’. Vedendo comparire un delegato anziche’ me (ovvero, Il Denaro), Cecilia diede di matto: dove erano i suoi soldi? Dovevamo pagarla gia’ il giorno prima!
Vero. Peccato, pero’, che lei il giorno precedente non avesse lavorato e che la busta in quel momento l’avesse, essendo io assente, il nostro delegato. Scoperta la gaffe, Cecilia non si scuso’. Prese i suoi soldi e se ne ando’, senza neppure provare a spiegarsi. Avremmo accettato tutto – racconti di raggiri passati, di pagamenti non ricevuti, di furti – ma non quell’esplosione gratuita.
Dal giorno seguente decisi che anche lei, tutto sommato, poteva essere licenziata. Rina aveva smesso di lavorare per noi gia’ da una settimana e io non avevo trovato la minima difficolta’ nel restare in ospedale sei ore. Sarei sopravvissuta anche ad altre sei.

Cecilia se ne era andata in un gran suonare di trombe e noi non avevamo avuto in cambio neppure una ricevuta. E dire che s’era vantata di pagare le tasse! Chiedendo in giro ai parenti degli altri pazienti scoprimmo che, qualunque nome avessimo scelto dall’ “Elenco delle persone autorizzate a prestare assistenza integrativa privata”, la fattura sarebbe stata un’utopia che, anche qualora richiesta, non sarebbe mai stata rilasciata. E’ vero, per esercitare l’attivita’ in ospedale, per essere autorizzate a farlo, le assistenti devono essere iscritte e, probabilmente, devono pagare una quota, ma mi chiedo: cosa sara’ mai una quota d’iscrizione nel momento in cui gli introiti viaggiano sull’ordine dei 7 euro l’ora? Moltiplicati per una media di 18 ore al giorno di assistenza, fanno una bella somma. Non si ha una vita privata e si passa la giornata in ospedale, accanto a persone malate, e’ vero, ma con 3-4mila euro al mese di stipendio in nero, in un periodo di crisi simile in cui e’ fortunato chi riesce a portarne a casa 1000… varra’ pure lo sforzo. Poi, accumulati un bel po’ di soldini e assicuratisi un conto in banca bello gonfio, si puo’ anche rallentare i ritmi e passare a 10 ore al giorno – che, comunque, fanno 2mila euro al mese tondi tondi! – o cambiare del tutto mestiere.
Quando abbiamo provato a chiedere a chi di dovere se fosse normale pagare centinaia di euro in contanti e non ricevere nessuna fattura, la risposta e’ stata un classico: funziona cosi’ e non hai mica alternative! Si’, perche’ se tu pretendi la ricevuta e non esiste nessuna assistente che ne emetta, allora tu ti ritrovi senza fattura e senza assistenza. Notte e giorno devi essere li’ al posto loro.
Il foglio attaccato a tutte le porte dell’ospedale recita queste esatte parole:

“La possibilita’ di svolgere tale attivita’ nel Presidio ospedaliero e’ vincolata alla registrazione presso la Direzione medica di presidio che rilascia un tesserino di riconoscimento.
E’ fatto divieto di svolgere tale attivita’ a persone non incluse nel presente elenco.
Sono previste le seguenti regole di comportamento:

* Obbligo di assistere un solo degente per turno;
* Rilasciare regolare fattura al ricoverato;
* Divieto di fare opera di propaganda presso altri degenti, parenti o personale ospedaliero;
* Divieto di consultare documenti sanitari

Si prega di segnalare alla Direzione Medica di Presidio eventuali comportamenti irregolari

Ora, e’ evidente che sul Punto 2 non ci siamo proprio, cosi’ come non ci siamo sul Punto 3: non e’ raro sentire Rina & Co. dettare un loro recapito ad altri pazienti o cinguettare i loro pregi mentre stanno assistendo qualcun altro. O, come nel nostro caso, straparlare delle proprie doti inesistenti di fronte alla salma del presunto quasi-assistito.
Si prega di segnalare alla Direzione Medica di Presidio eventuali comportamenti irregolari. Come se ti dessero ascolto. E’ il paradosso del nostro sistema economico: per un lavoratore autonomo al quale, tra tasse e spese, viene tolto quasi il 60% del guadagno, c’e’ un lavoratore “autorizzato” che, pur esercitando in una struttura pubblica, incassa completamente in nero. E ancora più grave e’ il fatto che tutti lo sanno e nessuno fa niente o, se fa qualcosa, si trova di fronte ad un muro di silenzio al quale s’addossano facce da gnorri.

