
Sei camere, due bagni (di cui uno molto harrypottiano: nel sottoscala), una cucina senza tavolo, nessuna lounge room (o, all’italiana, sala da pranzo): ecco dove vivo da un anno.
Schizzata in capo alla Greater Manchester, con un affitto che giustifica poco le non-comodita’ offerte ma che vale le interessanti lezioni di vita e di convivenza alle quali ho avuto il piacere e l’onore di assistere negli ultimi tredici mesi.
In una casa con sei camere e’ scontato: si vive in un ostello. Un coinquilino nuovo ogni massimo due mesi. Ti svegli una mattina, scendi a prepararti il tramezzino e non sai chi diavolo e’ la persona che trovi in cucina. Semplice, prevedibile. Fino a ieri c’era una che cucinava una tazza di riso alla cantonese e oggi c’e’ questo che si scalda le chapatis nel forno. E’ parte del contratto, una di quelle clausule implicite e non specificate, in vero stile britannico.
Un ostello in cui ciascuno ha una camera singola. Anzi, in due casi su sei neppure una camera. Diciamo piuttosto che hanno uno sgabuzzino adibito allo stoccaggio umano. Due metri per uno e mezzo. A malapena lo spazio per il letto e la porta (stretta). Per arrivarci, un corridoio degno della Casa Pendente dei Giardini di Bomarzo: due metri di lunghezza per sessantacinque centimetri di larghezza. Praticamente un budello.
In un ostello non vigono regole. Non c’e’ cameratismo, non c’e’ organizzazione. Ognuno vive per fatti suoi. Di solito.
A governarlo, una house manager con le palle che ha raggiunto il Nirvana. Condizione indispensabile per riuscire a gestire un covo di matti del genere senza imbottirsi di calmanti. Ogni tanto, un Post-it giallo in cucina. Dietro la sua grafia elegante e il suo tono cordiale, il messaggio e’ chiaro: cari coinquilini, potete ricordarvi di togliere il vostro schifo dopo che avete finito?
E funzionano con tutti, almeno nelle prime due settimane di permanenza. I nuovi coinquilini sono sempre perfetti, ordinati, silenziosi. Incredibilmente puliti. Applicano la regola del clean after yourself con rigore militare. Poi, in due settimane, puntuale come un orologio, il loro Mr Dirt viene allo scoperto. E tu, che in un anno ne hai viste davvero di tutti i colori, ti ritrovi per l’ennesima volta a scioccarti e a disnifettarti le mani.
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Sgabuzzino Numero 1: 2×1.5mt
Tutto inizio’ dalle riviste porno.
Nella toilette al secondo piano che dividiamo in quattro, una pila di giornali. Il primo, un settimanale di elettronica. Sulla copertina, un paio di tette esagerate con incastrato in mezzo un povero BlackBerry Bold. Sotto, le versioni economiche di Playboy & Similia.
Un mese, due mesi. All’alba del terzo la tolleranza gandhiana della housemanager arrivo’ al tracollo: le riviste finirono nella pattumiera. La sera stessa, miracolosamente, erano di nuovo nella toilette. Sporche di olio – e anche di qualcos’altro.
Poi arrivarono i preservativi. Forse volevano essere un invito, forse volevano dire “Ehi, donne, chi disprezza compra!“, ma l’unico effetto che ottennero fu una risata isterica. Il fratello mancuniano di Obélix aveva lanciato un invito implicito e noi quattro non lo avevamo raccolto. Offeso, Obélix semino’ Durex per tutta casa. Stranite, noialtre li prendemmo e li lanciammo nella pattumiera del giardino. La settimana seguente il fratello mancuniano di Obélix faceva le valigie.
E cosi’ arrivo’ Cipì. O Cinguettino. Era indiano, un tipo tranquillo, e cinguettava sotto la doccia. Era maledettamente bravo. La prima volta che lo sentii cinguettare impazzii cercando di trovare l’uccelletto abusivo che si era infilato dalla porta del giardino. Poi capii che il trillare veniva dal bagno…
Cipì non resto’ molto. Due mesi dopo fece le valigie e spari’, pronto ad una elettrizzante vita londinese. Io e la housemanager gli abbiamo chiesto piu’ volte di tornare a farci visita: la risposta e’ sempre il silenzio. Cipì e’ allergico ai fumi di questa citta’ almeno tanto quanto me.
