Un cancro allo stomaco, in natura, ci pensa da se’ a portare la persona alla morte. Le cancella poco a poco l’appetito, invadendole gli spazi in cui dovrebbe andare il cibo e impedendole di nutrirsi, finche’ questa, stremata, soccombe all’inedia. Un cancro combinato all’intero apparato gastrointestinale, invece, non lascia spazio che a un epilogo. Se l’epilogo, che la persona venga curata o meno, e’ il medesimo, allora perche’ nutrirla artificialmente? Se non fosse intervenuta la nutrizione artificiale, sacche bianche colme di una sostanza vischiosa e nauseante al solo vederla, la malattia avrebbe fatto il suo lavoro gia’ da settimane, forse mesi, evitando alla persona – la quale, ripeto, non puo’ sperare in alcun lieto fine – di consumarsi fino allo stremo, soffrendo, denigrandosi, cancellandosi.
L’uomo non e’ tenuto ad intervenire sulla morte perche’ la natura deve fare il suo corso. Deve essere la vita ad abbandonare il malato, non il contrario. Nessun intervento esterno puo’ mutare quest’ordine delle cose, dicono. Molto bene, lo accetto. Se non si puo’ forzare la morte, pero’, allora non si puo’ neppure forzare la vita. Se dobbiamo rispettare il naturale decorso della malattia, allora non dovremmo neppure nutrire a forza un corpo che non puo’ e non vuole piu’ saperne di mangiare. Aiutare la morte e’ un abominio. Ok, lo accetto. E aiutare la vita in un essere incosciente che, se solo fosse dipeso dalla natura, sarebbe passato all’altro mondo gia’ da settimane, allora, che cos’e'? Non e’ forse un abominio anche quello? Costringere la medicina a tenere in vita un guscio vuoto, i parenti ad assistere quel guscio vuoto, obbligati a guardare giorno dopo giorno coi loro occhi uno sfacelo che la natura avrebbe loro evitato di vedere e la mano dell’uomo, per contro, ha favorito, cos’e'? Non e’ forse un abominio anche quello? No, sembra.
Il corpo umano sa come preservarsi, sa quanto e quando resistere. Sa quando e’ il momento di mollare. Secondo natura, il corpo umano non arriverebbe mai a ridursi nelle condizioni in cui la medicina induce un malato terminale a ridursi. Ma, d’altra parte, la medicina ha le mani legate: deve fare cio’ che e’ giusto fare.
A volte le nostre azioni sono davvero senza senso. Se esistesse una possibilita’, fosse anche una su un milione, di salvare il paziente, allora la nutrizione endovena avrebbe senso. Anzi, sarebbe pretesa e voluta dagli stessi parenti. Quando, pero’, ogni esame, ogni dato, ogni parere medico, anche quello del luminare piu’ famoso d’Europa, danno come risposta un purtroppo non c’e’ piu’ niente da fare, allora non vale la pena accanirsi. Accanirsi inutilmente porta solo l’anima della persona, che a quello stadio catatonico ha gia’ abbandonato la coscienza da un bel pezzo, ad essere prigioniera di un corpo che non c’e’ piu’. Se solo anche le ossa potessero consumarsi, di essa non resterebbero che i vestiti. Non troverebbero che un letto vuoto, a quel punto. E nessuno, nemmeno il parente piu’ stretto e affezionato, si sognerebbe piu’ di scrutare quel volto prosciugato, quegli occhi assenti, e sperare che tutto finisca in fretta. Nessuno sarebbe piu’ costretto a ritrovarsi a pregare, nella speranza di essere ascoltati, nella speranza che il barlume di vita che resta in quel corpo svuotato se ne vada, dando a lei la pace e ai parenti il permesso di cominciare finalmente a piangere. E di smetterla di agire, parlare e comportarsi come se non fossero piu’ loro. Perche’ non e’ solo la persona malata imprigionata in quel letto ad essere irriconoscibile. Lo sono anche coloro che ha intorno. Stupidamente, malgrado quanto vedono e sanno e sentono, continuano ad illudersi. Arrivano a meravigliarsi dei segnali infimi e rari lanciati dal guscio vuoto, segnali che non significano niente eppure che, in alcuni di loro, accendono una speranza che, inconsciamente, non c’e’ mai stata. Notare quei segnali infimi mette in luce tutta la disperazione di chi e’ intorno a quel letto. Se la testa viene mossa di due centimetri, se gli occhi roteano di un soffio all’udire il proprio nome, se la lingua gorgoglia una parola incomprensibile: ogni dettaglio viene notato, accolto con sollievo, esaltato. Poi arriva il medico e spegne ogni entusiasmo, ed e’ a quel punto che chi e’ rimasto impassibile di fronte a quei miseri segnali puo’ rilassarsi: non c’e’ nulla di peggiore del contrasto tra un corpo che sta morendo e gli occhi bendati di parenti che continuano a sperare.
In tutto questo, mentre un cadavere con un cuore che batte continua ad essere tenuto a forza su quel letto, mentre la sacca dell’alimentazione continua a sparargli in vena energie che non servono piu’, chi ruota intorno a tutto questo viene sottoposto alla meravigliosa e squallida tiritera del “la natura deve fare il suo corso”. Eppure, non c’e’ nulla di naturale in quanto sta accadendo.


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