Fortunatamente per noi, la nostra esperienza con le assistenti non e’ stata del tutto negativa. Flavia, la nostra badante notturna, e’ stata quanto di più squisito, umano e legale potessimo sperare di trovare. Nessuna delle sue colleghe, fisse o di un solo giorno, si e’ mai comportata come lei. Flavia l’assistenza all’ammalato ce l’ha nell’animo.
Innanzitutto, arrivava in anticipo e se ne andava in ritardo, sempre. Non guardava mai l’orologio. Nei pagamenti, non guardava mai il calendario. Se arrivavano con un giorno di ritardo, neppure controllava che avessimo messo nella busta l’esatto importo scritto sul foglio – o, per lo meno, non davanti a noi!
La prima cosa che faceva appena arrivava era prendere la mano di mia zia e farle una carezza di saluto. L’ultima cosa che faceva prima di andarsene era assicurarsi che mia zia sentisse il suo congedo. Gesti che, teoricamente, compiva anche Rina, ma che in Flavia erano visibilmente spontanei.
Flavia non dormiva mai o, almeno, non finche’ non cominciavano a girare le prime infermiere, all’alba. Se non era stanca, non dormiva affatto. In fondo, ripeteva sempre, lei era li’ per fare assistenza. Non la pagavamo per dormire. Alla faccia della sua collega!
Il giorno che mia zia venne trasferita in un altro reparto e, per l’ironia della sorte di cui sopra, ci ritrovammo di nuovo Rina tra i piedi, vedere Rina interagire con Flavia fu uno spasso. La prima voleva dormire e correva percio’ a spegnere tutte le luci; la seconda la seguiva a ruota e le riaccendeva una a una. Per assistere mia zia aveva bisogno di vederla in faccia, diceva Flavia, che “a quella stronza di Rina” (cit.) andasse bene o meno. Non la poteva proprio sopportare. Nessuna delle assistenti ha mai avuto parole gentili verso Rina, in effetti.
La notte che mia zia sembrava stesse per salutarci, ad ogni exploit splatter di Rina Flavia esclamava “Ma che dice! Non e’ vero niente!”. E, nel frattempo, era vicina a noi e all’ammalata anche psicologicamente. Volle il numero di telefono di un esterno, spiegandoci che lei, quando puo’, non chiama mai i parenti: non ne ha il coraggio. Una bella differenza con la sua collega, che non sapeva piu’ che pesci pigliare per toglierci via dai maroni e mettersi a dormire.

Flavia e’ venuta a dare un ultimo saluto a mia zia, il giorno della sua morte. E’ venuta a trovarla in obitorio con un mazzo di gigli e rose gigantesco. Era commossa con noi mentre stava accanto alla persona che aveva assistito per oltre quaranta notti. Se il giorno successivo non avesse dovuto lavorare, avrebbe partecipato anche al funerale. Come gia’ detto, Flavia l’assistenza al malato ce l’ha nel cuore. Fa il suo lavoro con coscienza e umanita’. La sua collega Rina, al contrario, l’assistenza al malato ce l’ha nel portafogli. Quando, due giorni dopo il funerale di mia zia, ci siamo trovati a percorrere di nuovo gli odiati corridoi di Medicina per mia nonna, abbiamo composto senza esitazioni il numero di Flavia. Flavia era gia’ impegnata, ma siamo riusciti ad ingaggiare una sua cara amica. Avrebbe pensato lei a vegliare mia nonna nelle sue notti in ospedale.
Il giorno seguente, spuntata da chissa’ dove e informata da chissa’ chi, Rina ha messo in atto il suo proverbiale exploit: chi aveva dato ad Aurora il permesso di accettare il nostro incarico? Aurora avrebbe dovuto consultarsi con lei, prima, e lei avrebbe mandato sua sorella, che al momento e’ senza lavoro!
Rina non e’ nuova a simili scenate. In un certo senso, escluse Flavia e Aurora, le altre assistenti sottostanno tutte al suo comando. Chiamiamolo scambio di favori. Io chiedo il permesso a te per accettare un paziente e tu alla prima occasione passi un nuovo cliente a me. Flavia e Aurora, invece, fanno tutto per conto loro, senza passare per nessun pappone, pardon, per nessuna Rina.
Mi piacerebbe reincontrare Rina. Vorrei tranquillizzarla. La rassicurerei sul fatto che, se pure lei e sua sorella fossero le ultime badanti disponibili rimaste nel mondo, non le assumerei mai. Preferirei passare mille notti in bianco accanto a mia nonna piuttosto che permettere a loro di avvicinarla anche soltanto per cinque minuti.