Fu poi la volta della Pocahontas pakistana. Tacchi a spillo, tre ettolitri di profumo, due chili di cerone e un metro di altezza: Pocahontas sfilava per casa. Passi calcolati, capelli lunghi un metro shakerati alla L’Oréal-perché-io-valgo. E noialtri, che al contrario di lei non valevamo un cacchio, ci ritrovavamo i suoi capelli ovunque: sulle stoviglie, nel bagno, perfino attaccati ai muri. Piu’ che una Jessica Rabbit, un personaggio di The Ring.
La nostra Pocahontas era allergica alla cleaning rota, al lavaggio dei piatti e allo sciacquone. Completava il suo turno di pulizia del bagno in 5 minuti di orologio e con i piatti usava solo l’acqua. La leva del flush non le era proprio congeniale. Probabilmente, ragionammo, l’usarla avrebbe rischiato di compromettere la sua French manicure a ogni tirata d’acqua.
Questa sua apprensione per le extension laccate faceva si’ che, puntualmente, io o la housemanager trovassimo la sua firma in bagno. All’alba, di solito. Per la serie: il buongiorno si vede dal mattino. E quale miglior inizio del trovare uno stronzo che ti saluta nella toilette? Se non altro, erano stronzi educati. Tuttavia, a noi non ando’ bene lo stesso e la cacciammo dopo un solo mese di permanenza. A volte noi donne siamo proprio pignole.
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Sgabuzzino Numero 2: 2x2mt
Quando arrivai, un anno fa, pensavo che al di la’ della porta appiccicata alla mia non ci fosse nessuno. Lo credetti per diverse settimane, poi una mattina ci fu l’Incontro Ravvicinato del Terzo Tipo.
A distanza di un anno devo ancora capire che diavolo sia successo quella volta. Io so solo che stavo risalendo dalla cucina col mio montone di vestiti bagnati e che all’ultimo scalino sentii un singulto strozzato. Vidi qualcosa schizzare in bagno. Nella fretta, il qualcosa aveva dimenticato la porta della camera aperta.
Fu cosi’ che quattro settimane e mezzo dopo il mio ingresso in questa casa capii di avere una vicina di stanza.
Spiderwoman – o Agorafobia – era giapponese. Dico ‘era’ perche’ se ne e’ andata ormai da sei mesi. Se non avesse avuto bisogno di me per farsi aprire la porta, quella sera, neppure mi sarei accorta che aveva traslocato.
Spiderwoman non cucinava, non mangiava, non viveva. Il piccolo frigo che divideva con me era pieno sempre e solo della mia roba. Al massimo, lei comprava yogurt. L’unico pasto che le consentiva di scendere in cucina, afferrare la vaschetta e schizzare in camera. Tempo totale dell’operazione: 10 secondi, piu’ i 10 per salire le scale. Impossibile incontrare qualcuno. Sì, gli yogurt consentivano ad Agorafobia di sopravvivere senza correre il rischio di morire d’infarto in corridoio.
Non riuscivo a capire come facesse. Dal silenzio totale di colpo si sentiva lo sciacquone, la sua porta aprirsi o chiudersi, le scale venire scese. Se aprivo la mia porta immediatamente dopo, pero’, non c’era mai nessuno. Lei era gia’ rientrata. Che usasse il teletrasporto? Non lo so.
La vedevo salire in macchina senza averla neppure sentita uscire dalla stanza, la sua porta si apriva e io neppure mi ero accorta che fosse rincasata. Dopo i primi mesi cominciai a pensare che rientrasse dalla finestra, arrampicandosi su per la parete. Come Spiderman.
La sua incredibile fobia delle persone la induceva a muoversi scalza per la casa e a restarci il meno tempo possibile. Nei giorni off da me passati al chiuso iniziai ad appostarmi. Volevo capire come riuscisse ad uscire dal bagno e schizzare in camera sua passando davanti alla mia senza farsi neppure sentire. Inutile dire che non ci riusciii mai. I pochissimi incontri da me avuti con lei in sei mesi – 4, se ricordo bene – furono caratterizzati da singulti spaventosi (suoi) e un mancato volo giu’ dalle scale (mio). Forse a Tokio, citta’ da 12 milioni di persone, non sono abituati alla convivenza con gli estranei, chissa’.
