Archive for the Category ◊ Vita vissuta ◊

Author:
• venerdì, aprile 22nd, 2011

_

Benche’ spesso nel mio Paese di adozione si ostinino a dire il contrario, pagare meno inevitabilmente significa avere molto meno.
La storia della mia Canon sembra una barzelletta. Quando dico di averla pagata tre volte, intendo dire davvero tre volte. E l’ho pagata tre volte perche’, per l’appunto, sin dalla prima ho cercato di ottenere il bargain, il best deal ever, insomma: ho cercato di pagare quattro soldi una reflex di fascia media.

Tenevo d’occhio le reflex di Canon e Nikon dal 2001, quando costavano ancora oltre i mille euro e pensare di spendere una cifra del genere per un extra era una cosa folle. Lasciai sempre perdere.
Ad Agosto 2010 una particolare offerta di Currys sul flop Nikon, la Nikon Bridge L110, mi convinse a provare ad abbandonare la mia P93 Sony, ormai disintegrata, e affrontare quei 179GBP. Quarantotto ore dopo ero di nuovo da Currys a chiedere il rimborso. La P93, sei anni di vita e 12mila foto all’attivo, aveva effettuato scatti piu’ brillanti, nitidi e meno digitali della L110 Nikon.

A fine Gennaio 2011, l’offerta PixMania Pro Italia: 594EUR per la Canon 550D inclusivi di spedizione. Comprata. Ventiquattro ore dopo il pagamento, il rifiuto dell’ordine da parte dei loro uffici centrali: spedizione impossibile senza l’aggiunta dell’IVA. Anche se era un acquisto dal sito PRO effettuato a nome di un professionista con partita IVA.
Avuto il riaccredito del pagamento, ho spostato l’ordine su PixMania UK. Inclusiva d’IVA e di spedizione, la Canon 550D avrebbe avuto un costo di 585GBP. Ancora nei limiti della somma massima da me stanziata, insomma. Decisi di comprarla sul loro sito.
E’ stata la decisione peggiore che potessi prendere.

Il corriere belga di cui PixMania UK si avvale ha tentato per tre volte di consegnare il doppio pacco (Canon + stampante laser), mancando di trovarmi in casa tutte e tre le volte. Per tre volte ho riorganizzato la spedizione richiedendo espressamente una late delivery dopo le 6 di sera, solo per sentirmi rispondere da una indisposta signorina del loro callcentre che “non si puo’ mica scegliere l’orario di consegna” e, alla richiesta di farmi almeno un colpo di telefono quando erano in zona, ho ricevuto in risposta un secco “no, i nostri corrieri non si mettono a chiamare nessuno!”. Per carita’, non sia mai.
Alla terza mancata consegna ho reinserito i dati e richiesto (di nuovo) una nuova delivery. Qualcuno e’ rimasto in casa al posto mio tutto il giorno. Il corriere non si e’ visto per tutto il giorno. Alle 6 di sera ho chiamato il loro callcentre per chiedere per quale razza di motivo non si fossero fatti vedere, ne’ mi avessero chiamata o mandato un’e-mail di notifica. La risposta e’ stata a dir poco adamantina: signora, uno dei due pacchi e’ al deposito e a questo punto se lo deve andare a prendere da sola, l’altro invece e’ stato rispedito a PixMania.
Ci sono voluti due anni di callcentre sulle spalle per mantenere una calma gandhiana e non urlarle addosso.
Ho chiesto, in perfetto stile britannico, che cosa significasse, secondo la sua modesta opinione, che “uno dei pacchi e’ stato rispedito al mittente”. La signorina non aveva la risposta alla mia domanda. Non ne hanno mai. Non ne hanno perche’, fondamentalmente, neppure loro sanno che cosa succede nella loro azienda.
L’operatrice mi ha messa in attesa per la durata di un parto gemellare con proiezione di Via col Vento – Director’s cut a seguire. Al ritorno mi ha detto, di nuovo, “significa che un pacco e’ tornato indietro”.
“Bene, ottimo, stupendo”, ho risposto. “Quale dei due e’ tornato indietro, signorina, la stampante o la Canon?”
“Noi non sappiamo quale dei due sia tornato a Londra e quale sia al deposito di Rochdale, sorry.”
Un respiro lungo e un saluto striminzito. Per qualche arcano motivo sentivo che il pacco tornato indietro era proprio la Canon. Se volevo la stampante, invece, avrei dovuto coprire 20 miglia spalmati in quattro autobus e una sana camminata per raggiungere Rochdale. Il tutto non senza poi pagare una penale di 4.50GBP per averla.

