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• lunedì, febbraio 01st, 2010

Se l’articolo sulle assistenti pubblicato qualche giorno fa raccontava solo di come, all’interno dello stesso ambiente e della stessa professione, sia possibile incontrare persone dagli istinti e dagli atteggiamenti completamente diversi, e’ perche’ non era ancora sopraggiunta la seconda parte della vicenda: badanti, lavoratrici alla riscossa (del pizzo).

Se c’e’ una cosa divenuta ormai chiara, alla luce della mia lunga esperienza personale con le lavoratrici di tale settore, e’ questa: in ospedale, sui meccanismi del loro lavoro vige l’omerta’. Una combinazione di detto-non detto, di permessi, consensi, ricatti e, ovviamente, scambi di favori.
Che Rina, il capo – o amministratrice auto-delegatasi, poco cambia – delle badanti dell’ospedale avesse le mani in pasta un po’ dappertutto lo si era gia’ capito. In due soli mesi era arrivata a rimproverare diverse volte le assistenti da noi scelte, ammonendole sul loro aver accettato i nostri incarichi senza prima consultarsi con lei. La risposta datale dalle nostre ‘dipendenti’, “Ascolta, Rina, loro hanno solo preso un numero a caso dall’elenco e chiamato!”, non e’ bastata: ok, care, loro lo avranno pure fatto ma voi dovevate temporeggiare e chiedere il permesso a me prima di accettare.
Ho capito forse male io, ho interpretato male quello che ho sentito o che mi e’ stato raccontato?
Ne dubito, ma andiamo pure avanti.

Dal Novembre 2009 al Gennaio 2010 Aurora, una delle assistenti con cui abbiamo avuto il piacere di entrare in contatto, accetto’ un incarico presso una famiglia locale. Il malato in questione aveva bisogno di assistenza continua, anche a casa, e le sue entrate/uscite in ospedale erano a cadenza quasi settimanale: la malattia si stava avvicinando al suo epilogo.
Aurora aveva gia’ lavorato per loro nei mesi precedenti. Aveva assistito il paziente in ospedale, durante i suoi ricoveri, percio’ conosceva molto bene quella famiglia e non aveva visto alcun problema nell’accettare di aiutarla in casa. Nessun problema? Non per Rina. Scoperta l’accettazione illecita dell’incarico da parte di Aurora, scateno’ un putiferio, fino ad arrivare alla prevedibile minaccia: se non la smetti di fare di testa tua, io ti faccio radiare dall’elenco dell’ospedale. Minaccia del tutto fondata: quella delle assistenti e’ come un’unica, grande famiglia. Una sola parola sbagliata della badante giusta e la badante ‘colpevole’ si ritrova disoccupata e senza neppure una famiglia intenzionata a chiamarla, neanche per l’assistenza domestica.

Alla meta’ di Gennaio, tanto per completare il quadro, fini’ in ospedale un altro dei nostri. Anche in questo caso, pur non essendo la situazione clinica altrettanto grave come nel precedente, ci ritrovammo a consultare l’ “Elenco delle persone autorizzate a prestare assistenza integrativa privata”. A dire la verita’ lo consultammo cercando un numero in particolare: quello di Flavia, l’assistente che aveva accudito mia zia fino all’ultimo istante, anche in obitorio.
Flavia aveva appena accettato un altro incarico quando chiamammo noi. Ci suggeri’ pero’ di ricorrere ad Aurora, una sua cara amica, con la quale avevamo gia’ avuto contatti e che aveva lavorato in maniera tanto professionale e umana quanto lei.
Chiamammo quindi Aurora. Aurora passo’ la notte insieme alla sua nuova paziente. Bastarono 12 ore per scoprire questa sua ‘accettazione di incarico illecita’. La mattina dopo, spuntata da non si sa dove, avvisata da non si sa chi, Rina era li’, che pattugliava i corridoi. Sapeva che qualcuna delle sue ‘sottomesse’ aveva accettato un paziente senza consultarsi con lei e lei doveva scoprire chi fosse.
Aurora riusci’ a salvarsi dall’occhio ispettivo di Rina per qualche giorno. Poi Rina, con somma soddisfazione, la scovo’: non avevo alcun dubbio che la disobbediente fossi tu, Aurora! Tu e la tua amica Flavia non fate che darmi del filo da torcere!
Ennesimo battibecco, ennesimo rimprovero: come ti sei permessa di accettare l’incarico senza prima consultarti con me, Aurora? Mia sorella al momento e’ senza lavoro, avrei passato la paziente a lei!
Ma non fini’ li’. Rina fece il terzo grado anche a Flavia per essersi permessa – senza permesso – di mandare da noi la sua amica senza prima chiedere il consenso a lei.
Quella storia cominciava a nausearmi. Alla fine, il concetto di base a mio avviso era uno solo: una persona puo’ chiamare chi cazzo vuole. Se a Rina non sta bene, allora che strappi via da tutte le porte dell’ospedale l’elenco della concorrenza e che metta solo il suo numero, magari corredato da un ‘Amministratrice Unica delle Finanze del Gruppo delle Assistenti per Malati’.

