Author: Juana
• mercoledì, gennaio 06th, 2010

La nuova camera nella quale ci hanno spostate ieri e’ un cubo di 5 metri per 5 in cui manca la luce e le cui finestre si affacciano su uno scuro cortile a ridosso della collina. Ad occupare questa trappola insieme a noi ci sono altre due ammalate. La prima, una vispa settantenne che si lagna continuamente ed e’ sempre incazzata col mondo. Madre di un sacerdote, bestemmia tutto il santo giorno servendosi di un vocabolario piuttosto ricco e fantasioso (anche di fronte al figlio); l’altra, sessantaseienne reduce da continui ricoveri in Psichiatria, dorme tutto il tempo, ronfando ad una potenza pari a 2mila db, e, quando si sveglia, la prima azione che compie e’ sempre suonare il campanello. E’ sempre convinta di essersi bagnata il pannolone, infatti, anche quando e’ asciutta. In sole quattro ore, ieri pomeriggio, ha fatto accorrere le infermiere per ben 5 volte. Oggi siamo a quota 25. E le infermiere, sorprendentemente, sono sempre arrivate. Perche’, a differenza del reparto da cui veniamo, Medicina Generale, qui il personale funziona. A dispetto dello stabile fatiscente, cimelio dei gloriosi Anni ’40 – e a dispetto della signora con la vescica psicotica che grida sempre ‘Al lupo, al lupo!’ ma poi il lupo-pipi’ non c’e’ mai! – il personale e’ efficiente. E’ pronto ad accorrere in qualunque momento. E, incredibile dictu, e’ sempre gentile.

Trascorrere giornate intere nel medesimo ambiente e in compagnia delle medesime persone – in questo caso, malate – porta al crearsi di strani legami. Essere l’unica presenza costante capace di alzarsi, entrare e uscire a piacimento dall’ospedale – ovvero, l’unica ‘sana’ – rende tacitamente responsabili. Poco a poco, senza neppure rendertene conto, sei spinto a dare una mano anche alle altri ospiti. Dopo un mese, quei gesti che prima non avresti mai fatto tanto spontaneamente, li fai. Far bere un bicchiere d’acqua, far ingollare la cura, dare un minuto di supporto, passare un fazzoletto in caso di crisi, sistemare apparati e strumenti: accorri per tutto, senza arricciare il naso, senza infilarti i guanti. Non provi piu’ repulsione verso niente.
Una simile collaborazione tacita porta, per l’appunto, all’instaurarsi di un legame particolare e possibile solo entro i confini di un ospedale. Disquisisci con la signora ammalata di broncopolmonite sul perche’ la sua ventennale tv portatile abbia smesso di funzionare proprio ora – mentre il suo Nokia antediluviano privo di vibracall strilla di continuo, manco fosse un call-centre; impari a far finta di nulla mentre l’anzianona con l’ulcera sbrana il suo budino al cioccolato – probabilmente finito nel suo vassoio per errore, essendo lei diabetica – e subito dopo riempie l’aria di vibranti detonazioni, conquistandosi magna cum laude il titolo di Pumbaa; ridi con Carmine, che solo per uno scherzo del dialetto locale non si chiama piu’ Carmen, quando si lamenta della sua badante, uscita da appena mezz’ora ma per lei tenuta a tornare gia’ li’, nonostante la notte da lei passata in ospedale a vegliarla; ti intenerisci alla vista di Maria Pia, un’anziana con sindrome di Down, quando sorride a una tua carezza o ti chiama con gli occhi; e, naturalmente, fai una smorfia quando una qualunque di loro sale sulla sua sedia a rotelle e se ne va, pronta a tornare a casa e a riprendere con la sua solita vita. Perche’ ogni saluto e’ un addio e perche’ ognuna di loro lascera’ un piccolo vuoto, in quella stanza. Hanno fatto parte della tua vita e tu hai fatto parte della loro nei confini della (per loro) breve parentesi del ricovero. Fai una smorfia amara perche’ sai che tu e il tuo malato, invece, non varcherete mai quella porta o, per lo meno, non nel modo in cui l’hanno varcata le altre. E mentre le saluti e le vedi andare via, aspetti. Ti chiedi chi occupera’ adesso quel letto, in che condizioni sara’. Perche’ in poche settimane hai assistito a saluti festosi cosi’ come a volti grigi portati via in barella e coperti da un lenzuolo divenuto d’improvviso un sudario. Aspetti e svuoti la mente. I tuoi occhi hanno imparato presto a non guardare altro che il presente e cio’ che hanno davanti sul momento. La mente non torna indietro e non va avanti. E’ l’unico modo che ha per continuare a funzionare come si deve. Resta fredda, pratica, razionale. Comanda movimenti precisi, parole precise. Fuori di li’, l’etichetta che verrebbe affibbiata ad un simile modo di fare sarebbe ricca di aggettivi affettuosi come ‘cinica’, ‘distaccata’, ‘automatica’. Entro quelle quattro mura, pero’, essa diventa ‘giusta’. Il panico intralcerebbe il lavoro, proprio e del personale addetto. Una presa di coscienza immediata del problema da’ invece l’input per una reazione pratica e una spiegazione concisa, velocizzando l’intervento degli addetti, che sanno cosi’ quanto e’ successo e cosa fare. E’ uno dei dettagli che si apprendono vivendo in ospedale: restare calmi e guardare al presente senza porsi domande, anche quando ti rendi conto che la mente se le pone lo stesso, lasciandole pero’ senza risposta. Perche’ a 90 anni ci si lamenta di voler tornare subito a casa, ben sapendo che ci si tornera’ presto e piu’ in salute di prima, mentre a 58 non si puo’ pretendere nessuna delle due cose?