Ho contattato PixMania. Hanno aperto un caso a mio nome. Hanno contattato il loro efficiente corriere belga on my behalf. La risposta del corriere: non abbiamo consegnato la merce perche’ la cliente non abita piu’ li’. La mia risposta alla risposta di Pixmania: non dite scempiaggini (non proprio in questi termini). La risposta del corriere belga all’inoltro di PixMania del mio “non dite scempiaggini”: e’ vero, in effetti la cliente ha richiesto la spedizione tre volte (quattro, N.d.R), ma il problema e’ che il pacco, da noi rispedito a voi, e’ andato perso.
I casi della vita. Rispediscono indietro proprio la Canon e proprio la Canon va “persa”.
Do’ a PixMania i 10 giorni lavorativi da loro richiesti per “indagare sulla faccenda”. Nel frattempo, io non avevo ne’ la macchina fotografica, ne’ i 620GBP pagati per la Canon e per la stampante.
Passano sedici giorni. Al sedicesimo giorno mando un’email: ehi, ragazzi, a che punto siamo col mio caso? La risposta, automatica e scioccante: gentile cliente, grazie per averci inviato i suoi commenti, il caso verra’ riaperto da un addetto, le faremo sapere il prima possibile.
Wait a sec: quando mai il mio caso era stato chiuso?!? Come hanno fatto a chiuderlo se non ho ancora ricevuto ne’ l’ordine ne’ il rimborso?
Lavorassimo cosi’ nel mio ufficio, ci caccerebbero a pedate nel giro di una settimana. In quel momento ho capito perche’ il nostro CS, tra tutti i CS del settore, ha la votazione piu’ alta. La qualita’ media dell’assistenza nello UK e’ a dir poco scioccante.
Da li’ ho messo in atto un chasing (inseguimento) quotidiano ai limiti dello stalking (molestia). Dopo due giorni, finalmente, la risposta di PixMania: abbiamo ritrovato la sua macchinetta, evviva evviva! Dove vuole riceverla, signora Romandini?
La mia risposta, cristallina: non voglio piu’ avere niente a che fare ne’ con voi ne’ con quei ladri del vostro corriere, percio’ o mi fate un rimborso prima di subito o vi scateno contro legali, Amex e small court tutti insieme.
Il rimborso e’ arrivato due ore dopo la mia e-mail, non un penny di piu’, non un penny di meno. Che fine abbia fatto la stampante laser, a questo punto, lo ignoro.

Ho comprato la Canon EOS 550D in un negozio per professionisti all’incredibile cifra di 567GBP – due mesi esatti dopo il mio primo acquisto su PixMania Pro Italia. Nel frattempo, nella settimana successiva alla “chiusura” del mio inesistente caso presso il loro CS, ho ricevuto sporadiche comunicazioni da PixMania: il corriere ha confermato di aver rispedito il pacco ai loro uffici perche’ “l’utente non abita piu’ all’indirizzo fornito” e “il pacco, Canon EOS 550D, ci e’ arrivato proprio oggi, ragione del reso: rifiuto del cliente”. Insomma, dopo un mese di tira e molla, la colpa alla fine e’ mia perche’ non abito piu’ a casa mia e perche’ ho rifiutato il pacco dopo che mezzo mondo ci aveva messo le mani.
Passero’ dunque il fine settimana a stilare un lungo e vibrante complain contro PixMania. Per me sono passabili di querela tanto quanto quei furboni dei loro corrieri, alla luce di come hanno gestito il caso, senza mai, neppure per una volta, scusarsi con me.
Sono una cliente e sono stata maltrattata. Anzi, direi, per usare un eufemismo, di essere stata presa in giro. Lamentarmi e’ un mio diritto. In questo gli inglesi mi hanno educata proprio bene. Per una volta che posso essere io dalla parte della piantagrane, ne approfitto. Possibilmente, senza scadere nell’ignoranza. Dopotutto, resto pur sempre italiana.