La pluriennale esperienza avuta dalla mia famiglia con le badanti ci ha insegnato una cosa: 90 su 100 capita quella sbagliata. Se capita bene, pero’, il suo lavoro lo fa egregiamente. E, incredibile o no, a prestare la peggiore assistenza possibile sono proprio le italiane. Flavia e’ rumena, cosi’ come molte altre assistenti di cuore viste all’opera nel lungo mese e mezzo passato in ospedale. Rina e’ locale, cosi’ come alcune altre sue colleghe altrettanto ‘solerti’ e ‘umane’. Coincidenza? Forse. Ma questo e’ cio’ che ho notato io.

I nomi utilizzati sono tutti di fantasia, ovviamente, ma in una realta’ piccola come un ospedale non c’e’ nome fittizio che tenga. Nel bene e nel male. Come si suol dire, conosciamo i nostri polli. Sappiamo di chi si sta parlando.

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Author: Juana
• giovedì, gennaio 21st, 2010

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You said when you’d die that you’d walk with me every day
And I’d start to cry and say ‘Please, don’t talk that way!’
With the blink of an eye the Lord came and asked you to leave
You went to a better place but He stole you away from me

And now she lives in Heaven
But I know they let her out
To take care of me

There’s a strange kind of light
Caressing me tonight
Pray silence my fear she is near
Bringing Heaven down here

I miss your love I miss your touch
But I’m feeling you every day
And I can almost hear you say
‘You’ve come a long way, baby’

And now you live in Heaven
But I know they let you out
To take care of me
There’s a strange kind of light
In my bedroom tonight
Pray silence my fear she is near
Bring your Heaven down here

You taught me kings and queens
While stroking my hair
In my darkest hour I know you are there
Kneeling down beside me
Whispering my prayer

Yes, there’s a strange kind of light
Caressing me tonight
Pray silence my fear
She is near
Bringing Heaven down here

The next time that we meet
I will bow at her feet
And say ‘Wasn’t life sweet’
Then we’ll prepare
To take Heaven down there

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Author: Juana
• martedì, gennaio 19th, 2010

Fissare un corpo senza vita e’ come fissare una boccia per pesci rossi senza piu’ i pesci rossi. E’ un involucro vuoto, freddo, e dei pesci non resta che il ricordo. Il tuo ricordo. C’era vita in quella boccia e adesso non c’e’ piu’. E’ bastato un attimo, e’ bastato un respiro. Il corpo che prima, pur debolmente, viveva, si e’ trasformato di punto in bianco in un oggetto inanimato. Adesso e’ come un’auto parcheggiata senza guidatore: da sola non puo’ muoversi. E’ come una marionetta senza burattinaio: non potra’ piu’ pronunciare alcuna battuta. Non parlera’ piu’, non sorridera’ piu’. Non vivra’ piu’. In quell’istante, ci si rende conto di come il corpo non sia altro che lo strumento per far riconoscere la persona agli occhi degli altri, per distinguerla dagli altri. Cio’ che la caratterizzava, che la rendeva indiscutibilmente unica era il contenuto: la sua anima. Andata via essa, non resta che il suo involucro: un guscio vuoto dalle sembianze contraffatte. Ci si sforza di vedere in esso la persona che si conosceva, ma e’ impossibile. Non e’ che un oggetto organico inanimato che presto raggiungera’ la terra per proseguire la sua corsa verso la polvere.