Fine Gennaio. Rina ci bracca e ci invita a chiamarla, non appena la nostra paziente sara’ dimessa. Sa che, da ora in poi, ci sara’ bisogno di assistenza domestica continua, per lei – ma chi glielo ha detto, questo, non lo abbiamo mai capito!
Con un fare premuroso che ci dava ormai sui nervi, ha affermato che ci avrebbe trovato la migliore assistente domestica possibile. Dovevamo assolutamente contattarla, dunque. Al piu’ presto, a ogni costo. Inutile dire che la vera risposta celata dietro il nostro annuire automatico fu una sola: come no, contaci!
Sicura della nostra fiducia nei suoi riguardi, Rina ci anticipo’ qualcosa su questa strepitosa badante di sua conoscenza. Era la nipote di Cecilia, la badante pomeridiana con la quale avevamo avuto un diverbio sul pagamento. “Tutte tranne una parente di quella li’”, pensammo in coro. Non volevamo piu’ vederla, ne’ lei ne’ chiunque avesse a che vedere con lei.
Fu Flavia a raccontarci qualcosa in piu’ su questa fantomatica ragazza. 24 anni, arrivata in Italia da un mese, a malapena in grado di spiccicare parola ma assolutamente in grado di farsi capire dall’estetista e dalle addette delle boutique. Unghie finte da 5, minigonne, tacchi alti e cerone in faccia: senza dubbio, l’immagine-tipo dell’assistente per malati.
Se pure non avessimo avuto una fiducia incondizionata in Flavia, avremmo comunque avuto modo di credere a cio’ che ci aveva raccontato: tale dettagliata descrizione ci venne confermata anche da altre fonti. Se pure non fossimo gia’ stati concordi nell’impedire a Cecilia e a sua nipote di entrare in casa nostra, al vedere la ragazza non l’avremmo comunque assunta.
Rina stessa confermo’ la descrizione di tale, eccezionale futura assistente: le piace vestire bene, e’ vero, ma non per questo non e’ brava!
Per carita’, Rina, nessuno qui ha pregiudizi. Ma, Rina, mi spieghi come potrebbe prendere, alzare, vestire e lavare mia nonna con degli artigli da cinque centimetri al posto delle unghie?