Author:
• mercoledì, giugno 02nd, 2010

Ragazzini appena diplomati prenotano le vacanze seduti ai tavolini degli stabilimenti balneari, bombardando la cornetta con l’ultimo tormentone in sottofondo. Pronti alla nottata in disco, hanno fretta. Puntualmente, hanno solo una PostePay (scarica).
Casalinghe frustrate sfogano di notte sugli operatori la rabbia accumulata di giorno tra una passata di straccio e l’altra.
Nullita’ familiari recuperano di colpo autorita’ difesi dalla barriera invisibile di un telefono oltre il quale ritengono ci sia un punchball morale pronto ad assorbire le loro aggressioni verbali.
Quarantenni cronici, che pagano l’affitto coi sussidi statali, riversano centinaia di euro nel nolo del mezzo di trasporto con cui gireranno l’America.
Ragazzine isteriche e bisognose di attenzione rubano venti minuti di chiacchiere per un acquisto che non concluderanno mai – dando magari un numero di telefono disattivo dalla notte dei tempi.

A duemila chilometri, laureati, ex professionisti e dottorandi rispondono alle loro chiamate. Raccolgono dati di viaggi che probabilmente loro non faranno mai e prendono pagamenti per somme con cui loro coprirebbero affitto, bollette, spesa e benzina.
Quando va bene, saluti civili. Quando va male, insutli e vaffanculo.
S’e’ proprio girato il mondo.

Author:
• lunedì, aprile 26th, 2010

Sei camere, due bagni (di cui uno molto harrypottiano: nel sottoscala), una cucina senza tavolo, nessuna lounge room (o, all’italiana, sala da pranzo): ecco dove vivo da un anno.
Schizzata in capo alla Greater Manchester, con un affitto che giustifica poco le non-comodita’ offerte ma che vale le interessanti lezioni di vita e di convivenza alle quali ho avuto il piacere e l’onore di assistere negli ultimi tredici mesi.

In una casa con sei camere e’ scontato: si vive in un ostello. Un coinquilino nuovo ogni massimo due mesi. Ti svegli una mattina, scendi a prepararti il tramezzino e non sai chi diavolo e’ la persona che trovi in cucina. Semplice, prevedibile. Fino a ieri c’era una che cucinava una tazza di riso alla cantonese e oggi c’e’ questo che si scalda le chapatis nel forno. E’ parte del contratto, una di quelle clausule implicite e non specificate, in vero stile britannico.
Un ostello in cui ciascuno ha una camera singola. Anzi, in due casi su sei neppure una camera. Diciamo piuttosto che hanno uno sgabuzzino adibito allo stoccaggio umano. Due metri per uno e mezzo. A malapena lo spazio per il letto e la porta (stretta). Per arrivarci, un corridoio degno della Casa Pendente dei Giardini di Bomarzo: due metri di lunghezza per sessantacinque centimetri di larghezza. Praticamente un budello.

