Fissare un corpo senza vita e’ come fissare una boccia per pesci rossi senza piu’ i pesci rossi. E’ un involucro vuoto, freddo, e dei pesci non resta che il ricordo. Il tuo ricordo. C’era vita in quella boccia e adesso non c’e’ piu’. E’ bastato un attimo, e’ bastato un respiro. Il corpo che prima, pur debolmente, viveva, si e’ trasformato di punto in bianco in un oggetto inanimato. Adesso e’ come un’auto parcheggiata senza guidatore: da sola non puo’ muoversi. E’ come una marionetta senza burattinaio: non potra’ piu’ pronunciare alcuna battuta. Non parlera’ piu’, non sorridera’ piu’. Non vivra’ piu’. In quell’istante, ci si rende conto di come il corpo non sia altro che lo strumento per far riconoscere la persona agli occhi degli altri, per distinguerla dagli altri. Cio’ che la caratterizzava, che la rendeva indiscutibilmente unica era il contenuto: la sua anima. Andata via essa, non resta che il suo involucro: un guscio vuoto dalle sembianze contraffatte. Ci si sforza di vedere in esso la persona che si conosceva, ma e’ impossibile. Non e’ che un oggetto organico inanimato che presto raggiungera’ la terra per proseguire la sua corsa verso la polvere.
Di fronte a una morte improvvisa, prematura, inattesa, si sperimenta sulla propria pelle il fatto che niente e’ certo, soprattutto il domani. Si comprende appieno cio’ che prima si era sempre pensato: non si possono fare programmi a lungo termine. Se puoi e vuoi fare qualcosa, allora falla oggi. Non rimandarla a domani, qualunque cosa sia.
Mentre cerchi di capacitarti su come sia possibile che proprio il pilastro dell’intera famiglia, la persona piu’ forte, determinata e spicciola se ne sia andata, guardi ai parenti che ti restano con occhi stanchi. Ti sembra impossibile che loro, anziani e malmessi e alla cui eventuale dipartita ti eri preparato da un pezzo, sono invece li’, al posto della persona giovane che si e’ giusto congedata. Ti ripeti che eravate tutti pronti da tempo ad affrontare una loro malattia, un loro saluto definitivo, ma che e’ stata la scomparsa improvvisa della persona meno plausibile ad andarsene in famiglia a lasciarvi spiazzati. E a quel punto ringrazi che i parenti anziani e malmessi siano rimasti li’, perche’ solo loro, con la loro saggezza, possono aiurtarvi a colmare il vuoto che si e’ spalancato intorno a voi.
Cerchi di non pensare a cio’ che e’ successo, di deviare l’attenzione su questioni secondarie e frivole, eppure ogni istante esse vengono soppiantate dall’immagine di un ospedale, di un letto, di un volto esausto. Arriva in un flash, si materializza in un ricordo improvviso, che appare in un lampo e svanisce in ancora meno. Ma il bruciore che lascia nello stomaco, invece, resta.
Quando senti quelle mani ghiacciate e vedi quelle lacrime spuntare da quegli occhi spenti, capisci subito cosa sta per succedere. Il corpo si sta rilasciando, sta finalmente dando il suo ultimo saluto. Si e’ arreso. Dopo tanto combattere, accanirsi e resistere, si e’ arreso. E, d’improvviso, ti rendi conto che, nonostante l’attesa di quel momento, non sei per niente pronto. Quando quel momento arriva, sei cosi’ stordito da non riuscire a trovare neppure le lacrime. Sono stoccate li’, da qualche parte, ma non le trovi. Benche’ tu abbia un bisogno pressante di sfogare quanto si e’ accumulato in te nelle passate settimane, non trovi il modo per farlo. Fissi ogni istante quella boccia senza piu’ acqua ne’ pesci e ti chiedi dove sia andata a finire la vita che la popolava. Ti chiedi se li hai nutriti bene, se hai dato loro l’affetto sufficiente e la giusta compagnia quando piu’ hanno avuto bisogno di affetto e di aiuto. Li ricordi come erano, cancellando inconsciamente in un colpo solo le immagini di quei pesciolini malati. Se provi a focalizzarle, non ci riesci. Il cervello ti e’ amico, ma la sua razionalita’ stoica non ti aiuta a ritrovare lo sgabuzzino in cui hai stipato le lacrime per settimane, in attesa di usarle.
La tua mente sviluppa foto di cio’ che c’era prima, selezionando vigliaccamente i momenti piu’ belli. Te li sbatte in faccia sotto forma di istantanee, colte nei momenti piu’ spontanei, e ti ricorda sottovoce che niente di cio’ che vedi in esse sara’ piu’. Fa serpeggiare il suo sussurro malefico fino allo stomaco, ed e’ li’ che il sussurro trova le lacrime. Sono tutte li’. Gorgogliano verso l’uscita con un dolore bruciante che annienta lo stomaco, l’esofago e la gola. E, in quel preciso istante, focalizzi il significato della parola ‘morte’ in tutta la sua interezza.


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