Finche’ non ti ritrovi in mezzo a persone in la’ con l’eta’, non focalizzi quanto la tua percezione della lingua parlata sia mutata negli anni. I primi giorni fai quasi fatica a seguire l’ebollizione di parole eruttate dalla bocca di questa o quell’altra vecchietta. Ti stupisci nel vedere come l’assistente rumena, in Italia da soli tre mesi, capisca quel concentrato di dialetto che tu, invece, fai fatica a seguire. Poi l’orecchio si abitua, torna ‘a casa’. Con la stessa scioltezza con cui fino ad un mese fa captava l’incomprensibile mancuniano, il tuo orecchio capta ora termini mai sentiti dell’ascolano. San Benedetto, Fermo, Ascoli e Offida: non avevi mai notato quanto i loro dialetti fossero simili, di primo acchito, eppure con sfumature tanto diverse.

La nuova camera nella quale ci hanno spostate ieri e’ un cubo di 5 metri per 5 in cui manca la luce, ma nella quale si puo’ godere della gentilezza del personale. Il cinismo irritante e il menefreghismo a cui eravamo state soggette fino a ieri e’ rimasto fortunatamente al piano di sopra. In un reparto come quello, in cui la meta’ degli ammalati finisce per morire, ci si aspetta distacco, certo, ma anche professionalita’ e umanita’. Tutto cio’ a cui si assiste di sopra e’, invece, disorganizzazione, competizione e scostanza. In un reparto come quello attuale, in cui la meta’ degli ammalati tornera’ a casa sana come un pesce, c’e’ invece tutto cio’ che al piano superiore sarebbe indispensabile e manca. Avro’ tempo di riflettere bene su questo paragone, non appena la vicenda sara’ chiusa. Per ora si pensa al presente e a cio’ che abbiamo ottenuto con questo trasferimento. L’ambiente catapulta indietro di 60 anni, ma almeno c’e’ cio’ che serve. Dalla nostra esperienza al piano di sopra, abbiamo imparato che c’e’ di peggio.

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