In un ostello non vigono regole. Non c’e’ cameratismo, non c’e’ organizzazione. Ognuno vive per fatti suoi. Di solito.
A governarlo, una house manager con le palle che ha raggiunto il Nirvana. Condizione indispensabile per riuscire a gestire un covo di matti del genere senza imbottirsi di calmanti. Ogni tanto, un Post-it giallo in cucina. Dietro la sua grafia elegante e il suo tono cordiale, il messaggio e’ chiaro: cari coinquilini, potete ricordarvi di togliere il vostro schifo dopo che avete finito?
E funzionano con tutti, almeno nelle prime due settimane di permanenza. I nuovi coinquilini sono sempre perfetti, ordinati, silenziosi. Incredibilmente puliti. Applicano la regola del clean after yourself con rigore militare. Poi, in due settimane, puntuale come un orologio, il loro Mr Dirt viene allo scoperto. E tu, che in un anno ne hai viste davvero di tutti i colori, ti ritrovi per l’ennesima volta a scioccarti e a disnifettarti le mani.

.
Sgabuzzino Numero 1: 2×1.5mt
Tutto inizio’ dalle riviste porno.
Nella toilette al secondo piano che dividiamo in quattro, una pila di giornali. Il primo, un settimanale di elettronica. Sulla copertina, un paio di tette esagerate con incastrato in mezzo un povero BlackBerry Bold. Sotto, le versioni economiche di Playboy & Similia.
Un mese, due mesi. All’alba del terzo la tolleranza gandhiana della housemanager arrivo’ al tracollo: le riviste finirono nella pattumiera. La sera stessa, miracolosamente, erano di nuovo nella toilette. Sporche di olio – e anche di qualcos’altro.
Poi arrivarono i preservativi. Forse volevano essere un invito, forse volevano dire “Ehi, donne, chi disprezza compra!“, ma l’unico effetto che ottennero fu una risata isterica. Il fratello mancuniano di Obélix aveva lanciato un invito implicito e noi quattro non lo avevamo raccolto. Offeso, Obélix semino’ Durex per tutta casa. Stranite, noialtre li prendemmo e li lanciammo nella pattumiera del giardino. La settimana seguente il fratello mancuniano di Obélix faceva le valigie.

E cosi’ arrivo’ Cipì. O Cinguettino. Era indiano, un tipo tranquillo, e cinguettava sotto la doccia. Era maledettamente bravo. La prima volta che lo sentii cinguettare impazzii cercando di trovare l’uccelletto abusivo che si era infilato dalla porta del giardino. Poi capii che il trillare veniva dal bagno…
Cipì non resto’ molto. Due mesi dopo fece le valigie e spari’, pronto ad una elettrizzante vita londinese. Io e la housemanager gli abbiamo chiesto piu’ volte di tornare a farci visita: la risposta e’ sempre il silenzio. Cipì e’ allergico ai fumi di questa citta’ almeno tanto quanto me.

Fu poi la volta della Pocahontas pakistana. Tacchi a spillo, tre ettolitri di profumo, due chili di cerone e un metro di altezza: Pocahontas sfilava per casa. Passi calcolati, capelli lunghi un metro shakerati alla L’Oréal-perché-io-valgo. E noialtri, che al contrario di lei non valevamo un cacchio, ci ritrovavamo i suoi capelli ovunque: sulle stoviglie, nel bagno, perfino attaccati ai muri. Piu’ che una Jessica Rabbit, un personaggio di The Ring.
La nostra Pocahontas era allergica alla cleaning rota, al lavaggio dei piatti e allo sciacquone. Completava il suo turno di pulizia del bagno in 5 minuti di orologio e con i piatti usava solo l’acqua. La leva del flush non le era proprio congeniale. Probabilmente, ragionammo, l’usarla avrebbe rischiato di compromettere la sua French manicure a ogni tirata d’acqua.
Questa sua apprensione per le extension laccate faceva si’ che, puntualmente, io o la housemanager trovassimo la sua firma in bagno. All’alba, di solito. Per la serie: il buongiorno si vede dal mattino. E quale miglior inizio del trovare uno stronzo che ti saluta nella toilette? Se non altro, erano stronzi educati. Tuttavia, a noi non ando’ bene lo stesso e la cacciammo dopo un solo mese di permanenza. A volte noi donne siamo proprio pignole.