Dopo due settimane di ricerca ininterrotta – e colloqui a delle badanti con richieste ai limiti del surreale, sia come paga che come extra – finalmente trovammo l’assistente domestica adatta a noi. Era in Italia da un solo mese, ma la famiglia presso la quale aveva lavorato come sostituta temporanea ne era entusiasta. Era affettuosa, risoluta e parlava un buon italiano. Non se ne sarebbero privati, se la loro vecchia assistente non fosse tornata dalle ferie.
A differenza delle altre da noi contattate, la nostra nuova badante era d’accordo con noi: voleva essere messa in regola. Sarebbe stata flessibile sull’assegnazione dei suoi giorni o delle sue ore libere e non chiedeva nessuna 14esima – sì, abbiamo anche intervistato assistenti che volevano lavorare in nero e prendere la 14esima a fine dicembre, piu’ ulteriori 50 euro al mese per il fatto di essere senza assicurazione.
Mia nonna torno’ a casa insieme alla sua nuova coinquilina la sera tardi. La mattina dopo, avvisata da chissa’ chi, Rina telefonava ad Aurora. Chi altri poteva averci indirizzati verso quella badante se non lei?, la accuso’.
Rina sapeva che mia nonna era stata dimessa il pomeriggio precedente, sapeva che aveva una badante in casa sua. Tanta era la voglia di Rina di verificare che, non sappiamo come, aveva ottenuto l’indirizzo ed era passata a controllare. Roba degna di George Orwell. La scenata contro Aurora si risolse con l’ennesima minaccia da parte di Rina: continua cosi’, Aurora, e giuro che ti faccio ritrovare disoccupata a vita.
In tutto questo, Rina non aveva capito una cosa: la badante per mia nonna l’avevamo trovata per fatti nostri. La sua alternativa, alternativa berciata anche al telefono con Aurora, era quella che noi avevamo scartato in partenza: unghie-da-gatto-cugina-di-Cecilia. Vista la sua eta’, la sua inesperienza, la sua mancanza di referenze e la sua indole da esteta, chi ci avrebbe assicurato che non sarebbe sparita da un giorno all’altro come molte sue colleghe di solito fanno? Se non ci fossero state motivazioni personali, avremmo comunque preferito non rischiare.

La telefonata di Rina ad Aurora fu seguita da una telefonata di Cecilia a noi. Che cazzo avevamo combinato, per quale motivo non avevamo assunto sua cugina, disoccupata? Che garanzie avevamo di quell’altra? Almeno per sua cugina avrebbe garantito lei!(cit.)
Sicuro, Cecilia. Garanzia impeccabile. In fondo, sappiamo cosa avresti fatto semmai fossimo incappati di nuovo in un’incomprensione sulla busta paga. Ah, sì, sappiamo anche che non ci sarebbe stata alcuna registrazione. Giusto?
La telefonata prosegui’ in una sequela irritante di urli, insulti e ricatti. Come sempre accade, quel contatto fu tanto inaspettato da coglierci in contropiede. La risposta azzeccata sarebbe stata: ok, Cecilia, continua pure ad insultarci e noi andremo da chi di dovere a reclamare le ricevute che non ci hai mai fatto.
In chiusura, la nostra risposta e’ stata onesta e chiara: non vogliamo piu’ ne’ te ne’ nessun tuo parente o capo (Rina) intorno alla nostra famiglia.
Se avesse preso i valori pressori, quella mattina Cecilia avrebbe avuto la minima a 200.

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Alla luce di tutto, sono parecchie le domande tuttora rimaste senza risposta. Come hanno fatto Rina e Cecilia in meno di 12 ore a scoprire che mia nonna era stata dimessa e che aveva una badante a casa sua, il cui indirizzo era a Rina teoricamente sconosciuto, e ad avere tante notizie personali sulla nostra dipendente?
Ma la domanda che ci poniamo con piu’ insistenza e’: che cazzo vogliono da noi famiglie queste persone? Sfoggiano sorrisi materni, decantando le loro lodi, mentre un istante prima hanno chiamato l’assistente da te scelta e le hanno sfondato il timpano a furia di minacce. Incassano migliaia di euro al mese senza emettere alcuna fattura, eppure e’ proprio per i soldi che scatenano simili guerre. Guerre tacite, guerre di cui molti sanno ma nessuno parla. Guerre che portano famiglie bisognose di immediata assistenza a ritrovarsi senza, o ragazze volenterose e corrette a ritrovarsi disoccupate, senza permesso di soggiorno e imbarcate sul primo aereo per l’Albania. Famiglie che hanno volutamente ignorato i meccanismi di quel mondo, scegliendo un’assistente per fatti propri, e che si sono ritrovate d’improvviso sprovviste di assistenza. Anche per loro, come per le badanti ‘sovversive’, bastano poche parole sbagliate dette dalla persona giusta e nessuno vorra’ piu’ lavorare per loro. Nessuno, infatti, vorrebbe mai lavorare per qualcuno che non paga, non da’ ferie, non mette in regola e maltratta le badanti. Chi mai vorrebbe entrare in una famiglia cosi’? Menzogne, certo, ma menzogne indimostrabili come tali.

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