Di fronte a una morte improvvisa, prematura, inattesa, si sperimenta sulla propria pelle il fatto che niente e’ certo, soprattutto il domani. Si comprende appieno cio’ che prima si era sempre pensato: non si possono fare programmi a lungo termine. Se puoi e vuoi fare qualcosa, allora falla oggi. Non rimandarla a domani, qualunque cosa sia.
Mentre cerchi di capacitarti su come sia possibile che proprio il pilastro dell’intera famiglia, la persona piu’ forte, determinata e spicciola se ne sia andata, guardi ai parenti che ti restano con occhi stanchi. Ti sembra impossibile che loro, anziani e malmessi e alla cui eventuale dipartita ti eri preparato da un pezzo, sono invece li’, al posto della persona giovane che si e’ giusto congedata. Ti ripeti che eravate tutti pronti da tempo ad affrontare una loro malattia, un loro saluto definitivo, ma che e’ stata la scomparsa improvvisa della persona meno plausibile ad andarsene in famiglia a lasciarvi spiazzati. E a quel punto ringrazi che i parenti anziani e malmessi siano rimasti li’, perche’ solo loro, con la loro saggezza, possono aiurtarvi a colmare il vuoto che si e’ spalancato intorno a voi.
Cerchi di non pensare a cio’ che e’ successo, di deviare l’attenzione su questioni secondarie e frivole, eppure ogni istante esse vengono soppiantate dall’immagine di un ospedale, di un letto, di un volto esausto. Arriva in un flash, si materializza in un ricordo improvviso, che appare in un lampo e svanisce in ancora meno. Ma il bruciore che lascia nello stomaco, invece, resta.

Quando senti quelle mani ghiacciate e vedi quelle lacrime spuntare da quegli occhi spenti, capisci subito cosa sta per succedere. Il corpo si sta rilasciando, sta finalmente dando il suo ultimo saluto. Si e’ arreso. Dopo tanto combattere, accanirsi e resistere, si e’ arreso. E, d’improvviso, ti rendi conto che, nonostante l’attesa di quel momento, non sei per niente pronto. Quando quel momento arriva, sei cosi’ stordito da non riuscire a trovare neppure le lacrime. Sono stoccate li’, da qualche parte, ma non le trovi. Benche’ tu abbia un bisogno pressante di sfogare quanto si e’ accumulato in te nelle passate settimane, non trovi il modo per farlo. Fissi ogni istante quella boccia senza piu’ acqua ne’ pesci e ti chiedi dove sia andata a finire la vita che la popolava. Ti chiedi se li hai nutriti bene, se hai dato loro l’affetto sufficiente e la giusta compagnia quando piu’ hanno avuto bisogno di affetto e di aiuto. Li ricordi come erano, cancellando inconsciamente in un colpo solo le immagini di quei pesciolini malati. Se provi a focalizzarle, non ci riesci. Il cervello ti e’ amico, ma la sua razionalita’ stoica non ti aiuta a ritrovare lo sgabuzzino in cui hai stipato le lacrime per settimane, in attesa di usarle.
La tua mente sviluppa foto di cio’ che c’era prima, selezionando vigliaccamente i momenti piu’ belli. Te li sbatte in faccia sotto forma di istantanee, colte nei momenti piu’ spontanei, e ti ricorda sottovoce che niente di cio’ che vedi in esse sara’ piu’. Fa serpeggiare il suo sussurro malefico fino allo stomaco, ed e’ li’ che il sussurro trova le lacrime. Sono tutte li’. Gorgogliano verso l’uscita con un dolore bruciante che annienta lo stomaco, l’esofago e la gola. E, in quel preciso istante, focalizzi il significato della parola ‘morte’ in tutta la sua interezza.