.
Sgabuzzino Numero 2: 2x2mt
Quando arrivai, un anno fa, pensavo che al di la’ della porta appiccicata alla mia non ci fosse nessuno. Lo credetti per diverse settimane, poi una mattina ci fu l’Incontro Ravvicinato del Terzo Tipo.
A distanza di un anno devo ancora capire che diavolo sia successo quella volta. Io so solo che stavo risalendo dalla cucina col mio montone di vestiti bagnati e che all’ultimo scalino sentii un singulto strozzato. Vidi qualcosa schizzare in bagno. Nella fretta, il qualcosa aveva dimenticato la porta della camera aperta.
Fu cosi’ che quattro settimane e mezzo dopo il mio ingresso in questa casa capii di avere una vicina di stanza.
Spiderwoman – o Agorafobia – era giapponese. Dico ‘era’ perche’ se ne e’ andata ormai da sei mesi. Se non avesse avuto bisogno di me per farsi aprire la porta, quella sera, neppure mi sarei accorta che aveva traslocato.
Spiderwoman non cucinava, non mangiava, non viveva. Il piccolo frigo che divideva con me era pieno sempre e solo della mia roba. Al massimo, lei comprava yogurt. L’unico pasto che le consentiva di scendere in cucina, afferrare la vaschetta e schizzare in camera. Tempo totale dell’operazione: 10 secondi, piu’ i 10 per salire le scale. Impossibile incontrare qualcuno. Sì, gli yogurt consentivano ad Agorafobia di sopravvivere senza correre il rischio di morire d’infarto in corridoio.
Non riuscivo a capire come facesse. Dal silenzio totale di colpo si sentiva lo sciacquone, la sua porta aprirsi o chiudersi, le scale venire scese. Se aprivo la mia porta immediatamente dopo, pero’, non c’era mai nessuno. Lei era gia’ rientrata. Che usasse il teletrasporto? Non lo so.
La vedevo salire in macchina senza averla neppure sentita uscire dalla stanza, la sua porta si apriva e io neppure mi ero accorta che fosse rincasata. Dopo i primi mesi cominciai a pensare che rientrasse dalla finestra, arrampicandosi su per la parete. Come Spiderman.
La sua incredibile fobia delle persone la induceva a muoversi scalza per la casa e a restarci il meno tempo possibile. Nei giorni off da me passati al chiuso iniziai ad appostarmi. Volevo capire come riuscisse ad uscire dal bagno e schizzare in camera sua passando davanti alla mia senza farsi neppure sentire. Inutile dire che non ci riusciii mai. I pochissimi incontri da me avuti con lei in sei mesi – 4, se ricordo bene – furono caratterizzati da singulti spaventosi (suoi) e un mancato volo giu’ dalle scale (mio). Forse a Tokio, citta’ da 12 milioni di persone, non sono abituati alla convivenza con gli estranei, chissa’.
Agorafobia se ne ando’ alla fine di Ottobre. Aveva gia’ riconsegnato le chiavi, percio’ fu a me che dovette chiedere di aprirle la porta d’ingresso. Schizzo’ nella sua ex-camera e si serro’ dentro. Io tornai nella mia a prepararmi per uscire. Poi sentii qualcuno parlare li’ fuori. “Please, tell me she’s joking!” pensai. No, non era uno scherzo. Agorafobia stava parlando a me. Anzi, alla mia porta (chiusa). Non aveva bussato. Non aveva avuto quel coraggio. Aprii. Agorafobia mi stava ringraziando per averla aspettata in casa e mi stava offrendo un passaggio in centro. Mossa carina, in un certo senso. Io, pero’, declinai. Chi avrebbe avuto il coraggio di salire in macchina con lei sapendo che una vicinanza del genere avrebbe potuto causarle l’arresto cardiaco, facendo schiantare macchina e noi contro il primo pilone della Mancunian Way?