Agorafobia se ne ando’ alla fine di Ottobre. Aveva gia’ riconsegnato le chiavi, percio’ fu a me che dovette chiedere di aprirle la porta d’ingresso. Schizzo’ nella sua ex-camera e si serro’ dentro. Io tornai nella mia a prepararmi per uscire. Poi sentii qualcuno parlare li’ fuori. “Please, tell me she’s joking!” pensai. No, non era uno scherzo. Agorafobia stava parlando a me. Anzi, alla mia porta (chiusa). Non aveva bussato. Non aveva avuto quel coraggio. Aprii. Agorafobia mi stava ringraziando per averla aspettata in casa e mi stava offrendo un passaggio in centro. Mossa carina, in un certo senso. Io, pero’, declinai. Chi avrebbe avuto il coraggio di salire in macchina con lei sapendo che una vicinanza del genere avrebbe potuto causarle l’arresto cardiaco, facendo schiantare macchina e noi contro il primo pilone della Mancunian Way?
Neppure un mese dopo l’eclissarsi di Agorafobia, ecco che spunta il fotomodello. Preciso, ordinato, impeccabile. Con noi donne, un esemplare di gentilezza socialista. Forse era solo soggezione. In cambio della sua galanteria, noi restituivamo il favore trattandolo come un ragazzino. L’abisso di eta’ non ci consentiva di prenderlo diversamente.
Per i primi due mesi ando’ tutto bene. Come sempre. Poi il fotomodello decise di trasformarsi di colpo in Mr Idrospurgo. Usava il lavabo in cucina come fazzoletto, gli strofinacci come tovaglioli, era allergico a spazzolone e ventola e come se non bastasse faceva di tutto per apporre la propria firma ovunque passasse.
Dopo le prime settimane di tolleranza e di silenzio, cominciarono ad apparire i temuti Post-it. La richiesta, semplice e banale: ragazzi, possiamo pulire via il nostro schifo, specie dalla toilette e dalle pareti della doccia? In assenza della housemanager il ruolo di bacchettona tocco’ a me. Scrissi un papiro. Per la serie: non dite poi di non aver capito.
L’effetto della richiesta duro’ due soli giorni. Il tempo di dare all’ex fotomodello – ora Mr Kleenex – il modo di farsi l’ennesima sinusite.
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Esemplari rari, unici, peculiari
Nella camera di Pocahontas – lo sgabuzzino di 2×1.5mt – piombo’ Il Filosofo. Calmo, pacato, parlava con quelle sospensioni irritanti nel mezzo delle frasi che ti costringono ad aspettare mezz’ora prima di ascoltare il resto: da dargli una scossa e strillargli “Vai avanti, santo cielo!”
La sera che conobbi Il Filosofo lui stava pulendo il bagno. Era il suo turno, mi disse. Non oso immaginare la mia faccia quando, salendo, trovai un tizio intento a pulire il mio bagno vestito con giacca, cravatta e mocassini.
“Eccoci qua”, mi dissi. “Ecco un altro caso di studio disperato da tenere sott’occhio!”
E’ la condanna di quella stanza: mai un occupante normale. Forse e’ la condanna dell’intera casa.
Col passare delle settimane il nome de Il Filosofo cambio’ improvvisamente in Cozza: se ti afferra non ti molla piu’.
Cozza soffre la solitudine. Cerca la compagnia ovunque, in qualunque momento, di chiunque. Anche alle due di notte. Appena a casa, lui si piazza dietro la porta del suo sgabuzzino e aspetta. Appena sente movimento, la apre e acchiappa il primo povero diavolo di passaggio. Con la scusa di prendere una lattina dal frigo/una pentola dallo scaffale/un bicchiere d’acqua lui ti segue in cucina, in giardino, ovunque.
Non c’e’ niente da fare. Cozza ha bisogno di te come l’aria che respira. Sempre rilassato, sempre ottimista, sempre sorridente, un vero spirito gallico, lui ha un bisogno pressante di contatto umano. E’ disposto a fare di tutto pur di averlo. Anche braccarti in piena notte nel corridoio di 65cm di larghezza che porta al bagno. E tu, con un occhio chiuso e l’altro mezzo aperto, mentre biascichi parole che neppure capisci in una lingua che non usi da anni, pensi: ma questo qui alle due di notte non ha un cazzo di meglio da fare? E io, che solo sei mesi fa sfottevo Agorafobia per il suo spostarsi per casa come una pantera, mi ritrovo ora costretta a fare esattamente come lei: per scendere in cucina, mi tocca uscire dalla finestra.
Cozza e’ ancora qui. Nello stipetto del bagno ha piu’ prodotti di Superdrug, ma almeno non lascia tracce di se’ ne’ li’, ne’ nella toilette, ne’ in cucina.
Possiamo ritenerci soddisfatti. Per ora.
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