Neppure un mese dopo l’eclissarsi di Agorafobia, ecco che spunta il fotomodello. Preciso, ordinato, impeccabile. Con noi donne, un esemplare di gentilezza socialista. Forse era solo soggezione. In cambio della sua galanteria, noi restituivamo il favore trattandolo come un ragazzino. L’abisso di eta’ non ci consentiva di prenderlo diversamente.
Per i primi due mesi ando’ tutto bene. Come sempre. Poi il fotomodello decise di trasformarsi di colpo in Mr Idrospurgo. Usava il lavabo in cucina come fazzoletto, gli strofinacci come tovaglioli, era allergico a spazzolone e ventola e come se non bastasse faceva di tutto per apporre la propria firma ovunque passasse.
Dopo le prime settimane di tolleranza e di silenzio, cominciarono ad apparire i temuti Post-it. La richiesta, semplice e banale: ragazzi, possiamo pulire via il nostro schifo, specie dalla toilette e dalle pareti della doccia? In assenza della housemanager il ruolo di bacchettona tocco’ a me. Scrissi un papiro. Per la serie: non dite poi di non aver capito.
L’effetto della richiesta duro’ due soli giorni. Il tempo di dare all’ex fotomodello – ora Mr Kleenex – il modo di farsi l’ennesima sinusite.

.
Esemplari rari, unici, peculiari
Nella camera di Pocahontas – lo sgabuzzino di 2×1.5mt – piombo’ Il Filosofo. Calmo, pacato, parlava con quelle sospensioni irritanti nel mezzo delle frasi che ti costringono ad aspettare mezz’ora prima di ascoltare il resto: da dargli una scossa e strillargli “Vai avanti, santo cielo!”
La sera che conobbi Il Filosofo lui stava pulendo il bagno. Era il suo turno, mi disse. Non oso immaginare la mia faccia quando, salendo, trovai un tizio intento a pulire il mio bagno vestito con giacca, cravatta e mocassini.
“Eccoci qua”, mi dissi. “Ecco un altro caso di studio disperato da tenere sott’occhio!”
E’ la condanna di quella stanza: mai un occupante normale. Forse e’ la condanna dell’intera casa.
Col passare delle settimane il nome de Il Filosofo cambio’ improvvisamente in Cozza: se ti afferra non ti molla piu’.
Cozza soffre la solitudine. Cerca la compagnia ovunque, in qualunque momento, di chiunque. Anche alle due di notte. Appena a casa, lui si piazza dietro la porta del suo sgabuzzino e aspetta. Appena sente movimento, la apre e acchiappa il primo povero diavolo di passaggio. Con la scusa di prendere una lattina dal frigo/una pentola dallo scaffale/un bicchiere d’acqua lui ti segue in cucina, in giardino, ovunque.
Non c’e’ niente da fare. Cozza ha bisogno di te come l’aria che respira. Sempre rilassato, sempre ottimista, sempre sorridente, un vero spirito gallico, lui ha un bisogno pressante di contatto umano. E’ disposto a fare di tutto pur di averlo. Anche braccarti in piena notte nel corridoio di 65cm di larghezza che porta al bagno. E tu, con un occhio chiuso e l’altro mezzo aperto, mentre biascichi parole che neppure capisci in una lingua che non usi da anni, pensi: ma questo qui alle due di notte non ha un cazzo di meglio da fare? E io, che solo sei mesi fa sfottevo Agorafobia per il suo spostarsi per casa come una pantera, mi ritrovo ora costretta a fare esattamente come lei: per scendere in cucina, mi tocca uscire dalla finestra.
Cozza e’ ancora qui. Nello stipetto del bagno ha piu’ prodotti di Superdrug, ma almeno non lascia tracce di se’ ne’ li’, ne’ nella toilette, ne’ in cucina.
Possiamo ritenerci soddisfatti. Per ora.